venerdì 15 marzo 2019

Sistemare libri...

Sistemare i libri. Un delirio, quando ti rendi conto di averne acquistati veramente tanti e troppe volte senza un preciso criterio. Ma esiste un criterio nell'economia dell’acquisto dei libri e della lettura? Per quanto posso affermare, di piani di acquisto e di progetti di lettura ne ho stesi tanti nel corso della mia vita e nemmeno uno sono riuscito a rispettarlo. Parto sempre con un grande entusiasmo lasciandomi trascinare dall’euforia della scoperta e poco dopo mi perdo cedendo a facili innamoramenti provocati da articoli, pubblicità e quanto altro di opportuno per stimolare la curiosità e invogliare alla spesa. Qualcuno ha detto che soffermarsi sulle letture di uno scrittore sarebbe come osservare un cuoco quando mangia, anche se sono molto d’accordo con questa affermazione. Alcuni cuochi sono stati trasformati in autentiche star del piccolo schermo e immaginarli impegnati a rimpinzarsi con quanto capita loro a tiro non risponde al brand che si sono cuciti addosso. Devo confessare di non sopportarli troppo e come loro tutti quegli scrittori che si aggrappano troppo all'immagine che si sono creati trasformandosi in tuttologi impenitenti oltre che onnipresenti e perfettamente vestiti. Così come non mi troverei a mio agio in una cucina tirata a lucido e asettica quanto una sala operatoria, allo stesso modo non amo le biblioteche patinate dove nemmeno un volume risulta fuori posto e sono esclusivamente presenti edizioni prestigiose e rare. La biblioteca è un luogo privato, una dimensione altra rispetto al mondo. In questo bardo cartaceo si deve poter sperimentare la sospensione e l'apertura su mondi infiniti pullulano milioni di vite. Dentro queste coordinate spazio-temporali la polvere che assale i volumi si trasforma nel supporto ideale per la scrittura di emozioni che altrimenti rischierebbero di rimanere impigliate nel banale della quotidianità.
Libri. Ecco da dove sono partito. Una biblioteca, come sicuro lido di approdo. Come costruirla? Come riordinarla?
Con i soliti buoni propositi. Li stessi che si pone lo scrittore quando tenta di seguire un progetto senza la pretesa di compilarlo perché è già una vittoria gettare in avanti le nostre umili aspettative.

mercoledì 12 dicembre 2018

Considerazioni inattuali - Insegnare

Che cosa vuol dire insegnare? No di certo il solo e semplice trasferire delle nozioni. Se riduco a questo la funzione dell’insegnante sono finito ancora prima di avere cominciato, perché oggi le nozioni sono a disposizione di chiunque anche se il problema rimane quello di saperle organizzare e di fare sintesi.

Queste mie considerazioni inattuali cominciano con l’andare alla radice dell’etimo, anche se qualcuno suggerisce di non indulgere troppo in questa pratica linguistica. In-signare. Sempre dal latino. In, dentro, su. Signare, segnare, imprimere, fissare, da signum, marchio, sigillo, segno. La definizione che si deduce dal greco eg-charréssein è ancora più diretta e significa incavare, imprimere.
Il nostro verbo, nella sua accezione greca, assume toni materiali richiamando direttamente ad un’attività di carattere artigianale, per questo il rinvio al concetto di poiéin non rimane per niente fuori luogo. Spostarsi sul versante del fare, a questo punto, non si presenta per niente come un azzardo semantico e va trattato con estrema attenzione.
I miei alunni, discenti se voglio mantenere aulica la discussione, secondo questo punto di vista sono il materiale umano sul quale lavorare con perizia artigianale seguendo i dettami del fare senza strafare. Una materia prima, grezza quanto si vuole, ma sempre un elemento originario, meglio, originato, segnato ancora da una certa purezza e duttilità.
Su una materia di questo genere, spesso non una tabula rasa come alcuni pensano, ma al contrario carica di un certo innatismo e di un vissuto, occorre agire con estrema cautela soprattutto oggi quando tra le giovani generazioni ed il mondo degli adulti sembra essere stato sollevato un ulteriore velo di Maya. L’incomunicabilità è imperante e non servono a nulla le appendici tecnologiche dietro le quali ci nascondiamo nel vano tentativo di azzerare la distanza che ci separa da loro. La questione ruota attorno al fatto che mi dimentico appena abilitato all’insegnamento che fino a qualche tempo prima anch’io sono stato dietro ad un banco e ho dovuto sostenere una serie di prove prima di essere giudicato idoneo allo svolgimento di una funzione assumendo un ruolo che ai nostri giorni in troppi non riconoscono preferendo rivestire parti che non competono in un determinato contesto.
Insegnare è un problema di relazione. Il lavoro, un segnare nell’altro un qualcosa che dovrebbe permanere nel tempo. Se non sono stato a mia volta insegnato e non ho avuto la ventura di incontrare dei maestri, cosa mai potrò insegnare a mia volta?
Insegnare significa porre un segno, fornire delle indicazioni, tracciare una mappa, ma se non ho prima sperimentato il percorso che tento di illustrare, non so quando come e dove vanno posti i segni. I segnavia che tracciano i sentieri in montagna sono un esempio eloquente: devo conoscerli se arrivo a propormi come guida. Inoltre, insegnare produce un solco profondo, una sorta di cicatrice culturale che se sbagliata nel suo posizionamento deturpa anziché individuare.
Per il sottoscritto, l’azione dell’insegnare, o il gesto in alcuni casi, passa attraverso la mia incapacità di farlo rimanendo filtrato dall'osservazione della mia impotenza. Se mi comprendo come inadeguato e, perché no, impotente davanti ad una classe in tumulto, dalla mia condizione posso azzardare la visione di avere di fronte degli esseri umani in potenza, grossolani, ma al mio stesso modo inadeguati. Il problema è che l’accellerazionismo cibernetico ha ormai compiuto il suo nefasto progetto disumanizzante. 
E noi come rispondiamo? Introducendo nella scuola lo spettro del marketing, perché si deve produrre, ma non fare, del managerismo galoppante per essere competitivi a colpi di progetti, open day, viaggi d’istruzione, classi senza aula e tra non poco scuole senza aule. In tutto questo delirare l’aspetto umano viene meno facendo scivolare i ragazzi in una massa informe e disinteressata e la schiera degli insegnati in una nebulosa di posizioni che vanno dalla stanchezza deprimente all’ideologismo rampante, ma tutto sempre appesantito dall'inconsapevolezza della gravità del momento.

