le opere e i giorni (scrivere per narrare)

...tu hai la faccia del buongustaio (quattro ristoranti ed uno scrutinio)...


Panico.
Ci siamo nuovamente impiantati col computer. Lo scrutinio della 3 A è ormai un esodo senza meta. La lunghezza biblica delle operazioni sta incidendo sulla sopportazione di tutti corrodendo i sistemi nervosi del gruppo.
Nella babele dei discorsi incrociati tra noi docenti costretti attorno al tavolo della sala insegnanti, il richiamo ad estraniarmi diviene imperioso e forte. Come sempre, vorrei aggiungere, tenuto conto del fatto che le lungaggini mi provocano reazioni simili all’orticaria. Tutti che aprono bocca e nessuno che ascolta.
La situazione è grottesca. Qualcuno s’eclissa per la fumata di rito. La dirigente, che dovrebbe richiamare ad un minimo di contegno, sta naufragando schiacciata da un maroso di schede da firmare. Ogni tanto interviene, spesso in contrattempo o decretando la mannaia della votazione di consiglio.
Un caos al punto che, a conti fatti, la procedura di valutazione potrebbe benissimo essere considerata irregolare: tutto da rifare. Forse qualcuno era assente? Beh..
Che gioia. Come al solito ci si scambia qualche impressione per ammazzare sul nascere la noia, per misurare la catena che ci costringe e saggiarne la ferrea consistenza.
Teatro dell’assurdo, situazioni paradossali, ai confini della realtà, piani narrativi ed esistenziali che s’intersecano. I deliri d’ognuno che deflagrano. Volti che trasfigurano. Gli ingredienti potrebbero suggerire un bel racconto, magari lasciandosi ammaestrare da Julio Cortàzar del quale sto leggendo una bellissima antologia riscoperta durante questi faticosi giorni d’inizio giugno.
            Cibo e letteratura. Ci stanno proprio. Vino e poesia. Altro abbinamento riuscito. Come tutti ho i miei luoghi preferiti, dove andare a concedermi un pranzo od una cena come di deve.
            - Ti posso fare una domanda? – chiede guardandomi, Paola, la collega di Arte. Stupore. Ci conosciamo, certo, come si conoscono i colleghi di lavoro, spesso con diffidenza gattesca. Attendo l’affondo. – Tu hai la faccia del buongustaio! – aggiunge seria. Sono colto nella considerazione ed anche sorpreso: mi ha fotografato. Amo la buona tavola e le cantine ricercate . – Non sapresti indicarmi qualche posto dove andare a mangiare? – domanda con molta calma. - Sai, sono stata, non tanto tempo fa, al Caffè Ristorante Impero di Sizzano, – spiega Paola, tra un inserimento e l’altro di voti nel bizzoso computer.

