lunedì 30 aprile 2012

Il mondo come...

meccanismo (immagine dal web)

            Ieri, in un post precedente a questo, ho accennato alla questione dell’anima. Un post filosofico, ma senza troppe pretese teoretiche, perché sono cosciente di quanto sia difficile cercare di essere chiari nelle idee che espongo e gli interventi di chi mi legge, sono risultati preziosi oltremisura, per la prosecuzione di questa trattazione.
            Per questo ho deciso di cominciare con lo sporcare le mani partendo dal basso delle osservazioni quotidiane. La vita si può cambiare solo dandosi da fare.          

Sabato è stata una giornata terribile! Oggi, a bocce ferme, come si usa dire, faccio ancora fatica a discernere le dinamiche che mi hanno indotto a vivere male .
            Una debilitazione fisica, lieve,  ha finito per condizionare, e non poco, il mio equilibrio. Oltre a questo dato sostenuto da una certa oggettività, si sono aggiunti una serie di scorni famigliari, quelli che mi sono portati in dote, secondo il giudizio di mia moglie.
            Queste osservazioni per arrivare ad affermare che è stata veramente dura non farsi portare via completamente e soccombere sotto il peso delle passioni.
            Insomma: e’ stata un’autentica lotta, fino a quando non mi ha attraversato una folgorazione. Ho sentito tutto il peso esercitato da un mondo ostile. Un senso di conflagrazione implodente vorticosa e totalizzante, un essere ridotto all’impotenza.

            Ma quanto questa ostilità è frutto  di processi mentali involontari (meccanismi), e quanto determinata da vere e proprie influenze esteriori?
           
Ricordo con estrema precisione come, dove e quando questo streben mi ha posseduto.
            Me ne stavo seduto in auto, fermo in un posteggio in via Gramsci, centro di Galliate, nell’attesa che mia moglie portasse a termine alcune commissioni.
            Dopo la tempesta, comunque, ho assaporato tutta la dolcezza della libertà prodotta da questa osservazione.

            Se fossimo veramente esseri programmati? E per che cosa, per quale finalità? Da chi?
            Quanto impedisce, questo essere programmati, il conseguimento della libertà?

            La programmazione sottintende un meccanismo nel quale siamo incastonati, verità che solo una forte presa di coscienza può rendere evidente nella consapevolezza dei propri limiti umani.

            Il mondo come volontà e rappresentazione?
            Se pensando e conseguentemente agendo, cedessi all’inganno della mente?

            Primo: devo comprendere il fatto che mente e ragione non coincidono e che non possono essere impiegati nella speculazione con valore di sinonimi.
            Secondo: attorno possiamo vivere un mondo che è illusione e che diviene  il mondo reale quando sono in grado di distaccarmi per poterlo osservare, prendendo atto, ma senza cadere nella trappola del giudizio e così dell’opinabile.

            Fare epochè  esistenziale, in poche parole.

            Da questo punto, l’inizio.

domenica 29 aprile 2012

L'anima...

Pietro Pomponazzi (sa Wikipedia)

            Mi ritrovo, hic et nunc, a lottare con l’immaginazione. Un’improvvisa arrabbiatura, a tavola, ed ecco che scatta il travaglio d’una scarica di extrasistole. Non dovrei scadere nell’umorale, ma quando due figli particolarmente cocciuti ci si mettono con le dispute, non ci sono ragioni! Il boccone che stavi trangugiando ti si mette di traverso, cadi in affanno, e tutti i programmi pomeridiani vengono risucchiati dalla precarietà che suscita il non essere mai all’altezza.

            Così eccomi qui. Ho trovato rifugio nel mio studio. Tanti buoni propositi e pensieri che s’attorcigliano a vecchie questioni. La sete di scoprire, un’arsura che non conosce ancora il riposo di una fonte ombrosa.
            Come parlare oggi, di anima? La domanda è mia da tempo e sono valse a poco le tante letture fatte sull’argomento.

            Animula vagula blandula…che possa essere vero quanto predicato da chi sostiene una concezione molecolare che interessa materia e spirito?
            Vagare, deboli, rincorrendo fantasmi d’immortalità che aleggiano nel silenzio di una dimensione che si stenta ad afferrare?
            L’impermanenza del Tutto.  Sono concetti che ho fatto miei e sopra i quali torno cercando sempre nuovi lumi.

            Sarà colpa del cibo sullo stomaco, quello stesso che poco filosoficamente ho consumato con famelico appetito, ma stento a trovare il bandolo della matassa. Non mi ci raccapezzo!
            Scarabocchio qualche postilla in margine alle letture che interrompo sollecitato dal richiamo di qualche vaga visione poetica. Ma tutto cade nuovamente. Sembra non esserci spazio per altro se non per la necessità di speculare.

            Anima, spirito, persona. Materia e sostanza. Come possiamo giungere a cristallizzare l’essenza, e riempire i polmoni con la brezza di Vita che permette all’anima di rilasciare quel  profumo d’immortalità che la contraddistingue.
            Sono consapevole del fatto che viviamo al confine, da borderline dell’esistenza e che basta veramente un nonnulla per consegnarci alla vertigine dell’Essere così come farci sprofondare nel magma di una materia che qualcuno ha intuito come eterna (torniamo ai greci? Chora…), ma per questo non senza una finalità.

            Pietro Pomponazzi (Peretto Mantovano), lo incontrai quando, per preparare l’esame di antropologia filosofica, mi lessi il suo Trattato sull’immortalità dell’anima scandalizzando i benpensanti che lo catalogavano come un materialista negletto, preferendo gli imbarazzi di Aristotele e le sottili approssimazioni dialettiche di Platone. Altro che materialista…un cervello sopraffino. Una bella testa!
            L’anima è una questione profondamente umana, e come tale deve essere trattata, nella riflessione. Come? Dal basso, sporcandosi le mani nel tentativo di pensare che una vita ben meditata può essere resa migliore da un tentativo di crescita. E dopo? Con immenso stupore, il “materialista” Peretto, apre sull’Oltre, quasi attendesse una terza navigazione!

            La disgregazione molecolare può essere scongiurata! Ma con fatica (teoretica e spirituale)!

sabato 28 aprile 2012

Notturno poetico


Ho letto troppe poesie degli altri. Mi sono nutrito di sogni privati,
- ladro fottuto e infingardo - ma anche di qualcuno dei miei, una volta
sfuggiti alle tenaglie della ragione. E cosa me ne faccio di tutta questa onirica indigestione?
Perché stare male? Ingolfato d’ingordigia, non posso costruire molto. E poetare?
Immane immensa pretesa! Maledetta presunzione che…
Il mondo attorno è un veleno lento. Una sospensione d’indifferenza
che disgrega le strutture di rime d’ogni genere e specie.
Penso a serventesi che mai comporrò, se non mi scrollerò d’addosso questa nera apatia.
E come posso dire io, che ho fatto incetta d’emozioni mie e di altri?
Con prudenza estrema dovrò raccattare le  mie povere masserizie e dileguarmi nella notte.
Chissà che una sana scarpinata non mi rimetta in sesto?
Proverò! Per ora raccolgo briciole, e qualche laido sputacchio. Non importa!
Anche un semplice gesto infrange la monotonia della consuetudine.
Non amo il conformismo abbietto di coloro che non s’espongono per gridare
il rovello dell’ingiustizia…ma è notte! Qualcuno reclama per il chiasso del mio partire.
Qualcuno…il sonno che scende e livella ogni anelito…il sonno non è per me, ora!

