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sabato 24 ottobre 2026

Von Himmel hoch...


Sono senza ritegno. Scrivo ovunque. Anche in questo momento. Gli appunti per queste parole li ho presi riempiendo i pochi spazi bianchi su fogli fotocopiati con il modello CU 2026. Un supporto prosaico, certo, ma che un minimo di humanum può nobilitare quanto basta. Prima ho abbozzato alcuni versi – che mi sono sembrati buoni – poi, dove ho potuto, questa riflessione. In sottofondo ho messo il primo dei quartetti per archi composti da Hindemith, perché quello che cerco è l’isolamento dal mondo necessario per ritrovare l’equilibrio dell’esserci dopo una notte di sogni che rammento vividi e ricchi di dettagli.

Paul Hindemith

La penna scorre, ma questa è un’ovvietà nemmeno troppo originale, tantomeno un vezzo poetico. Ora sto battendo sui tasti del laptop e, di conseguenza, la relazione con i supporti scrittori muta, ma non la musica lasciata in sottofondo. Hindemith rimane. L’intreccio armonico delle parti porta lontano la mente. Lascio che insegua le note emesse dagli strumenti. È quello che cerco. Basta veramente poco per vivere un istante di presenza. E allora, perché non richiamo quest’opportunità più spesso nella mia giornata? Dovrei avere interiorizzato che la meditazione deve vivificare ogni momento della quotidianità perché il pane sia realmente quotidiano.

Faccio seguire a queste brevi impressioni i versi composti lungo questi ultimi giorni. Li consegno liberamente a chi li vorrà leggere, come liberamente li ho scritti inseguendo le sensazioni che li hanno suggeriti.


Sento ogni gesto dal mattino

Pioggia che scende nella notte

Così seguo il suo picchiettare

Come intermittenza del cuore

Lasciano andare anche le gialle foglie

E il respiro m’accoglie nel silenzio

Si sta come d’autunno quando l’estate

Ormai non lascia traccia come anch’io

Umilmente tento di fare

           

 




 


 

domenica 12 aprile 2026

Meditazione su Giovanni 20, 19-31


Su Giovanni 20, 19-31

 Anche quest’anno sono tornato a Tommaso, il mio «gemello»[1]. Lui non c’era quella prima sera, a porte chiuse. Nessuno sapeva dove fosse andato. Scomparso agli occhi di tutti. Scomparso come vorrei scomparire anch’io, per ritirarmi nel silenzio della contemplazione.

Quando gli raccontano dell’apparizione del Maestro, risponde con una frase che colpisce e che, allo stesso tempo, invita a pensare: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito… non crederò». Un ricatto morale per tentare[2] il suo Signore e provocare nuovamente il miracolo?

E invece Gesù , contro ogni umana aspettativa, non lo riprende. Otto giorni dopo torna, va proprio da lui, e gli dice: «Metti qua il tuo dito… e non essere più incredulo, ma credente!». Per anni ho letto queste parole come un rimprovero, un’ammonizione. In realtà sono un invito alla docilità, a lasciar fare ancora una volta al Signore. A permettere che le cose vadano come devono andare. L’abbandonarsi a Colui che è in grado di rialzarmi dal torpore soporifero della quotidianità. Non devo dimenticare che la risurrezione di Tommaso accade l’ottavo giorno, sempre il primo dopo il sabato. Risurrezione. Certo, perché di questo si tratta. Gesù prende la mano di Tommaso, lo conduce fuori dal dubbio, lo rialza dalla sua condizione. Quante volte vengo rialzato senza nemmeno rendermene conto?

La verità dei fatti è che Tommaso non chiede segni spettacolari, chiede di poter toccare le piaghe. È la sua onestà intellettuale a domandarlo: non vuole una fede di seconda mano, costruita sull’esperienza altrui, elaborata su parole che potrebbero scadere in dicerie. No! Vuole incontrare il Crocifisso risorto in carne e ossa. E proprio questa sua «incredulità» diventa la porta per la più grande confessione di fede di tutto l’Evangelo: «Mio Signore e mio Dio!». Nessun altro prima di lui aveva chiamato Gesù «Dio». Tommaso capisce che in quel corpo trafitto abita il Divino. Il suo dubbio non è stato un rifiuto, ma la ragione di una ricerca appassionata. E Gesù non solo lo accoglie, ma lo guida ancora una volta.

