“Nelle società “cristiane” o “post-cristiane”, vi sono tante persone battezzate ma non credenti, persone che sono passate nelle acque battesimali ma non danno alcun segno di vitalità cristiana. La domanda è: vi può essere unità cristiana con persone che sono state battezzate ma per le quali Gesù Cristo non significa nulla?”
Questa
citazione l’ho attinta dal web. Si tratta di una nota relativa ad un articolo
di riflessione sul BEM (Documento di Lima, 1982 preparato da Fede e
Costituzione) pubblicato su Loci communes[1] a firma del pastore
Leonardo de Chirico[2].
Il richiamo è rivolto a porre attenzione ad una questione seria che sollecita
alla riflessione perché quanto scritto nell’articolo scaturisce da un’indagine
sul significato conferito al battesimo nella nostra società. Premetto che, a
discapito di quanti benpensanti credono, non si tratta affatto di un problema
vecchio e polveroso, quando non antico e ormai superato, ma di una questione sempre
attuale, nonostante il fatto sia considerata marginale perché problema per un
numero sempre meno statisticamente importante di persone. La domanda è
cristallina: come possiamo parlare di unità dei cristiani quando per tanti
battezzati Cristo non significa più nulla?
Perché
continuare a battezzare, allora?
Come diacono della Diocesi di Novara,
nell'ormai più che ventennale esperienza pastorale che ho vissuto, avrò
battezzato qualche centinaio di bambini[3]. Devo ammettere che la
domanda sulla fede di chi chiede il sacramento mi ha toccato da tempo, per questo
motivo ne ho sempre fatto un richiamo, con attenzione umana e spirituale, nelle
brevi riflessioni dopo la proclamazione dell’Evangelo amministrando i battesimi.
Sono sincero: non mi consolano affatto i numeri, che in merito al battesimo,
come si usa dire, tengono ancora, no. Quello che mi chiedo è il significato che
viene conferito al battesimo da coloro che lo domandano[4]. E in un confronto con i
fratelli delle altre chiese e comunità cristiane, posso serenamente affermare
che non è più sufficiente la fede di chi
domanda, certo senza intentare il classico processo alle intenzioni? Oppure il
battesimo, come gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, lo stesso
matrimonio e il rito delle esequie, vengono domandati per fedeltà a una
tradizione che sa di abitudine e che viene tacitamente accolta dalla Chiesa per
non riconoscersi piccolo gregge[5] e da questa comprensione
ricominciare?
Battesimo
dei bambini, battesimo degli adulti consapevoli[6], cosa si pensa della
qualità della scelta di fede compiuta. Grazia preveniente e grazia conseguente.
Non mi voglio addentrare in questo labirinto teologico e sacramentale, ma
soffermarmi sull’aspetto esistenziale della questione e sulle riflessioni
pastorali che dovremmo, come Chiesa e Chiese, affrontare in questi tempi liquidi
se non ormai evaporanti in uno stadio gassoso e non più reversibile a discapito
delle leggi della fisica. Non possiamo continuare a rifugiarci dietro il comodo
slogan: Dio saprà riconoscere i giusti perché stanno dalla nostra parte.[7]
L’Evangelo
non è questione di parte, di buon senso. Non incita nemmeno alla comoda
condivisione di un senso comune e di false sicurezze. Per far sorgere domande
di fede, perché questo insegna l’Evangelo, occorre vivere l’umiltà dell’ascolto
che nasce dalla relazione con l’altro, dalla domanda di compassione,
misericordia, perdono, abitando un mondo ormai diventato adulto per cominciare a
considerarlo un locus theologicus.
Cosa
farò? Continuerò nella missione del ministero che sento incarnato nel cuore.
Continuerò a sentirmi uomo di domanda, piuttosto che uomo di risposta. Domanda
per me e per gli altri. Domanda dell’Altro.
[1]
Un magazine online di attualità e cultura evangelica. È evidente il memento
dell’opera principale di Filippo Melantone. Ma anche loci communes che altro
non sono che loci theologici da condividere in una ricerca libera da
pregiudizi confessionali e chiusure tradizionaliste.
[2]
So molto bene che si soliti ben pensanti e morigerati miei fratelli cattolici
avrebbero molto da obiettare in merito al fatto che un diacono validamente
ordinato ed incardinato in una diocesi esplori altri mondi, ma è la mia
vocazione ecumenica a sospingermi verso queste peregrinazioni perché sono
ecumenico e dunque cattolico e che indagare, studiare, dialogare rafforzano,
prima di ogni identificazione confessionale, l’essere cristiani e fratelli.
[3] Di
qualcuno ho battezzato anche i figli.
[4]
Inutile tornare ad osservare, ed ammettere, che la società è mutata, che i
matrimoni religiosi, assieme a quelli civili, sono calati, che crescono le
convivenze, che l’indifferentismo religioso sta ingrigendo il quotidiano e
l’esistenza…Interrompo, per decenza e rispetto, il peana sugli orribili tempi,
ma devo osservare che molte coppie conviventi chiedono il battesimo per i loro
figli e questo dovrebbe suggerire una profonda revisione generale del come si
proclama l’Evangelo e di come si pensa e struttura l’agire pastorale.
[5] Luca 12,
32.
[6]
Altra complessa questione: quando posso affermare di essere consapevole della
fede che dico di avere? La consapevolezza rimane sempre al di fuori di ogni
riflessione spirituale e pastorale. Eppure è l’Evangelo ad insegnare che la
consapevolezza e l’attenzione sono il fondamento di ogni divenire nella fede.
[7] Mi è capitato ultimamente di sentire, nell’economia di un colloquio, l’espressione “tranquillo è uno dei nostri”. Se continuiamo a porci nei confronti dei prossimi con questa visione esclusivista del mondo e della società, credo che come Chiesa avremo ben poche opportunità di presentarci credibili.

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