Muovi un passo dietro l’altro…con calma, lentamente…

venerdì 27 aprile 2012

Il fine apotropaico delle cose


Rincorro chissà quali pensieri. Non riesco a chetarmi. Finita la scuola alla due. Una caldo infernale: termosifoni a tutto regime in barba al risparmio energetico. Aule sovraffollate. Un chiasso che spacca i decibel.
Il venerdì è un giorno terribile. I ragazzi sono esausti, cotti, noi docenti anche. Da parte mia so che le ultime due ore le tiro via senza entusiasmo. Con quale coraggio aprire storia? Non c’è spazio per l’illuminismo quando la stanchezza s’è trasformata in un pesante macinio e gli occhi cedono sotto l’anestesia di un’atmosfera ormai troppo carica. Per tirare la fine, ho scelto di assegnare un lavoro di ripasso. Facile, schematico, ma logico. Mi sento sadico impegnarli nel ragionamento dalle ore tredicizerozero in poi. Inoltre, questa risma di fogli scritti dovrò pure correggerli. Poi.
Poi torno a casa. Pranzo pomeridiano. Il mezzogiorno alle tre o il sole anche di notte. Mia suocera non comprende ragioni. Pasta con sugo di pesce, trota bollita, insalata (che non digerisco), vin di cartone (pessimo, ma mio suocero è scaduto nella qualità degli acquisti). Quanto rimpiango un sano the verde da sorseggiare leggendo ed in silenzio oppure uno yogurt, fresco e leggero, una libidine al palato.
Mangio munendomi di bavagliolo per evitare mitragliate di unto sulla camicia ancora fresca. Gioco con mia figlia, anche lei torturata fino all’assurdo dalla scuola. Scherzi, aneddoti, racconti di lacrime facili, d’umori esaltati dalla promiscuità. Voti e valutazioni varie. La guardo. E’ una donna in bocciolo. Asciutta e lunga, la chioma biondo rame, occhi da gazzella, gambe sottili. Un fiore pronto a dare il meglio. Una lingua da assassina, quando rimbrotta col fratello e se le menano di santa ragione.
Mi fiondo a casa. Devo passare solo un giardino e una volta raggiunto il sospirato asilo domestico, mi becco mia moglie e Carlo davanti allo schermo piatto del televisore. Stanno guardando una puntata registrata de “Le iene”. “Denuncia di regime”, penso. Cercano di tirarmi in causa, ma resisto. No! Ho i libri che mi aspettano. Ho da scrivere, controllare la posta, leggere qualche blog. Ho gli affaracci miei! Protesto e recalcitro. E’ così che si scatena il turbine.
Prima a scuola – di nuovo – perché mia moglie deve andare in segreteria per alcune pratiche. Poi una commissione: al cibo non si comanda. Poi a casa. Poi il patema di quando vorrei fare tutto e finisco per non fare niente.
Finalmente, la situazione di stallo si sblocca. Mi apparto. Prendo pc ed altri strumenti. Mi siedo all’aperto. Domenica ho piazzato il gazebo in cortile. Verde, frulli di passeri, schiocchi di merli, vento tra le cime dell’abete ormai monumentale. Una frescura che concilia il raccoglimento.
Apro la pagina bianca. Un attimo di panico. Rivedere qualche scritto? Poesie da limare? No. Pagina bianca e via. Bach in sottofondo (lui aveva duende). Una pioggia di note cristalline. Sonate e suites per clavicembalo, fughe e capricci su lontananze varie. Chissà quant’era brutta la figlia di Buxtehude per venire rifiutata in quel di Lubecca?
 Via dunque. Le parole sgorgano, non mi sembra vero. Scrivo per scrivere. Mi dicono che è così che si dovrebbe fare per rompere gli indugi che troppo spesso bloccano la vivacità creativa.
Vado. Vado…M’accorgo che scrivere mi fa un bene immenso. Distende. Cancella l’ansia. Sarà colpa della musica che tengo in sottofondo? Forse anche. Manca qualcosa? I puristi dell’ispirazione affermerebbero che mancano sigarette e liquori. Io no. No, amo il buon vino e le sigarette m’impastano la bocca.
Ora non ho bisogno d’altro.

giovedì 26 aprile 2012

Contrasto


Ebbene si, leggo e faccio poesia! Qualcuno
potrebbe obbiettare che si tratti di follia.
Così rispondo io, sopra le spoglie di questo giorno
compiuto sul rimare ostinato: forse è immensa
mania per quel demone vetusto che scrolla
e che a terra ti sbatte se non strepiti il suono.
Ora mi bastona in testa e tambura immane contro
le tempie e perquisendo nel disordine atro
ti comprime sbrindellando quella proporzione
bugiarda della mente che consegna al poetare staccato.

Ma ecco l’incanto riuscito. Magia dei versi
che quietano il tumulto del diluvio, smorzano
la combustione delle emozioni, riassettano il talamo
alle passioni. Dunque ho scritto. E’ tempo
per il silenzio raccolto gemmante di spore
creative che impillaccherano le dita. E’ tempo
del medicamento per l’anima, quell’umano
impiastro per calmare le contusioni dello spirito
e ridurre le ulcere interiori. Sarà acciacco
questo, ma percorso d’amore anche se bislacco.



lunedì 23 aprile 2012

Letteratura e Resistenza (25 aprile 2012)

Davanti al pericolo di un becero revisionismo storico, non posso fare altro che lasciar parlare il sangue partigiano che mi scorre nelle vene. Lo dico con orgoglio: mio nonno paterno fece parte del CLN. 
Fin da ragazzino venni educato ad un sano antifascismo e preparato ad affrontare il mondo, non solo attraverso ricordi e racconti, ma sulla base di accorte indicazioni letterarie. Il nonno fu artefice di questa mia iniziazione, lui, dall'alto della sua VI elementare e qualifica da capomastro, ma padrone di un'invidiabile biblioteca. Lui, convinto delle sue scelte e delle responsabilità assunte. La notte, rubava tempo al sonno per leggere, litigando spesso con la nonna per lo spreco di luce. Devo a lui la scoperta del genio letterario russo, del positivismo francese, della filosofia (si lesse Nietzsche, Voltaire, Kant), del pensiero politico, quello autentico e presto tradito dalla neonata repubblica (la prima, s'intende e forse l'unica, visto l'abortito tentativo di inaugurarne una seconda).
Pietro Chiodi (immagine dal web)
Alla vigilia di questo 25 aprile, voglio indicare un libro poco conosciuto, ma fondamentale: Banditi,  di Pietro Chiodi (1915 - 1970). Il testo, oggi, è introvabile se non andando a spulciare nelle librerie antiquarie o in qualche fornita biblioteca. L'ultima edizione pubblicata per i tipi di Einaudi risale al 2002 ed è esaurita da tempo. La copia in mio possesso, l'ho dovuta far arrivare dall'Inghilterra, acquistandola presso una libreria antiquaria formidabile per catalogo e cortesia nel servizio (l'ho ricevuto per posta aerea in nemmeno una settimana e senza spese di spedizione!).

Pietro Chiodi è una figura fondamentale nel panorama dell'antifascismo piemontese e della resistenza nelle Langhe. Fu professore e filosofo. Forse conosciuto maggiormente perché insegnante di Beppe Fenoglio al "Liceo-Ginnasio Govone di Alba".
Fino a qualche anno fa, la sua traduzione di Essere e tempo di Martin Heidegger era l'unica disponibile in italiano (sopra quella ho preparato i miei esami universitari).
Immagine dal web

Banditi non è un romanzo, ma un crudo resoconto, un diario partigiano. La prosa è scarna. Essenziale. Nuda, ma diretta e tremendamente efficace. Per coloro che volessero avvicinare opere come Il partigiano Johnny, potrebbe essere un'ottima lettura d'introduzione. 
I protagonisti della narrazione sono reali. Uomini moralmente cresciuti, esseri umani seri e consapevoli di lottare per la libertà. Per capire bastino alcune veloci citazioni laddove Chiodi presenta la figura dell'amico e collega Leonardo Cocito.

"Oggi Cocito ed io abbiamo prestato giuramento. Cocito chiede serio prima di giurare: - E' necessario per avere lo stipendio? [...] Cocito incomincia a leggere senza tirare il fiato tutto ciò che c'è scritto sul verbale: numero di protocollo, articolo tal dei tali ecc...[...] e alla fine dice: - Scusate, ho voluto bere il calice fino alla feccia".

"Ieri sera è venuto uno studente a chiedere i discorsi di Mussolini. Cocito l'ha guardato serio e poi gli ha detto: - Non hai letto il regolamento? Ci sta scritto che è proibito dare ai giovani libri osceni". 

Mi rendo conto che si tratta solo di parole, ma le parole possono più delle armi, quando corrono libere. Le parole spargono opinione e verità, non sangue.
Sono solo idee, poche. Eppure, quando cominciano a circolare, anche se qualcuno tenta di soffocarle, iniziano a crescere. Invitano ad una presa d'atto nei confronti della realtà che stiamo subendo.