Voglio essere sincero e onesto: io sono come Tommaso. Ho il bisogno di vedere, di toccare, di capire. Spesso mi sento in colpa per i dubbi che mi scuotono. Ma non devo dimenticare che l’Evangelo insegna che il dubbio, quando è sincero ed umile, può diventare il motore di una fede più adulta. Dio non ha paura delle mie domande. Anzi, le aspetta. Perché una fede che non viene mai messa alla prova è una fede fragile, che crolla al primo vento di questo mondo, una fede della quale non sono in  grado di rendere ragione.

Tommaso mi insegna a non accontentarmi di una religiosità superficiale, ma a deporre ai piedi di Gesù le mie ferite e le mie domande. Mi chiede di imparare ad andare oltre giudizi e pregiudizi. Quando riesco a farlo, Lui si fa incontro. Non sempre mi permetterà di toccare le sue piaghe, ma so che mi darà segni sufficienti – nell’Eucaristia, nella Parola, nel volto di una sorella o un fratello – per poter dire anch’io: «Mio Signore e mio Dio».

Questo accade perché Tommaso non si conforma al resto dei discepoli. Vuole andare oltre. Il suo è un chiaro agire nella libertà della ribellione al consueto, al non accontentarsi di quanto detto, alla presunta autorità di chi ha visto. Un antidogmatismo ante litteram. Il suo è un desiderare profondo che lo conduce all’abisso del riconoscimento di Gesù come Dio. È la testimonianza di quella straordinaria possibilità che è l’incarnazione vivificante e profonda dello Spirito.

 



[1] Tommaso è spesso interpretato come il "gemello" di ogni credente, rappresentando il passaggio dalla sfiducia alla fede. La sua figura incarna la doppia anima presente in ogni persona: il credente e il non credente che dialogano interiormente. Questa interpretazione, profondamente umana ed esistenziale, intellettualmente onesta, piaceva molto a Carlo Maria Martini. Alcune tradizioni apocrife (come gli Atti di Tommaso) lo citano come gemello di Gesù, questo per indicare una loro stretta somiglianza spirituale così come la propensione a dare la vita per il Maestro. Interessante lo spunto interpretativo che si deduce da Alcuino di York (VIII secolo) quando afferma che il significato di Didimo può essere reso con gemello o abisso. Spesso la fede, che definiamo come mistero, appare come un abisso. Tommaso d’Acquino, nel suo commentario a Giovanni, definisce l’abisso come oscuro e profondo. Sulla base di questo posso affermare che la fede è oscura in quanto spesso non si comprendono razionalmente le ragioni del credere e per il fatto che illumina le profondità del mistero.

[2] Il riferimento è a Deuteronomio 6, 16 e la conseguente ripresa di Matteo 4, 7 e Luca 4, 12. Devo ammettere che si tratta di citazioni sempre intriganti. Fino a che punto si può sospingere la tentazione nei confronti di Dio? Ma Dio si lascia tentare? La questione è certo inscritta nella tentata tentazione, ma anche nella sempre possibile spiazzante risposta da parte di Dio. Mi domando se anche un’insistente preghiera di domanda o intercessione non sia da leggersi come una tentazione.


 

giovedì 24 novembre 2022

Penso (e vorrei sbagliarmi)

 


Penso (vorrei sbagliarmi) che Il cristianesimo vada vissuto nel cuore, invece di ostentare, chiedere riconoscimenti. La tentazione dell'essere religiosi, devoti, è stata sempre l'ipocrisia, indossare la maschera. E' la mancanza di fede che sostituisce Dio al proprio io.