Sizzano - cartolina d'epoca

            - Come ti sei trovata? – interrogo curioso. Una donna che parla di cibo è insolita, soprattutto se ama mangiare bene ed accompagnare le pietanze con i dovuti bicchieri di vino, come mi ha fatto capire in altra occasione, quando parlammo di vini: consigli di classe del mese di aprile, forse.
paniscia alla novarese
            - Veramente bene! – giudica con estrema serietà. Penso alle portate tipicamente novaresi del locale, al fatto che a gestirlo sono donne, alla paniscia, il caratteristico riso con le verdure e non solo, tradizione della pianura piemontese, occasione di campanilistica contesa sulla ricetta tra Novara e Vercelli: un sogno mangiarla buona e secondo i dovuti crismi.
            - Eccezionale…è a Novara che non mi ci trovo…- accenna. La nostra città è una piazza non semplice, infatti si va dalla sedicente trattoria al ristorante da minimo 80 euro a capoccia, bevande d’ogni genere escluse, s’intende.
            - L’Osteria san Giulio? – propongo.
            - Alla Badia di Dulzago?
            - Si.
            - Beh..anche li…
Badia di Dulzago
            - Se penso a quegli agnolotti alla piemontese…al sugo…altro che scrutinio e stì cavolo di voti da mettere a sistema! – Con la mente sono in un nano secondo alla Badia. Bello giungervi da Sologno quando il complesso si scorge maestoso sulle prime propaggini collinari, dopo che sei uscito dalle brughiere che ombreggiano il corso dell’Agogna. La suggestione aumenta in tarda primavera: dopo l’allagamento, le risaie e fungono da specchio naturale. Bella in inverno, con le foschie che aleggiano sui campi brulli e gerbidi. Si mangia proprio bene all’Osteria san Giulio, con quei bei tipi dei gestori, classici novaresi, pronti a colloquiare amabilmente con i clienti come a scherzare. Il caprino…condito, fresco. Gli antipasti: lardo e combriccola. I dolci: mia moglie definisce la crema catalana che servono, la migliore che ha assaggiato.
            -  S’è rimesso a funzionare.
            -  Cosa?
            -  Questo aggeggio, - picchietta Paola sul monitor surriscaldato. “Non sono supporti tecnici, questi,” penso. Quando ci trasformavamo in bravi amanuensi, le pagelle le scrivevamo in nemmeno mezzora, ora…il sistema collassa appena viene sollecitato da un carico di lavoro normale. La rete zoppica, le connessioni cadono. Maledizione! Pensare che amo parecchio anch’io smanettare col PC.
Mezzomerico
            - Osteria Elena. Mezzomerico? – domando ansioso di tornare nelle mie elucubrazioni culinarie e paesaggistiche, dato che, per me, il mangiar bene richiama il paesaggio e l’ambiente circostante: è un fattore culturale.
            - Anche li…si: ma di nuovo? – incalza la collega.
            - Io sono molto difficile! Non mi accontento. Se non trovo la giusta combinazione coi vini…certi posti…Lo scoiattolo. Carcoforo, - eccoci nuovamente. Gira e rigira torno sempre in fondo alla valle d’Egua, un ramo secondario della Valsesia. Villaggio ideale d’Italia secondo Airone, oltre 1400 metri sul livello del mare. Poco più di quaranta abitanti. Verde smeraldino e roccia. Antica terra Walser. Un paradiso, per gli orsi come me.
            - L’ho già sentito, - fa Paola fermando il ticchettio delle dita sulla tastiera.
            - Fino a qualche mese fa era un posto da veri buongustai. Una stella Michelin, prima che lei se ne andasse! – spiego.
            - Come come?
            - Moglie in cucina: bravissima! Marito in sala, cortese, premuroso. Sommelier di professione, poi ristoratore. Cantina da spasimo. Sembra che lei, da un anno circa ad oggi, se ne sia andata e non chiedermi il perché.
            - Allora? – incalza.
            - Allora non ci sono ancora tornato anche se le critiche sembrano positive. – Che cene! Il carrello dei formaggi con quel bendidio offerto con sagacia: Castelmagno, tome stagionate, creme mantecate alle erbe, miele come accompagnamento, confetture, composte. I dolci? Dopo il menu degustazione e qualche abbinamento vinicolo oculato, sempre suggerito da lui, il patron, Pieraldo Manetta: una tentazione alla quale era un peccato non cedere. Si finiva col caffè della nonna, ricetta segreta e le obbligatorie lacrime di grappa, spesso centellinate scambiando due chiacchiere col padrone. Scendere per il serpentone della valle non era per niente facile, dopo, senza una lunga passeggiata tra i larici e nel silenzio della natura a contemplare.
 
Lo Scoiattolo

            Che posto. Sperduto. Selvaggio, come la Val Sermenza della quale la val d’Egua è un prolungamento naturale, dopo Rimasco ed il suo lago. Un luogo adatto se devi scrivere e leggere, stare con la tua donna, perderti nell’infinito della natura per rinunciare al mondo, con infinito piacere.
            - Non abbiamo inserito il comportamento! –
Carcoforo - Valle d'Egua
            - Cosa? – non so più dove sono. Mi sento smarrito in un incubo. Siamo qui da tre ore per non giungere a capo di nulla. Ho trangugiato una ciofeca di espresso macchiato preso alla macchinetta, altro che caffè della nonna! Mi sono consumato gli occhi a compilare tabelle, tabellini e tabelloni, fare medie, percorso qualche chilometro lungo la tratta sala insegnanti-segreteria, in panne peggio di noi e che altro dire…buon appetito!

Per chiarezza. I quattro ristoranti descritti esistono veramente ( il web è ricco di informazuioni in merito), così come sono autetici i protagonisti della breve storia qui raccontata. L'invito è provare per credere (scontato). I posti, comunque, valgono la fatica di un viaggio!