Abbiamo bisogno di questo. Di cultura.

Solo l'incubo dell'ignoranza dettata dalla paura per la verità, può suggerire l'insano proposito di soffocare ogni anelito alla festa ed all'esercizio della memoria.

Buon 25 aprile, Festa della Liberazione (ora e sempre)






"Non guardarmi"


 Mia moglie la conobbi a Rimella. Avevamo tredici anni tutti e due e da quei giorni il suo viso fu il mio chiodo fisso. La sognai da subito come la mia ragazza, ma dovetti attendere gli anni che la vita pone sempre in mezzo. Dovetti pagare, in poche parole.
Rimella (da www.walseritaliani.it)
Rimella? Dove mai si trova? Qualcuno potrebbe sempre chiedermi "cos’è?" non comprendendo che sto scrivendo di un comune alpino realmente esistente, anche se sorge in fondo ad una valle laterale della Valsesia, la val Mastallone.
Perché Rimella, allora? Non so, ma mi è tornata in mente proprio durante questi ultimi giorni, al punto che sento di dover dare colpa alla primavera, la ragione di queste ricordanze e ad una frase catturata tra le tante, ma che mi rigetta in quegli anni (relatività del tempo!).
A Rimella si andava per i campi scuola, quelli affollatissimi ed epici che venivano organizzati dall’Oratorio di Galliate e capitanati dal vulcanico don Franco Ramella (curiosa assonanza con il toponimo, per altro diffuso sulle alpi sesiane…Rima, Rimella, Rimasco ed affini). Un delirio di centinaia di adolescenti sotto bombardamenti ormonali che, nell’economia dei quei quindici giorni, facevano incetta delle prime esperienze di tutto, senza retorica. Si andava dalle celebrazioni liturgiche estemporanee e “chitarrose”, ai gruppi di riflessione in materia d’educazione sessuale, alle prime esperienze d'impegno politico nel tentativo di scalzare l'allora tirannica DC (e ci riuscirono in barba a benpensanti e beghine). Dalle feste pantagrueliche, ai tiri mancini giocati da animatori particolarmente stronzi, consistenti in colossali panzane quali quella riguardo l’esistenza di miniere di cacao, piantagioni sperimentali di banane ad alta quota, autobus immaginari con ipotetiche fermate presso alpeggi raggiungibili solo attraverso mulattiere sconnesse ed impervie. Ci sarebbe dell’altro da dire, forse degli amori furtivi, delle lunghe chiacchierate notturne, dei tornei a calciobalilla, delle pastasciutte della Gianfranca…della canzone che andava per la maggiore: Dio è morto.
Perché Rimella? E quella frase appesa nell’immaginario mio personale. “Non guardarmi troppo sennò mi sciupi!”. Ecco, finalmente, la lapidaria affermazione. Poche stupide parole buttate li da una delle tante bellocce assediate dal solito nugolo di “mosconi” innamorati e piangenti, comunque sempre in troppi a voler calcar la parte del parpaglion che fere la lumera. Da parte mia, dopo, avrei scoperto Chiaro Davanzati e mi sarei trovato poeta in erba, ma questa è un’altra storia. All’epoca ero facile all’innamoramento e particolarmente debole in materia d’umani affetti (piangevo come una fontana quando telefonavo a casa).
Di quella donzella così poco delicata, petrosa, a stento ricollego un nome, Monica, forse, mentre quello di mia moglie mi si stampò subito nel cuore. I suoi capelli biondi, gli occhi cielo profondo, e tante immagini, istantanee dell’anima, intermittenze passionali e mugghiate sofferenze. Erano le sue labbra che volevo.
Libere associazioni, potrebbero apparire, queste, ma quanta poesia. Da quell’ammonimento poco gentile e presuntuoso, a mia moglie ragazzina con una maglia a righe stretta a modellarle il seno in fiore. A lei, sempre, in un improbabile coretto a cantare “La in mezzo al mar…” durante la recita di una scenetta (sistemi educativi tipicamente oratoriani). Gli iperbolici giochi quando ti vieni a sfiorare e ti s’accende l’imbarazzo. Le dispute sulle donne amate e qualche tenzone che finiva in quattro ceffoni e lacrime amare. Poveri stupidi maschietti!
Quanti anni fa? Non ho perso il conto. Ricordo tutto con estrema precisione. Casa “Fratello sole sorella luna”, il gitone lungo i pericolosi sentieri dell'alta Valsesia, la camerata dove dormivamo, la lontananza dal domestico asilo: era la seconda uscita ufficiale e per più di una manciata di giorni.
E poi? Certo, la cosa più importante. Non fu lei, mia moglie, a proferire quella frase, l’affronto, per me, di sapore dantesco. Lei, con lo sguardo, anticipò quel si che sarebbe sbocciato nei chiostri dell’università, io iscritto a filosofia e lei a magistero.
Che strano gioco del destino!

 A Rimella tornammo prima da fidanzati, quando passavamo intere estati in Valsesia, poi da sposi e genitori, ma la casa era ormai abbandonata da tempo. Chiusa e triste. Rimaneva un calciobalilla vecchio ed arrugginito a languire sotto un portico a memoria delle schiere di pubescenti da li passate. Attorno un silenzio irreale. Colpa dei monti che ho sempre amato.

domenica 22 aprile 2012

Parmenide (1)


Scavi di Elea (immagine dal web)


Tenebre assassine voraci d’incubi,
ho attaccato le cavalle al carro, ebbro
di sogni inconclusi e via, voce a succubi
pensieri, con stridore barbaro di ferro
sulla strada dei numi.
                                    Madre oscura,
grembo profondo, l’ombra dura
strazia remote emozioni d’amore,
calce spenta, quartieri e suburre,
ferrofuocofiamme, pietra che frana.
Sono fuori, finalmente, sotto un cielo
rigato d’aurora, vetro infranto, coccio
(un mattino tetro m’attende). Un rogo
avvampa la carne: per troppe estati
ho ceduto all’inganno di lingue forcute
per frotte a due teste d’insana mania.


sabato 21 aprile 2012

Sera


Sera (Imbrunire a Malesco - Valle Vigezzo)



Ecco, è sera. Di nuovo un imbrunire.
Osservo delle sporadiche nubi
tracce leggere che vanno nell’oltre.
Gusto in silenzio il piacere del fumo
(non dovrei cedere alla tentazione)
e tanto  lieve quest’attimo affonda.

Scorre. Troppo veloce scorre il metro
d’un sospiro, che naufrago nel ni-ente
dell’essere. M’aspetta il caffè forte
che addensa aroma in volute fumanti.
Lo stacco dello scrivere, sorretto,
apre allo spirito muto l’attesa.

Cosa ci faccio qui? Non trovo scopo
che sia ragione all’affanno. Pretendo,
subito, tutto il silenzio negato
dalle mondane occupazioni. Basta!
Dico convinto a muso duro. Vengano
gli abbracci appassionati della notte.

Mi bevo di quest’anima il profumo
che esala d’immortale infuocato
amore, quello che transita dopo,
se troverà e quando primavera
nuda da falsi pregiudizi e scorni.
Ed ora? Lascio che parli il mistero.


venerdì 20 aprile 2012

Poetica ribellione

Immagine dal Web

Le humanae litterae  sono un'occupazione che salva quando aiuta a discernere il momento per darsi alla vita attiva da quello del rifugio nell'intimità della contemplazione. Lo riaffermo. L'impegno verso la costante e continua ricerca non disgiunge filosofia e filologia, anzi: aiuta a far si che entrambe compenetrandosi ,vicendevolmente si sostengano. Nulla è fine a sè stesso. Questo vale nei confronti di quello che è l'impegno, civile, di cantare la Verità così come del pensarla.
Un'amica lettrice ha scritto commentando il mio ultimo post (Serventese primo), che è ben accolto l'anelito alla poetica ribellione. Bene! Al lavoro, dunque.