J.H. Newman

Il cristianesimo, quello autentico, radicale, ha un volto discreto quando si mostra nell’accoglienza del prossimo e di sé stessi. Il buon samaritano non dice nulla riguardo l’opera di soccorso prestata. Non ostenta la buona azione compiuta, ma si dimostra pronto ad aggiungere, qualora ce ne fosse bisogno e non solo dal punto di vista materiale ed economico. Il clamore delle piazze non è dell’essere cristiani, ma facile preda di indebite appropriazioni ideologiche. Quando affermo che l’essere cristiani è una condizione di vita, una qualità dello stare al mondo (questo), sento di non blaterare facili comprensioni, nemmeno un fin troppo semplice slogan. La discrezione mi aiuta ad evitare l’ipocrisia del falso moralismo e del politicamente corretto, la maschera compunta del pio credente e del ministro ingessato da ritualismi e rubricismi, magari vagamente tradizionalista. La devozione è una trappola perché, senza attenzione, si tramuta nella mia devozione[1] (o nelle mie devozioni, private, personali, cucite su misura) andando ad amplificare la risonanza dell’ego che si gonfia con questa falsa religiosità anziché riempirla con il suo significato: consacrarsi a Dio abbandonandosi alla Sua misericordia e provvidenza. Al contrario la devozione si svuota divenendo una pratica ripetuta di gesti, un’abitudine spesso segnata da comportamenti compulsivi ed intolleranti. La devozione dovrebbe essere accolta come una pratica, dunque lo strumento necessario alla ricerca della fede e non lo scopo del mio tentare di essere devoto solo per illudermi con una vaga sensazione di sicurezza.



[1] Da devoro, latino devòtus, da devovère  promettere attraverso un voto, consacrarsi a Dio.

sabato 25 gennaio 2020

Memoria e verità




La storia non si dovrebbe ripetere, Ma è inutile dirlo quando l’ignoranza sta riportando alla luce spettri inquietanti. La deriva del nazionalismo religioso è un morbo virulento e atroce perché si forma con l’ibridarsi di due ceppi: la ricadute verso modelli di autoritarismo becero e populista; la dilagante ignoranza del Vangelo, della Parola di Dio in genere (ignoranza biblica) e, di conseguenza una conseguente disarmante ignoranza di Cristo.
Fare storia vuol dire rendere memoria della verità. Ogni possibile cammino di riconciliazione, da non intendersi sempre come confusione e sincretismo, deve essere progettato e costruito sulla riscoperta consapevole delle proprie origini, dunque di quello che si è, armonizzata sulla condivisione della verità qualunque essa sia, attraverso la consapevolezza del dialogo.
Senza una coraggiosa ricerca della Verità, ed una sua percezione come esperienza strutturata e strutturante, la malattia dell’ideologismo rimane sempre in agguato. Ecco perché sarebbe opportuno principiare dal mondo cristiano cattolico, viste le responsabilità storiche accumulate (e per alcune delle quali è stato chiesto scusa), riscoprire un ordo veritatis modellato sul fondamento di un ordo amoris. Non devo dimenticare mai che solo amore e verità conducono a Cristo e alla fede nel possibile.

sabato 18 gennaio 2020

Oropa

Non ricordo con precisione, ma l'ultima volta che sono salito al Santuario di Oropa risale a oltre quindici anni fa. Rammento che era estate, di sabato e in occasione di uno dei ritiri mensili della comunità diaconale della Diocesi di Novara. I cortili erano affollati come la Chiesa Vecchia. Il sole era alto. Una luce intensa avvolgeva l'intero complesso e le montagne attorno. Poi i canti durante la messa, l'incontro con il rettore. Il pranzo. Certo, perché si prega assieme, in queste occasioni, ma si condivide anche la tavola nel tentativo di fare umanità anche quando è difficile il solo provarci. Questi sono i ricordi, tra i quali riemergono le parole dette e pregate, i confronti e le aspettative davanti all'incognita del ministero.
Oggi è stato diverso. Diverso sotto ogni aspetto. La luce, ancora, la neve, il freddo pungente, la bellezza delle architetture (che ho gustato nella loro grandiosa bellezza e armonia rammentando quanto la tradizione racconta in merito a piante e misure che richiamerebbero il Tempio di Gerusalemme), le associazioni fluttuanti della mente. Camminando ho ricordato a mia moglie 'Alpi e santuari' di Samuel Butler, le lenzuola stese ad asciugare sul prato, il lavoro delle donne che accudivano i pellegrini in visita al santuario e ho immaginato. Immaginato tanto sperando di portare a casa qualcosa di più sottile assieme alla voglia di raccontarlo. Cercavo da giorni una simile occasione e senza troppe volute retoriche, con un minimo di fatica esistenziale, l'incanto s'è mirabilmente proposto nel silenzio interiore della pace.

