Premetto che da parte mia non ho
mai vissuto il matrimonio come un impedimento al ministero, semmai come una
tensione dialettica arricchente attraverso il confronto, un luogo che diviene locus
theologicus quando vissuto nella libertà di indagarlo e condividerlo.
I tempi che viviamo chiedono un
paradigma ermeneutico della situazione scevro da pregiudizi e facili
tradizionalismi (che non significa mancare nei confronti della Tradizione che
domanda sempre di essere posta in relazione al vissuto come memento di quello
che è la verità del depositum fidei) per affrontare un'urgenza
ministeriale che non è possibile risolvere con una semplice clericalizzazione
del laicato, ma con la crescita dentro una consapevolezza sinodale che deve
ripartire dal basso e dal riconoscimento del fatto che oggi, tentare di essere
cristiani, implica il riconoscersi piccolo gregge. Non è più questione di
numeri, ma di onestà evangelica, di trovare il coraggio di un annuncio vissuto
con parresia.
Davanti a questo, i personalismi
ai quali ho assistito non contano nulla
, ecco perché non voglio fare opinione,
ma tentare di rimanere fedele all'Evangelo e al mistero della vocazione di
marito, padre ministro con la quale devo quotidianamente pormi in relazione.
Del resto, i segni dei tempi sono estremamente eloquenti e l'arroccarsi dietro
posizioni difensive non ha più senso.

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