Cosa riduce in nulla l’attesa?
Calma sospesa spinge a disperare
che l’attimo trattenga il singulto
dell’essere che spasma. Io scrivo
senza pretesa e lode e infamia, cupe
parole che inghiottono amarezza
esistenziale e rabbiosa poltiglia.
Poi che accade? Improvviso  il miraggio
sbatte grigio sul viso ogni affanno
che un risucchio di passioni rimonta
in amorosa marea. Percossa
morte villana e atroce, vinta, alfine
posso appendere l’arco al cielo chiaro
di primaverile freddo riverbero.

mercoledì 18 aprile 2012

Serventese primo





M’assale un timoroso spasmo immaginando patir del peggio:
orsù, siamo alla dittatura dei doppiopetto  incatenati al seggio.
Da quanto accade attorno, e sana opinion non attarda,
così parrebbe abbastanza, per non morir come chi guarda.
Quattro balordi tramano rubano mentono, del lavoro straziano,
di gozzoviglie scoppiano, peggiori che bestie fottono…
E di insano approccio con gli scherani abbietti, che sanno fare?
Violentare la Costituzione, per meglio imbrogliare!

Vorrei tanto, nel mio folle notturno vagabondaggio,
incontrar gl’ingegneri dell’arca per unirmi al viaggio
e mettermi con loro a piallar tavole di cedro, fuori e dentro
catramar murate, ribatter borchie, pinger di finestre il vetro,
senza che il sonno grasso d’umori mi possa attanagliare.
Così, con mani callose e dure per il faticar solerte, aspettare
che finalmente annuncino i nembi il sopraggiunger del diluvio…
Siamo alla follia sghemba, s’apran le cateratte, per giove pluvio!
                          
Mio nonno, fante alla prima guerra, partigiano alla seconda,
mi disse un giorno, quando di ribellione era acuta l’onda:
“O tu o il tuo figliolo tornerete col mitra ai monti…”
Si, lo ammetto, antifascista e resistente, alla fin dei conti,
di quante facce vorrei bellamente cazzottare a sangue!
Ahimè, per tutto quanto si vuol dire e che langue,
malgrado la vita che ladrando grassano impenitenti,
son degni della mia rabbia, loro, baldracche indecenti?



lunedì 16 aprile 2012

Nuovi versi

Sono passati giorni senza che scrivessi versi. Una sospensione nell'attività creativa. E' vero che mi sono dedicato alla scrittura di altri testi, ma cosa? (In verità, ho scarabocchiati brandelli sparsi)
Mi sono concesso alla vis polemica commentando e provocando reazioni.
Così mi sono sentito lontano dall'arte e dal bello.
Credo che questo pensare sia solo una sensazione passeggera, perché sono fermamente convinto che una buona ed onesta letteratura possa rendere migliore questo mondo che abitiamo impegnandosi nel non banalizzare mai. .
Non sono frasi fatte. Non sono momenti questi, per cedere allo spettro del qualunquismo. Anche una poesia può avere il suo peso.



Pasqua di neve alta su rocce acute,
il cuore scoppia d’emozioni forti
e ritorti pensieri minacciosi
nembi oscurano paesaggi morti.
Non concludere, amare di quest’ansia
tutta la forza barbara e remota.
Rintoccano campane a martello
ed io che stento ad esser fermo a scrivere
qualche timida rima perché pesa
il guardare laddove incertezza dice.

Me ne stavo tranquillo a ragionare
di quell’amore che cela percorsi,
così ebbro morsi l’istante al fatuo
mentre in disparte, attonito attento,
imparo l’arte dal gatto lupesco,
e di tutte le bestie e degli umani
carpire indizi necessari al fare.
Quando stanco d’andare, mi rincuori
e mi sostieni tu, compagna scaltra
dritta nel gioco dei sogni razziati.

sabato 14 aprile 2012

Finis Italiae (Povera Patria)

immagine dal web
Ecco cosa ci stanno preparando i signori tecnici, e tutto a nostra insaputa!
Per chi ne ha voglia, e per dovere di informazione, andate a leggere il post di Eliotropo intitolato  Fiscal Compact. Lo scandalo Lega. Arma di distrazione di massa.... E' importate sapere come sul web la verità non si ferma malgrado le minacce.
E noi? Noi beviamo le oscenità che ci propinano i mass media asserviti al potere, riguardo una casta alla deriva e marcescente (sono ancora buono) per nasconderci le manovre oscure di un governo sempre più servo del sistema UE.

Non datemi del complottista! Qui non si tratta di fantapolitica e/o fantaeconomia...qui si scavano i baratri per milioni di cittadini ignari ed ancora onesti.

Ieri si è parlato di schiavitù culturale, oggi...variazioni importanti all'art 81 della costituzione: si vuole esautorare il popolo da ogni sovranità!!! Stiamo attenti! L'unico referendum del quale ho sentito parlare, riguarda l'abolizione della caccia in Piemonte (con un costo elevato da caricare alle nostre tasche)!!!

Cosa tramano ABC???

Non mi vengono altre parole. Strano, vero?

Chiudo con questo testo, bello, di Franco Battiato, perché sono convinto che la poesia salverà il mondo!

Povera patria

Povera Patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'e` il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.

Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese e` devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza piu` calore?

Non cambiera`, non cambiera`
non cambiera`, forse cambiera`.

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali,
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.

Non cambiera`, non cambiera`
si` che cambiera`, vedrai che cambiera`.

Voglio sperare che il mondo torni a quote piu` normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli piu` di dittature,
se avremo ancora un po' da vivere...
la primavera intanto tarda ad arrivare.


venerdì 13 aprile 2012

La lingua di Dante???

La barca di Dante (immagine dal web)

Dal 2014, al politecnico di Milano, lezioni in inglese.

Sconcertante quello che annuncia in un suo post l’amico blogger Francesco Zaffuto (Schiavi nella mente).

Ma come? Abbiamo battuto tamburi e suonato fanfare per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e già barattiamo la lingua nazionale per il barbarico inglese?
Per scolarizzare gli italiani abbiamo relegato nel folkloristico delle autentiche lingue (napoletano, veneziano, milanese, sardo…) e forzato generazioni di cittadini ad apprendere la lingua unitaria (mio padre, diplomato geometra, fece fatica ad imparare la grammatica italiana, e parlò dialetto per tutta la vita, sul lavoro). Ed oggi? Oggi, quando una discreta percentuale mastica un italiano quotidiano e decente, malgrado intromissioni tecnologiche, cosa facciamo?

Eccome? Dopo che Manzoni ha sciacquato i panni in a Arno, un buontempone di nome Profumo c’invita a lavare le brache nella Manica (che sia parente di quel Profumo inglese che diede scandalo qualche decennio fa?)? Per non parlare dei costi (tanto pagheremo sempre noi)!
Dove metteremo la lingua di Dante? Dove finiranno tutte quelle sonorità che solo gli idiomi neolatini posseggono? Dove finirà la poesia, allora, e la letteratura?
Che fessi!!! L’inglese di Shakespeare non è quello blaterato oggi in ogni aeroporto dalle Alpi alle Piramidi, dal Mazanarre al Reno, o Singapore e Fiume Giallo! Non dimentichiamo un precedente: quanto i grandi intellettuali d’oltralpe e oltremanica guardarono all’Italia progettando il Gran Tour! Dante, nella seconda meta del XIX secolo, spopolò in Inghilterra (Rossetti, preraffaelliti).

Senza offendere nessuno. Ma per l’orecchio di un greco, tutti gli idiomi stranieri erano barbarici, balbuzienti! Lo so, i greci erano snob e follemente edonisti, ma oggi si esagera!!! Qui chiniamo il capo ad un edonismo anglo-americano (culturale e non) che non ha nulla da spartire con la profondità culturale greco-latina. Provate ad indagare attorno l’etimo di barbaro e non scoprirete nulla di oltraggioso.

Se fossimo veramente figli di Atene e Gerusalemme, sapremmo dare valore alle nostre radici culturali e spirituali evitando di svenderle al minor offerente.

E dove poniamo la forza speculativa di alcune lingue rispetto ad altre?
Il greco è una lingua speculativa. Il tedesco. Il latino, anche l’italiano (con le dovute attenzioni) rende il pensiero, l’astrazione, la possibilità. E la musicalità del francese? Le coloriture dello spagnolo? Ma l’inglese…Aanch’io lo parlo e lo conosco, forse per questo ne delineo i limiti!