martedì 5 luglio 2016

Poche parole...

Poche parole,
la matita spuntata
dalla stanchezza
non riesce a trattenere
le emozioni
e solo il tempo che scivola
scrive il diario della passione.
Nel malessere rintraccio
il sentiero originario
spesso interrotto
da gradevoli radure.
Li il riposo è d’obbligo
ed è in quel silenzio
che mi domando perché
il Signore è sempre
in collera col sottoscritto.
Sarà che mi sono convinto
di non piacergli se non
di ripugnarlo, ma è in quella
pace che trovo la dignità
d’essere un insetto tra i tanti
che pullulano il pianeta:
questo è il nuovo inno
al sacrificio che canto.

mercoledì 29 giugno 2016

Il senso del Tutto

Il senso del Tutto. I saggi lo hanno inseguito e ancora lo inseguono. Io vorrei superarlo, il Tutto, sfuggirgli, ma io sono questo, mi sento ripetere nel silenzio.
         Che cosa si muove in me? Che cosa cambia al punto che il Tutto mi scorre dentro e io scorro nel Tutto con quella che è la possibilità della mente sostenuta dalla forza della ragione?

         Al mio ego non piace sentirsi parte del Tutto. Ma esserne abbracciato non è questione di piacere o dispiacere, non comincia chiedendo permesso. Il Tutto irrompe nell’attimo della comprensione quando l’orizzonte si dissolve improvvisamente nella luce della comprensione e il respiro del Tutto pervade ogni ente.

domenica 26 giugno 2016

Sogno e delirio

Mi tengo a galla in questo giorno di caldo. I fantasmi della notte tentano la luce senza situazione del pomeriggio. La voglia è di essere altrove per evitare la sete di presente che la pesantezza inaridisce come una fonte dispersa nell'arsura. E' in questi momenti di delirio che sale dal profondo il canto dell'odio verso l'estate.
So bene quanto la moltitudine ami il caldo asfissiante. Conosco a fondo la mania del sole sulla pelle, dell'esposizione esibitoria di corpi e carni d'ogni genere, tipo, forma ed età. Vivo difeso ancora da un certo pudore per cedere allo sfoggio della mia fisicità che tende alla pinguedine. Sarà colpa del mio snobismo intellettuale, ma amo il vuoto delle spirito, l'unica dimensione dove il torrido non riesce a penetrare lasciando intatta la frescura evocata dal niente.

lunedì 20 giugno 2016

Metacritica della quotidianità

MDQ

Cosa c’è di meraviglioso in questo mondo?
         In questo mondo c’è di meraviglioso il fatto che non ci sia più nulla di cui meravigliarsi.

         Nel mondo, al contrario, la meraviglia è la scoperta che permette di andare avanti.

Qualche verso sparso (dopo tempo)

Un giugno di pioggia
su rose disfatte
è il mondo che passa,
dico senza troppo crederci,
una legge schifosa
che nemmeno permane,
concludo scarabocchiando
queste parole.

Sembra che tutto debba mutare
anche se il vuoto del ripetere
schiaccia ogni pensiero,
ma si sa, quello che conta
è il coraggio di dire basta
col sudiciume indifferenziato
dell’ipocrisia: meglio un respiro
profondo per prendere fiato.