Ora, mentre scrivo, avverto ancora la sensazione buona che ci ha accompagnati in questa visita. Sono i particolari a riemergere sempre differenti, ma è su questi che si contrappunta la fuga delle sensazioni, e un santuario mariano, se visitato e scoperto con la giusta disponibilità, schiude al cuore le profondità del trascendente. Come per miracolo si viene a creare una condizione oggettiva ed è quanto basta per far sì che la vita ritrovi un peculiare equilibrio.


Le montagne evocano la verticalità, l'anelito al cielo. I volumi degli edifici la materia colta nel divenire. Il respiro che cattura l'aria leggera dell'altitudine segna il ritmo del cammino che sale. Prima sono le grandi scalinate, La porta scenografica di Juvarra. I giochi dei vuoti e dei pieni indirizzano lo sguardo che tenta sempre di andare oltre i confini disegnati dalle prospettive. Poi è il momento dell'emozione, quella che scuote anche se lieve nel suo pulsare.Affacciarsi al sacello della Madonna Nera ha un suo sapore. 


Ricordo la Santa Casa di Loreto, un breve pellegrinaggio compiuto un pomeriggio d'estate quando assieme a Marco ho lasciato le distrazioni delle spiagge di Porto Recanati per una parentesi di preghiera. Forse tutto ha preso forma durante quei momenti. Potrebbe. In fondo, la vocazione è un addentrarsi nel mistero per  tentare di ascoltare un richiamo che rimane modulato su frequenze lontane dagli affanni della quotidianità. Solo oggi, dopo che lui se ne è andato distaccandosi definitivamente da queste mondo di sofferenza (non a caso la Parola di Dio definisce il nostro pianeta una 'valle di lacrime'), sento quanto l'impegno di pregare io per lui e lui per me ogni sacrosanto giorno, altro non abbia fatto che rinsaldare un legame spirituale che cresce sempre più forte. La comunione dei santi è una possibilità autentica, non una mera illusione. La sua verità si misura con l'umiltà di accogliere su di sé le proprie miserie umane, i limiti, le incapacità e tutte le inadeguatezze. E' il timore di Dio che prende forma donando quella libertà che solo il dolore cosciente permette di guadagnare. Pregherò ogni giorno per lui, fino alla fine del mio tempo perché so che lui sta pregando per me, per sempre.

Un cappuccio. Un the. Qualche vezzo. Dopo il freddo e la contemplazione, un minimo di calore. Per me e per Giovanna è un attimo di equilibrio, quello che ci siamo concessi. Breve, d'accordo, ma le misure umane del tempo non contano nell'economia dell'Eterno.

Amen dico tibi: hodie mecum eris in paradiso.




uesta cittàè




sabato 9 marzo 2013

La scuola che vorremmo

immagine dal web (protesta!)

Le esperienze che si vivono da insegnanti, quando ci mettiamo la giusta attitudine, possono essere umanamente straordinarie (senza retorica).
In un momento di grave crisi come quello che siamo costretti a vivere, non è detto che le idee più stimolanti non possano arrivare dalla fantasia dei ragazzi.
Ammettiamolo! Le nostre classi sono sempre più difficili. La disciplina sembra essere stata dimenticata come l’idea di educazione. La didattica messa da parte, sostituita da una valanga di progetti spesso inutili e onerosi in materia di tempo e risorse.

La strutture scolastiche sono fatiscenti (e non solo al Sud). Gli arredi scolastici inadeguati. In una mia classe, alunni di seconda media, alcuni alti e corpulenti, sono costretti in banchi da scuola primaria inadatti per ogni tipo di attività (sulla stessa superficie affrontano il lavoro su tavole di arte e tecnica con risultati facilmente immaginabili). Altro? Il caldo infernale a causa di un impianto di riscaldamento desueto e ingestibile che divora metri cubi di gas metano senza un minimo criterio e razionalità nei consumi (poi educhiamo al risparmio!). Anche con nebbia e galaverna, fin dalle otto del mattino siamo costretti ad aprire le finestre per dare sollievo agli alunni, obbligati a rimanere in maglietta a maniche corte, oltre che ingollare litri d’acqua per placare l’arsura.
Con ambienti del genere, i soliti colleghi illuminati, sono convinti di ottenere il meglio! Per questo a scuola sei ore filate.