Vero. L'Europa unita necessita di una lingua comunitaria, ma...siamo sicuri di avere scelto l'inglese e con popolare referendum?

E non tiriamo fuori che per secoli il latino fu lingua universale! Latino ed inglese sono due mondi differenti e quell'unione linguistica, limitata ad intellettuali ed ecclesiastici (nemmeno retaggio di re ed affini), fu l'opera di un geniale uomo di spirito come san Benedetto da Norcia (pure il venerabile Beda  parlò e scrisse in latino)!

Siamo alla schiavitù culturale?

Meditiamo, gente!

giovedì 12 aprile 2012

Proverbiale irriverenza

La troppa cunfidensa la fa’ perd la riverensa

Non faccio alcun verso ai lumbard ladri e menzogneri che stanno cadendo in questi giorni come per mature. No. Uso il dialetto per rendere il suono del proverbio, per restituire alla sapienza quotidiana quel sapore che rompe ogni schema temporale.

Tutto nasce da un episodio accadutomi, e sul quale sono tornato a riflettere.

Mercoledì 11 aprile (ieri, per la cronaca). Ripresa delle lezioni. Ore 14.00 (un orario didatticamente infausto, per terminare la giornata scolastica, quando l’inizio delle attività suona alle 8.00 e prima della fine devono passare sei estenuanti ore).
Uscita. Sto osservando una delle mie classi transitare per l’atrio, una seconda, per l’esattezza.

Alunno: Salve Prof!
Prof: Ciao Castano!
Castano: Lo sa che ieri l’ho vista?

Un attimo di vuoto. Ieri? Devo fare mente locale, dato che il rientro dalla montagna, avvenuto proprio ieri, appunto,  ha scombinato le mie abitudini.

Prof: Dove?
Castano: Era posteggiato davanti alla panetteria Pomella! Sul viale Quagliotti.

Ancora un vuoto, prima di ricostruire il mosaico temporale del giorno precedente. Certo…Un lampo. Sono uscito tardi. Pioveva a dirotto ed ho accompagnato mia moglie per alcune commissioni. Ecco! Quando sono di turno, rimango in macchina e ne approfitto per leggere.

Prof: Ah…si, verso le sei e mezza (diciotto e trenta, per i precisini)!
Castano: Stava leggendo!
Prof: Ma tu?
Castano: Ero in macchina con mia madre…belli i giornaletti porno?

Rimango di stucco (per non dire di peggio). Cerco di richiamarlo, ma ormai si è perso tra la selva di ombrelli aperti. Un prurito violento mi ha assediato le mani, tardi, comunque e per fortuna.
Tommaso Castano non è un maleducato. E’ pesante, infantile (frequenta la seconda media, come ho scritto sopra), non sa ancora distinguere come misurare le giuste distanze, quando intervenire con domande e/o osservazioni. Ma quella sua uscita…Non sono solito concedere confidenza ai ragazzi, anche quando condividiamo lo scorno dell’ultima ora (e sfido chiunque ad affrontare storia o epica dalle 13 alle 14!) Eppure…A loro, fetenti oltre misura, basta un sorriso, un allentamento al controllo, per approfittarne e fare breccia nel dovuto rispetto. Se non li domi, ti fanno letteralmente a pezzi.
Spesso, in casa, mi si accusa di essere “gnucco” (duro, chiuso), caratteristica tipicamente novarese. Poco avvezzo alla caciara, all’ospitalità ostentata ed ostentante. Orchesco nell’aspetto. So che qualche alunna ha perfino paura…Eppure…Zac! Eccomi servito. L’orso, ogni tanto, lascia l’impronta nel miele.

Tommaso è uno stupidone. Questo è il problema e so che qualche collega donna indulge nella rilassatezza trattandoli come figli. Loro, anziché cercare di vivere la preadolescenza come momento di crescita, preferiscono instupidire come remigini, quando non peggio (scuola materna, suore, sottanone ed altro).

Oggi l’ho atteso al varco. L’ho beccato chiamandolo fuori dall’aula evitando l’umiliazione della pubblica gogna. Lui non ha realizzato.
Con calma l’ho condotto al famigerato scambio di battute.

Prof: Allora, cosa hai detto ieri?
Castano: Ma io…no, sa scherzavo…
Prof: Ti pare una cosa bella da dire ad un adulto?
Castano: No, ma…
Prof: Devi sapere che ci sono delle distanze.
Castano: Veramente io…
Prof: Tommaso, pensa a quello che hai detto e ragionaci sopra. Comunque, per questa volta, non dirò nulla ai tuoi.
Castano: Ma lei stava leggendo per davvero!

Una persona che legge provoca scandalo? Per loro si, probabilmente e non è da escludere che alcuni uomini delle loro cerchie, probabilmente, se leggono, si fanno qualche volo di fantasia su giornaletti di bassa lega. Strano che internet non li abbia ancora impestati con le sue immondizie!

Lo congedo. Lui, col capoccione basso, rientra in classe. Io medito. Altro che feste burg devo cercare di essere. Il rispetto, oggi, non si può barattare con nulla al mondo.

mercoledì 11 aprile 2012

Beethoven Op. 132

Glenn Gould (immagine dal web)

Oggi Beethoven, anche se ho cominciato la giornata con Bach: Variazioni Goldberg nella seconda interpretane rilasciata da Glenn Gould poco prima di morire. Quando ancora la luce indugia sul mondo, è un piacere lasciarsi cullare dall’atmosfera rarefatta dell’aria iniziale. Lenta, essenziale nell’armonia. Un capolavoro di tristezza meditata. Dopo, la verve della ricerca esplode, ma prima…Prima poche note appese al nulla di un contrappunto che diviene assieme alla melodia.

Dopo è la suburra della scuola! Da Glenn Gould ai caciaroni di terza. Un torrente a primavera. Ormonali all’estremo. Un peso la ripresa delle lezioni. Lo scorno della vacanze corte solo perché qualche benpensante ha lamentato la difficoltà di collocare i figli. Amen dico tibi!
Mi è andata bene, comunque! Il mercoledì ho solo due ore e le prime, poi la giornata è mia e me la godo spendendola all’estremo delle possibilità umane concessemi.

Non voglio essere frainteso! Non sono il solito insegnante fancazzista di brunettiana memoria. No! Mi rendo conto, dal registro, che nelle ore di lezione lavoro! Senza vanto: tengo fede al dovere assunto contrattando il mio tempo per il pane della Repubblica (che sento di non portare via!!!). Ma fuori dalle ore contrattualmente destinate alla cattedra: fuori il tempo è mio. Nessuno me lo può negare! Libertà profonda, quella che si vorrebbe limitare da quando (sempre), le idee che circolano fanno paura (assieme alla ragione che muove l'intelligenza attenta delle scelte).

Allora, letteratura, filosofia, poesia, amore e quant’altro ci sta dentro!

Da dove sono partito? Che guaio, quello di lasciarsi andare alla scrittura!

Ecco: oggi Beethoven! Appunto. Già stavo cedendo al compromesso della pennichella pomeridiana, sentendo il peso di idee che non vengono. Dell’imbarazzo suscitato dal non saper cosa leggere. Già sentivo lo stomaco rigurgitare il troppo lauto pranzo (sempre le suocere che con la cucina ci sanno fare, come le brave mamme). Tre bicchieri di buon vino (un Chianti di rispetto), e la pretesa di fare poesia con gli occhi che si chiudono.

Dunque Beethoven! Perché? Ho sbirciato qualche scena di Io e Beethoven…forse da qui si è allentato il filo. Un Ed Harris sopra le righe, nudo ed arruffato che lavora alla Grande Fuga…un’improbabile copista donna (Diane Kruger) con lui…gli ultimi quartetti sono immensi. Musica assoluta. Il tempo che si apre fino al disperdersi nell’eterno presente. Poesia bruciante, magma incandescente, amore liberato da umane concupiscenze…

Bach, Beethoven…Brahms (Bruckner)?