Ma loro, i ragazzi, che scuola vorrebbero?
Talvolta mi capita, lo confesso, di seguire l’ispirazione e catturare l’attimo.
Proprio ieri, venerdì 8 marzo (sic!), all’ultima ora (13-14!!!), in una seconda particolarmente vivace, il dibattito si è focalizzato sulla questione scuola. Non è un paradosso. Siamo partiti dall’idea di comunità. Cos’è? Quali sono le sue dinamiche?
Questa seconda è una classe che fa gruppo (lo sanno e ci marciano). Una classe che, se non tenuta, deborda in un rumore infernale (casino, come dicono loro). Ma se guidata, stupisce!
“La comunità è un luogo dove ti senti accolto!” La risposta di Asia. Un risveglio, per me, queste parole.
Loro sanno quello che vogliono, allora. Una scuola dove puoi stare bene. Dove alunni e docenti sono una comunità educativa e formativa. Dove le responsabilità vengono condivise nell’ottica di un bene comune in grado di far crescere ognuno secondo le proprie caratteristiche umane e potenzialità intellettuali.
Invece gli propiniamo modelli scolastici dove si parla solo di valutazione, dove si esercita il potere del voto in maniera ottusa, dove si riempiono i registri con romanzi di note senza sapere che quello che conta, nella correzione, è il saper costruire una relazione con i ragazzi, prima di bastonarli duramente con provvedimenti alla Pinocchio. Per non parlare del bullismo…Un fenomeno che ha contagiato anche qualche collega idiota!
Vorrebbero una scuola agile, dove sono gli alunni a cambiare classe e non gli insegnanti costretti a odissee quotidiane. L’aula di scienze dove il docente ti attende con tutto quanto necessita per la lezione. Dove il prof può lasciare il suo materiale evitando i cassetti loculi dove infiliamo di tutto e di più così che, quando arrivi a giugno, esplodono.
L’aula di lettere! Libri, anche se sembrano fuori moda. I Pc, le Lim, va bene! L’aula per le materie artistiche: grandi banchi, gli immancabili lavandini per sciacquare pennelli e piattini vari, lavarsi le mani dopo avere usato carboncini e tempere. Invece…Già detto e scritto: lo sfacelo.
Un luogo che accoglie, piuttosto che il mal di pancia quotidiano quando sai che devi affrontare lo spauracchio di chi ha poca dimestichezza con la responsabilità di ritrovarsi in cattedra. E credetemi…I concorsoni  (ma non li avevamo aboliti?) non risolveranno nulla, anzi…Metteranno in cattedra personaggi che con la scuola non hanno nulla da spartire!
Una comunità. Ecco cosa suggeriscono i nostri alunni. Regole poche e chiare, non un ginepraio di norme. Sostegno e risorse, dove le eccellenze non discriminano, ma liberano quello che necessita per il recupero delle carenze.
Un sogno?
No! Un cantiere da aprire.

domenica 20 gennaio 2013

Su Inno a scuola

immagine dal web

Peeepperepèèèèè!!! Udite udite gente. A seguito di scempi spacciati per riforme, le ultime trovate per fomentare un becero nazionalismo fanno cadere le bretelle. I signori senatori e deputati anziché preoccuparsi di porre fine all'infamia del porcellum preferiscono far passare disegni di legge dove vengono imposti inno e bandiera ed inventate giornate ad hoc. Ormai dovremmo avere imparato che vasi inania multum strepunt! Poco importa se le scuole cadono a pezzi, se mancano i banchi e la carta per il cesso, se i genitori devono pagare le fotocopie, se gli insegnanti sono sottopagati e altre amenità, non soffermandoci sull'ignoranza morale e civile che sale. Tutti tranquilli, perchè abbiamo le LIM, le cl@ssi 2.0 .

Verissimo. Ci beccheremo l'inno a scuola e con il diktat di saperlo tutti. Come se la naja non fosse bastata a chi se l'è dovuta smazzare (zaini pesanti e muli cattivi)!L'ultima trovata per rattoppare la repubblica fallita (seconda o terza che dir si voglia) e addolcire la marea di "rumenta"che c'attende dopo le prossime elezioni!

Gli Inglesi hanno "God save the Queen" e "Rule Britannia" quando devono bastonare qualche ribelle fondamentalista o dittatorucolo impenitente. I Francesi "La Marsigliese" che ti gonfia il cuore. I Tedeschi un Inno composto da Haydn. Il Vaticano commissionò a Gounod il proprio salmo nazionale. Quello Russo ancora spacca, quando lo canta il Coro dell'Armata Rossa e fa seguire come bis Kalinka assieme a fiumi di vodka. Il nostro? Beh, avessimo scelto Va pensiero (il popolo sconfitto ed esule)...ma Verdi è troppo alto per la nazione del Grande Fratello e l'Isola dei (falliti) famosi.
Invito a leggere quanto scritto da Filippo Facci (estimatore di Wagner e altra musica colta) riguardo il nostro inno nazionale. So che il soggetto non è un simpaticone, ma almeno ne capisce di note e pentagramma.

La Bella Gigugin, daghela avanti un passo. La Madunina, Ma mì e Porta Romana...O sole mio, Vitti nà crozza, Funiculì Funiculà...non andrebbero meglio? Almeno sono folklore e sana cultura popolare, oltre che essere retaggio di studi antropologici.
Unicuique suum!!!

venerdì 2 novembre 2012

Cartesio docet!

Il rifiuto della cultura umanistica? Dopo una lettura di Lodoli.

immagine dal web

Non so' perché, ma dopo aver letto questo articolo di Marco Lodoli (qui) ho pensato a Fahrenheit 451. Le giovani generazioni non sanno che cosa farsene di Dante, Petrarca, Raffaello, Giotto, Fellini, Visconti etc...? Rifuggono la filosofia, la storia?
Ai miei tempi non è che fosse diverso e se faccio un veloce conto, nella mia classe delle medie, una volta giunti al termine, quelli che hanno continuato gli studi, si contavano su una mano (eravamo 27, in III nel lontano 1978). E tra noi, quelli bravi, quelli da tutte le scuole, non è che le passioni fossero così accese!
Di Marco Lodoli ho letto qualcosa e non mi sono entusiasmato (come insegnante), ma questo è personale, non conta. Quello che mi preoccupa è la sua drasticità. Non interessa più niente, allora fa schifo! Bruciamolo, buttiamolo in cantina.
L'articolo è interessante, utile per un'indagine di mercato, ma con un limite: l'umano dei giovani, il loro profondo, si contatta solo attraverso quel profondo collettivo che è la cultura, magari smerciandola attraverso altre metodologie.
Ecco perché il film di Truffaut! Anche in un mondo futuribile, possibile, apocalittico, quando i libri (per la gioia di tanti) verranno banditi e bruciati in singolari pubblici autodafè, qualcuno che proverà il prurito della lettura magari mosso solo da superficiale curiosità, aprirà, rischiando la vita, un volume qualsiasi, e comincerà a leggere.
Sopra ho scritto che si tratta di una questione di metodo. Come finisce il film? Ogni persona mette a memoria un libro e si presenta col titolo del libro, stesso, non più impiegando il proprio nome e cognome. Bellissimo! Dietro ogni pagina scritta, si nasconde un essere umano dunque, l'umanità come categoria universale (eccola la filosofia tanto vituperata) e profonda, collettiva. Nei meandri dell'interiorità si nasconde e germina lo spirito, quello che ci contraddistingue nell'universo intero (finale di Intelligenza artificiale di Spielberg), quello che pure i tanto famigerati alieni ci dovrebbero invidiare.
Cosa insegnare a scuola? Raccontare noi stessi, se abbiamo vissuto. Impiegando il filtro dell'esistere. Usando il vaglio della quotidianità, dei problemi e dei drammi non temendo di sbattere contro il tragico del mondo. E dopo, attraverso di noi, spendere quel patrimonio umanizzante che si chiama cultura, attraverso la quale ricercare e rileggere il tempo recuperando il senso laddove rimane possibile.
E' questione di metodo! Cartesio docet.