Non saprei…

martedì 10 aprile 2012

Vecchia Domo

Piazza Mercato - Domodossola - foto Massimo Caccia



Vecchia Domo. Una scoperta, il Borgo, il centro antico di Domodossola. Quando penso a questa città di confine, penso sempre all’idea del viaggio, dell’andarsene. Torno all’idea dominante, quella che fa di me un pellegrino, un itinerante. Dentro mi sento nomade. Mi sento un uomo senza fissa dimora, forse perché non sento radici territoriali anche se percepisco un legame culturale, un’appartenenza che scende nel profondo senza scadere nel campanilismo ottuso di chi si chiude nella fortezza della paura e dell’isolamento. 


Domodossola - Centro storico - foto Massimo Caccia

Domodossola - Centro storico - foto Massimo Caccia

lunedì 9 aprile 2012

...un mio amor già pensando...

Gatto Lupesco (immagine dal web)

Cosa sarà mai tutto questo pensare d’amore? Questo dire che prende e scuote? Questa febbre che non lascia requie alcuna?
Un primaverile malanno. Potrei rispondere, tenuto conto della stagione. E dopo? La ricerca poetica non si può sempre e solo soffermare su donne rincorse, esaltate, schernite, laudate…Oggi contese e violate, sbattute in prima pagina: c’è dell’altro, affermo a me stesso per non impantanarmi nel solito antiquario romanticume (senza nessun romantico offendere) o alla vis moraleggiante e poetica.
L’amore per la donna amata, certo. Quante poesie, ancora oggi, dettate dal trasporto erotico-sentimentale, dal desiderio irrefrenabile di stare assieme all’altra, di possedere…tutto qui (non per la mia donna)?

Per nutrire la mia fame, sono tornato a ricerche erudite. Mi capita, ogni tanto, di indagare a fondo, e non solo osservando dal versante della filologia, opere poetiche appartenenti ad un passato ormai retaggio di pochi specialisti o poeti accorti in materia di ricerca e ispirazione.

Cosa sarà mai l’amore al quale pensa il gatto lupesco?

L’astuzia di chi si mette in cammino. Quell’astuzia che si cela sotto mentite spoglie quali la sprovvedutezza nei confronti di un mondo che sbrana ogni sensibilità umana per nulla (chissà perché penso all’Idiota di Dostoevskij?)

Non mi posso accontentare. Amore,  a mors: che toglie, priva la morte. Di cosa? Di chi? Di me, scrivo senza troppi pensieri. Forse è questo il senso profondo. Una lotta contro la finitudine del tempo e la tenebra della morte assassina e villana. Dunque: per terminare (ora) la questione: perché scriviamo? Perché comunichiamo?

Per non smarrirci nel mare magnum dell’impermanenza che inghiotte...panta rhei os potamòs.

Mi piace pensare che l’amore, il fuoco divorante che non consuma, strappi a tutto questo tragico mutamento, alla turba degli io che urlano, alla legione di identificazioni, al quotidiano…

Chissà che non sia riuscito ad in-esprimere l’inesprimibile.

Pasqua senza più morte, finalmente. Umanissimo pensiero!

domenica 8 aprile 2012

Buona Pasqua (a dimensione umana)

Oggi è la dimensione umana a condurmi lungo il sentiero della riflessione.
Sono uscito presto, come al solito, quando me lo posso concedere. Sparuti incontri, eppure tutti che hanno fatto e ricambiato auguri. Salutato.
Si potrebbe obiettare: causa del luogo! Vedono così poca gente che…Altre scuse, eppure…
Necessità dell’uomo è intrecciare relazioni umane e consapevoli. Ma quando sono possibili?
Quando caliamo la guardia e rinunciamo alla maschera. Quando ci accorgiamo (mi accorgo, devo cambiare registro), di sentire il bisogno di essere riconosciuti come volto piuttosto che persona (sempre maschera).
Appunto, il volto. Il volto è quel manifestarsi dell’esistere che spiazza perché mette di fronte all’oggettività di un essere che va oltre, che supera. E’ quello sguardo che interroga sull’autenticità della vita e che mi proietta in una dimensione dove la distensione è possibile ed i rapporti col mondo mutano.
Il volto apre sulla Vita, quella che scorre eterna senza che ce ne rendiamo conto. Quella che le perversioni della quotidianità seppelliscono sotto un velo di strame e contraddizioni. Eppure lei è sempre li. E scorre, scorre, rotonda infinita sfera (la geometria solida non mente!).
Basta lo sguardo di un bambino, di una persona. Basta un’occasione, per rompere l’isolamento mortale che ci costringe nell’ignavia di coloro che subiscono i più pesanti condizionamenti e vivono l’inedia dell’indifferenza (la nostra pandemia) morale e sociale.

Cammini. Incroci uno sguardo. Non abbassi gli occhi perché riconosci nell’altro il tuo personalissimo ed irrinunciabile inferno, ma saluti. Senti la tua voce che risuona e il cuore si riapre all’esistere, quello stare fuori che permette la contemplazione. Nessuno che viola la mia libertà appropriandosi di me anche solo attraverso uno sguardo di sottecchi.

Ho volato alto. Ho messo speranza. Ho fermato l’attimo. Ma cos’è la Risurrezione se non quell’attimo eterno che rompe la cecità che mi attanaglia?

Se penso a tutti coloro che me ne hanno fornito l’occasione qualche ora fa, beh…il barbuto col cane (come me: barbuto e col cane), gli accaniti del bar mattutino (già qualche caffè corretto giù dal gargarozzo, sigaretta tra le dita), la panettiera…il capostazione della Vigezzina.
Che bello quel “Buona Pasqua” detto così, in tutta semplicità. Quell’augurio che è di tutti, tutti coloro che oggi fanno festa magari lavorando, ma che coglieranno la differenza dell’istante senza tempo.

Buona Pasqua!

sabato 7 aprile 2012

Valle Vigezzo 2

Non sono solito scrivere notizie di esclusivo carattere turistico, ma il luogo merita. E poi, il piacere del viaggio e della scoperta  non si discosta mai dal desiderio di una buona letteratura (almeno per me).
Mi limiterò ad alcune immagini, come suggestione visiva, e qualche indicazione tecnica.

Le foto le ho scattate l'estate scorsa. e ritraggono alcuni scorci caratteristici del centro storico di Malesco. Secondo gli abitanti della valle, Malesco e Craveggia (ne parlerò in un prossimo post), hanno mantenuto l'aspetto tipico del borgo di montagna senza subire troppe intromissioni urbanistiche e architettoniche. La ragione di questa conservazione è dovuta al fatto che il turismo sciistico non si è mai sviluppato con proporzioni tali da intervenire in maniera drastica sul paesaggio. Gli unici impianti per gli amanti della neve, si trovano alla Piana di Vigezzo, raggiungibile attraverso collegamento funicolare con stazione in zona di Prestinone. Una piccola pista, invece, per bambini e principianti, funziona nei pressi di Druogno, in località La Baitina.

Foto Massimo Caccia
Gran parte delle costruzioni, alcune vere e proprio residenze signorili risalgono alla fine del settecento, anche se non mancano esempi di architettura montana rinascimentale. Da quanto mi hanno riferito, i muri della casa che abito, possono essere datati attorno la fine del XVII° secolo (ecco perchè le condizioni ambientali sono eccellenti: fresco in estate e caldo in inverno). Le solette di travi e tavole potrebbero risultare scomode per il rimbombare dei passi, ma hanno un fascino particolare. Il ruvido legno, stagionato dal tempo, emana un calore suggestivo che stacca dal freddo della pietra e conferisce sapore di altri tempi oltre che una dimensione maggiormente umana del vivere.

Il comune di Malesco (Melèsk nel dialetto locale) si estende fino a comprendere alcune frazioni e, complessivamente, conta oltre 1400 abitanti. L'origine del toponimo è incerta. Alcuni storici locali, sostengono che il nome derivi da "male - esco", coniato alla fine di una imprecisata pestilenza. Troppo popolare, come etimologia, penso,  ma suggestiva, se consideriamo la vicinanza con il conosciuto e frequentato Santuario di Re.