martedì 25 settembre 2012

Bah! del martedì


           Bah! Mi viene da scrivere. Un grugnito che sa di distanze prese, quando non di disillusione totale, ma non inconsapevole.
            Pessoa sosteneva che il poeta è un fingitore, interessante, ma valido per la sua epoca. Oggi, quando tutto è finzione e la finzione ha cessato d’essere un esercizio erudito e di ricerca, il poeta deve essere disilluso dato che da questo mondo non si può aspettare null’altro che disprezzo, visto che la poesia onesta profuma di visione e profezia.
“Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo” (professor Keating – L’attimo fuggente). Bello, peccato che troppi piegano le parole alla menzogna e masticano idee stantie perché di nuove non ne hanno.
Forse in pochi, pochi ma seri, possiamo aspirare ad un qualcosa che sappia di umano decoro. E fatemi il piacere di non scambiare la serietà col cipiglio degli immusoniti e tristi.
Basta cortei di pagani!          
            

sabato 18 agosto 2012

Sogni sognati


Per giorni e giorni ho esercitato l’arte del pensiero, ho volato i miei voli, ho viaggiato i miei viaggi rinunciando, quasi per pudore, al gesto di scrivere.
Ho sognato un sogno, lungo e languido, a momenti flaccido, ma ci sono momenti in un sogno, quando le libere associazioni, l’immaginazione sfrenata e disinibita, prende il sopravvento sulle tremule leggi che la consapevolezza cerca d’incidere sulle tenere fibre dell’essere?
 Ho sognato un sogno e gli incubi si sono mantenuti lontani come nuvole minacciose e nere di tempesta, e l’ansia di vivere s’è dissolta come ghiaccio al sole cocente.
Ora, orso come pochi, vago tra le sensazioni rimaste, come un sopravvissuto alla strage immane del quotidiano, quella che straccia vite programmate e getta nella nudità dell’estasi.
Sembra che il grande burattinaio stia ancora dormendo dopo la scorpacciata d’anime innocenti e l’ebbrezza polifemica donata dal vino forte. Alito da mangiafuoco, spirito da barbablù, demiurgo stolido che usurpa il trono all’Assoluto…l’occasione non deve andare smarrita, quando l’angelo chiama alla rivolta.

domenica 20 maggio 2012

Cosa dobbiamo (possiamo) fare?

Un forte senso di rabbia, per quello che accade. Per l'innocenza tradita da mondi ostili e che altro non fanno che distruggere la bontà profonda della vita, quella bontà che si cerca di narrare malgrado le macerie fumanti, ma che troppi rifiutano perché una bontà scomoda.

Mi ritorna una domanda di Tolstoj: cosa dobbiamo (possiamo) fare?


La voglia, oggi, è di prendere, fare le valige ed andarsene. Questa nazione puzza di morte e di complotto anche se, come ho scritto sopra, molti (troppi) rifiutano questa verità per pensare alle spiagge, al sole, al caldo del mare, alle vacanze...

Purtroppo accadde così anche per gli ebrei d'Europa, quando il mostro nazifascista stava fagocitando le coscienze: troppi attaccamenti, troppe case, il benessere, i lavori e le posizioni, i soldi (nonostante le crisi).

Quali spettri stanno minacciando ora la nostra vita?

Non siamo più liberi nemmeno di affidare i figli alle scuole...

Cosa dobbiamo (possiamo) fare?

Insegnare che la vita è un bene troppo prezioso per essere abbandonato all'inconsapevolezza, che il mondo attorno non è uno scenario fiabesco dove i problemi riguardano sempre e solo gli altri...che occorre rimboccarsi le maniche e costruire una dimensione di rapporti umani possibili.

sabato 14 aprile 2012

Finis Italiae (Povera Patria)

immagine dal web
Ecco cosa ci stanno preparando i signori tecnici, e tutto a nostra insaputa!
Per chi ne ha voglia, e per dovere di informazione, andate a leggere il post di Eliotropo intitolato  Fiscal Compact. Lo scandalo Lega. Arma di distrazione di massa.... E' importate sapere come sul web la verità non si ferma malgrado le minacce.
E noi? Noi beviamo le oscenità che ci propinano i mass media asserviti al potere, riguardo una casta alla deriva e marcescente (sono ancora buono) per nasconderci le manovre oscure di un governo sempre più servo del sistema UE.