In passato, le genti di queste valli, erano solite migrare all'estero per cercare lavoro e fortuna. La famiglia Mellerio, originaria di Craveggia, viene ricordata ancora oggi come la famiglia degli orafi di Luigi XVI°. Il tesoro della Chiesa Parrocchiale di Craveggia è una testimonianza delle generose donazioni che vennero elargite da questi artigiani vigezzini giunti a fama internazionale. Una curiosità. Molti paramentali sacri, infatti, vennero realizzati impiegando pregiati tessuti provenienti d'oltralpe. Si racconta, addirittura, che Maria Antonietta donò ai Mellerio, il suo velo nuziale. Ma su queste curiose amenità di storia locale colorata da un sano campanilismo, tornerò prossimamente. La letteratura, magari romanticamente d'appendice, non manca mai!

Interessante da visitare, per chi ama la natura, è il Museo della Val Grande. Il parco nazionale della Val Grande è l'area wilderness più estesa d'Italia. Fitte faggete, pascoli, solitudine e contatto con una natura selvaggia ed inospitale. Panorami mozzafiato. Da Malesco si accede a questa zona attraverso la val Loana dove, in località Cascine, dopo aver lasciato l'auto in un ampio parcheggio, si diramano sentieri escursionistici di importante bellezza paesaggistica. Una raccomandazione. Il territorio compreso nel parco è impervio e le guide raccomandano massima attenzione. 
Per chi ama il cibo robusto della montagna due veloci consigli. L'Azienda Agricola Valle Loana, offre servizio di agriturismo proprio in località Cascine. La "materia prima" mangereccia è di esclusiva produzione locale: dai salumi, gusti forti e di un tempo, ai formaggi d'alpeggio. Di recente apertura è il rifugio Laurasca, in località Li Gabbi. Cucina di tutto rispetto e buona accoglienza. Scusate queste digressioni culinarie, ma sono un inguaribile goloso.

Foto Massimo Caccia

Antico Ospedale Trabucchi - foto Massimo Caccia

Sulla via per Re - foto Massimo Caccia
In un post precedente, ho accennato al fatto che molte abitazioni sono decorate con affreschi. Questo dipinto, non conservato in maniera eccezionale, segnava l'antico percorso che i pellegrini sostenevano per raggiungere il Santuario della Madonna del Sangue di Re.

Foto Massimo Caccia
Per ora chiudo questo veloce assaggio. Tornerò ad approfondire.

venerdì 6 aprile 2012

Valle Vigezzo

Malesco (Valle Vigezzo) foto Massimo Caccia

Mi sto godendo la mattina.
Prima una lunga passeggiata. Freddo e sole nascente dietro i monti. La pioggia di ieri ha chiazzato di bianco i sassi del Gridone e le altre rocce attorno. Ora, quel ghiaccio evanescente brilla ai raggi taglienti. Immagino i sentieri alti ed i rifugi odorosi di fumo, polenta, intingoli vari, il prunet  rosso, rustico e forte, formaggi d’alpeggio (non posso troppo indulgere dato che sono programmato alla pinguedine).

Il cane tira, voglioso di riscoprire i nostri itinerari estivi. Ora c’è meno gente, anzi, le vie del centro sono deserte e devo ammettere che così  mi piace. Nel silenzio posso catturare tutte quelle sensazioni che la montagna offre. Posso nutrire anima e corpo, dato che emozioni e sensazioni interessano la persona tutta e il mio amore per la montagna è fisico oltre che spirituale.

Sento il fischio della Vigezzina in transito. Ecco. Dopo Ponte Ribellasca, Càmedo, le Cento Valli, Intragna con i suoi vigneti ed in fondo Locarno…Confederatio Helvetica!
Terra di confine, questa. La Svizzera è a neanche sette chilometri e m’attira intrigandomi. Mi sento anch’io uomo di confine, segnato da una cultura che s’identifica meglio con quella di un popolo piuttosto con una popolazione (semplice agglomerato numerico che nulla considera in merito a differenze e questioni quali cultura e tradizioni).  Qualche tempo fa, lessi che i novaresi sono ticinesi, nella loro innata peculiarità. Forse è proprio così. Novara è lontana da Torino quanto basta per sentirsi libera da appartenenze dettate dalla storia piuttosto che dalla verità umana e geografica.
Sono di questo popolo. Il dialetto parlato, che comprendo (lombardo, come è il novarese rispetto al Piemonte sabaudo e stantio, senza offesa, ma non mi sento un bugia nen), mi rinvia ad una dimensione senza tempo. Torno  all’infanzia, quando la bisnonna mi parlava esclusivamente nel suo galliatese stretto ed io rispondevo in italiano, perché la scuola castrava ogni coloritura vernacolare e guai alle intromissioni linguistiche (chissà perché, invece, impiegate dagli scrittori, quelli di razza!).

Cammino. Le case vigezzine sanno di pietra umida, fuoco. Poco legno e tanto serizzo, granito, intonaci grigi o colorati a pastello e affreschi o pitture murali, simboli e segni. Sarà un antico retaggio delle culture nordiche, quello di istoriare le case con scene sacre o rinvii intellettuali autoctoni.  Del resto, questa è la “valle dei pittori” per antonomasia. Rammento i ricordi di mio nonno, quando saliva ad Olgia e Dissimo per far visita all’amico don Luigi e spesso pranzava frugalmente con Carlo Fornara, il pittore del quale mai riuscì ad avere una tela, anche piccola. Erano gli anni degli “spalloni”, del contrabbando, delle migrazioni per lavoro, il secondo dopoguerra.

I ricordi mi hanno fatto volare, come accade spesso. Sarà per questo che sto imparando a prediligere la solitudine all’affollamento (all’occasione provvede la scuola con tutti i suoi scorni). Sarà per il luogo, questo comune di Malesco, il più nutrito come abitanti, rispetto anche alla turistica Santa Maria Maggiore. Qui c’è storia. Storia umana, quella che trasuda dagli incontri che faccio e che vorrei sempre fare. Quattro parole, come con il sacrista, Claudio, tipico montanino. Duro e spigoloso, sarto in pensione ed ora solito curare paramenti e vasi sacri, faccia da vino, quanto basta per trasmettere verità, senza peli sulla lingua. Quando ha scoperto che capisco quello che dice, mi considera uno di loro. I miei vecchi, come i suoi, conobbero le strade del lavoro all’estero: Francia, Svizzera. Muratori, carpentieri, qui anche spazzacamino, rusca.

Idee, eccole. Devo rientrare e mettermi a scrivere. Ma era quello che aspettavo.

giovedì 5 aprile 2012

Segnalazione link

Non voglio battere tamburi e/o altro. Segnalo questo link (http://poesia.blog.rainews24.it/2012/04/05/opere-inedite-massimo-caccia/), dove, sul primo blog che Rainews dedica interamente alla poesia, sono comparsi alcuni miei componimenti. Qualcosa già è stato da me reso leggibile sul mio blog (l'infinito essere), lo so, ma la soddisfazione è grande. Essere letti ed essere capiti è fondamentale per chi scrive e vuole scrivere.

mercoledì 4 aprile 2012

Considerazioni d'un viandante ebbro

Ti mangiano anche le mutande, questi quattro bastardi e non basta che a pagare siano sempre e solo i soliti noti. Se c'hai tre cose, poi, pensano spesso che tu abbia in mente di fotterli e giù che t'assaltano con accertamenti. Avanti che t'indagano, facendoti passare come il peggior mafioso lestofante impenitente.
E se scoprono che sei pulito (e hai sempre pagato anche il troppo), nemmeno una scusa per il coccolone che t'han fatto prendere (qualcuno s'è trovato pure in rianimazione), tanto tu a loro, non puoi far niente (per ora).
Cosa dire dunque?

Vive madame la Guillotine!!!

Spiego. In questi tristi giorni, che stranamente coincidono con la settimana santa e dunque di passione, si parla troppo (per i miei gusti) di IMU (maledetto Monti e che il vento se lo porti). Questi geni , non hanno ancora capito che il mattone non produce nulla!!! Mentre sanno che la la casa, per molti italiani (ne esistono ancora?), si configura. nell'immaginario collettivo, come un bene inalienabile (e un diritto). Lo è, poi, visto quanti ne sono possessori e dopo anni di mutui e vampirate varie, lacrime e fatiche.


De profundis...

martedì 3 aprile 2012

Oi dialogoi 1 "Ciro Pizza"

Socrate (immagine dal web)

            Cambio d’ora. Via i libri dell’uman sapere, fuori quaderni a quadretti, tavole algebriche ed altro per fomentare le spirito geometrico. Dopo hanno matematica ed i soliti non si sono sognati di eseguire i compiti. Allora azione di copiatura senza pudore. Non si curano del fatto che sia ancora in classe. Aspetto la collega compilando il registro con gli argomenti svolti, quando:

Alunno: Prof, ma lei crede in Dio?

Ecco la domanda fatidica, quella che vorresti mai nessuno ti facesse. Dopo un’ora e più di introduzione a Dante, di selve oscure, avelli infuocati, male bolge, empirei rotanti, Vergine madre figlia etcetera, ed immobile Amore, zac! L’intervento spiazzante e non da parte del solito bravo (non secchione!), ma di uno al quale non avrei dato un cent di considerazione didattica. Insomma, a sparare la domanda (una bordata), il bullo in carica, quello che regna imperterrito nei cessi della scuola (primo piano) e controlla un manipolo di ammiratori e ammiratrici. Quello che armeggia con l’accendino in classe e da fuoco alla formica del banco. Quello che tratta male le insegnanti donne, ma cala le ali con l’unico maschiaccio (io) del consiglio di classe. Quello delle bravate d’ogni genere, oltre che il capro espiatorio per tutto quanto altri combinano senza pagare perché meglio coperti dai soliti prof baciapile.
Lo guardo. Sul banco niente, tranne la bic svuotata dalla cannuccia dell’inchiostro e preparata all’impiego come cerbottana (quante volte anche noi e come bersaglio la faccia di Giovanni Leone). Un mucchietto di munizioni bell’e pronte ed il ghigno impresso sulle labbra. Proprio lui, Ciro Pizza (perché figlio d’un pizzaiolo). Il ragazzo di Scampia scampato alla suburra della Vele. Si vede che qualche pensiero gli balena ancora nel cervello.
La baraonda si placa improvvisamente. Il pubblico non pagante è pronto. Lo fisso. Chiudo la penna e, dopo un profondo respiro, restituisco la questione. E’ chiaro, a me, che ho proprio voglia di andarmene a casa.

Prof: Io si! E tu?
Ciro Pizza: Io l’ho chiesto a lei! (beffardo il bastardo).
Prof: Te l’ho detto…
Ciro Pizza: A si?  No, è che con tutta questa roba che c’ha spiegato non so più se lei crede o no!

            Eccolo servito il cammino seguendo il quale l’uom s’etterna. Meglio di così! E quanto c’ho messo per far capire loro la struttura corretta dell’universo dantesco senza cadere in equivoci e retorica scontata. E ancora: lui dubita della mia fede!
Mi fissa. E’ una sfida, dato che nelle mie ore di lezione non può fare quello che gli pare (neanche tormentare con sputacchiati pallini di carta le compagne lungo chiomate) o staffilare con lazzi pesanti il povero Stefano Ritucci, una mina vagante da psichiatria, purtroppo per lui e per noi (quando è nei giorni buoni minaccia di volersi buttare dalla finestra) cercando la spalla dell’altro bravo della combriccola, David Minerva (ma questa è un’altra storia).

Prof: Per te è così importante saperlo?
Ciro Pizza: Se glielo chiedo…
Prof: Si! Questa è la mia risposta te l’ho detto.
Ciro Pizza: E come fa a credere?
Prof: In che senso?
Ciro Pizza: Dai, non penso che i preti ci raccontano cose giuste…Poi questo Dante che si mette a viaggiare tra gli zombie…ma a me…
Prof: Cosa c’entrano i preti? (dimentico che dall’Oratorio l’hanno cacciato) Devi guardare la questione da un altro punto di vista.
Ciro Pizza: Eddai! E se non c’è niente? Don Lorenzo ride, quando glielo domando.

            Il pretino ridente: perché? Per il fatto che Ciro non frequenta l’animazione preferendo tormentare i volontari che servono al bar?
Ha ragione. Non c’è niente…Per lui è così. Anche se il Niente…La sua vita è questo. Così l’essere parcheggiato a scuola in attesa di aver assolto l’obbligo. Il disagio che vomita addosso agli altri. La carenza di affetti equilibrati.
            Poi comprendo. La sua domanda, insidiosa poiché scivolata sul privato, laddove risuona il dubito ergo sum della mia costante ricerca filosofica, è una richiesta d’aiuto in materia di speranza, quella che il nostro mondo gli sta negando facendogli pensare che lui è un inguaribile diverso, pronto per il lager virtuale del disprezzo. Insomma, tradotto: c’è parte per me nella vita? Non faccio così schifo come mi dicono tutti?
            Provo a spiegare.

Prof: Dio lo incontri se vivi e fai esperienze vere! E non è che una volta trovato, lo possiedi per sempre…No. Dopo l’incontro è come se Lui se ne andasse.
Ciro Pizza: E perché?
Prof: Perché è Dio.
Ciro Pizza: Si, ma a me che cosa può dare?
Prof: Tutto il bene che ti è mancato.

            Lui accompagna la mia risposta con uno sberleffo. Un gesto da commedia dell’arte, ma autentico, come a voler dire: “Non me la racconti giusta! Troppo semplice.”
            A Ciro Pizza non si può parlare del bene, perché lo spiazza mettendolo davanti a tutta la sua debolezza, quella che la cara mamma gli ha sempre mascherato sotto un protezionismo tombale (ogni scarafone…). Il padre meno, poveraccio. Una vita di pizze e panzerotti. Sempre con la tshirt d’un improbabile bianco anche d’inverno, quando fuori si gela.
            Dio, pizze e fritto misto. Già. Il fatto è che la verità fa male ed io a Ciro Pizza non la posso raccontare fino in fondo, malgrado Dante e tutto l’umano eloquio (siam cibo per i vermi, senza un desiderato risveglio ed un sano lavorio spirituale). Se ne sono in grado, potrei tentare la carta di farlo sentire meno differente, andando a premiarlo nella sua considerazione, anche se lui, ormai, di se ha una cattiva reputazione e dei voti non gl’importa niente.
            Che strana condizione. Ciro mi disorienta offrendomi un regalo, dato che mi fornisce l’occasione per non essere banale e falso (come nelle risposte scontate che rischio sempre di propinare). Un dono che si concretizza in una sensazione scomoda d’inadeguatezza. Come, io? Io che mi sento a mio agio seduto dietro una cattedra a lanciare strali e sentenze.
            E lui? Ciro Pizza? Il guappo buono, quello che non ci crede fino in fondo (lo vorrebbe), visto che ha un padre che si sbatte per raccattar tre soldi per mantenere moglie e figli in una società che uccide e all’inferno di Gomorra, ha preferito il profondo nord del confine lombardo piemontese, conurbio di Milano, il Purgatorio...Forse l’ha pure salvato.

Prof: E una volta che hai scoperto che esiste, cosa cambia nella tua vita?
Ciro Pizza: Magari faccio il buono! Ma di Inferno, Purgatorio e Paradiso…i preti…(sfrega pollice e indice evocando lo spettro del vil metallo)

            Proprio così. Dio è l’amore negato. L’amore vero, forte e profondo, non la sviolinata da baci perugina o la ricettina approntata dalla brava psicologa della scuola (con tutto il rispetto per la categoria). Non lo sbaciucchiamento pidocchioso e falso. L’amore è l’esserci, quando serve, nel silenzio e nella pazienza dell’attesa. Il punto di riferimento. La cristianissima croce, anche se oggi si preferiscono i giocondi battimano e la gazzarra da karaoke, al silenzio sconcertante della morte di Dio. E condiamo la festa con la melassa della gioia, ovunque, rendendo indigesti catechismo ed affini.

            Torno a casa. Mi siedo nello studio e penso. Penso che per la prima metà della giornata, l’occasione me l’ha fornita lui, Ciro Pizza, quello che tratto con fermezza (durezza certe volte). Presenza  che ricambia con una forma di rispetto tutta sua. Ed io? Quando lo disprezzo definendolo un’autentica capra?
            Io, se non presto attenzione, rischio il più gretto conformismo. Ecco perché…S’ì fossi foco, arderei lo mondo!