Non datemi del complottista! Qui non si tratta di fantapolitica e/o fantaeconomia...qui si scavano i baratri per milioni di cittadini ignari ed ancora onesti.

Ieri si è parlato di schiavitù culturale, oggi...variazioni importanti all'art 81 della costituzione: si vuole esautorare il popolo da ogni sovranità!!! Stiamo attenti! L'unico referendum del quale ho sentito parlare, riguarda l'abolizione della caccia in Piemonte (con un costo elevato da caricare alle nostre tasche)!!!

Cosa tramano ABC???

Non mi vengono altre parole. Strano, vero?

Chiudo con questo testo, bello, di Franco Battiato, perché sono convinto che la poesia salverà il mondo!

Povera patria

Povera Patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'e` il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.

Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese e` devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza piu` calore?

Non cambiera`, non cambiera`
non cambiera`, forse cambiera`.

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali,
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.

Non cambiera`, non cambiera`
si` che cambiera`, vedrai che cambiera`.

Voglio sperare che il mondo torni a quote piu` normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli piu` di dittature,
se avremo ancora un po' da vivere...
la primavera intanto tarda ad arrivare.


venerdì 13 aprile 2012

La lingua di Dante???

La barca di Dante (immagine dal web)

Dal 2014, al politecnico di Milano, lezioni in inglese.

Sconcertante quello che annuncia in un suo post l’amico blogger Francesco Zaffuto (Schiavi nella mente).

Ma come? Abbiamo battuto tamburi e suonato fanfare per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e già barattiamo la lingua nazionale per il barbarico inglese?
Per scolarizzare gli italiani abbiamo relegato nel folkloristico delle autentiche lingue (napoletano, veneziano, milanese, sardo…) e forzato generazioni di cittadini ad apprendere la lingua unitaria (mio padre, diplomato geometra, fece fatica ad imparare la grammatica italiana, e parlò dialetto per tutta la vita, sul lavoro). Ed oggi? Oggi, quando una discreta percentuale mastica un italiano quotidiano e decente, malgrado intromissioni tecnologiche, cosa facciamo?

Eccome? Dopo che Manzoni ha sciacquato i panni in a Arno, un buontempone di nome Profumo c’invita a lavare le brache nella Manica (che sia parente di quel Profumo inglese che diede scandalo qualche decennio fa?)? Per non parlare dei costi (tanto pagheremo sempre noi)!
Dove metteremo la lingua di Dante? Dove finiranno tutte quelle sonorità che solo gli idiomi neolatini posseggono? Dove finirà la poesia, allora, e la letteratura?
Che fessi!!! L’inglese di Shakespeare non è quello blaterato oggi in ogni aeroporto dalle Alpi alle Piramidi, dal Mazanarre al Reno, o Singapore e Fiume Giallo! Non dimentichiamo un precedente: quanto i grandi intellettuali d’oltralpe e oltremanica guardarono all’Italia progettando il Gran Tour! Dante, nella seconda meta del XIX secolo, spopolò in Inghilterra (Rossetti, preraffaelliti).

Senza offendere nessuno. Ma per l’orecchio di un greco, tutti gli idiomi stranieri erano barbarici, balbuzienti! Lo so, i greci erano snob e follemente edonisti, ma oggi si esagera!!! Qui chiniamo il capo ad un edonismo anglo-americano (culturale e non) che non ha nulla da spartire con la profondità culturale greco-latina. Provate ad indagare attorno l’etimo di barbaro e non scoprirete nulla di oltraggioso.

Se fossimo veramente figli di Atene e Gerusalemme, sapremmo dare valore alle nostre radici culturali e spirituali evitando di svenderle al minor offerente.

E dove poniamo la forza speculativa di alcune lingue rispetto ad altre?
Il greco è una lingua speculativa. Il tedesco. Il latino, anche l’italiano (con le dovute attenzioni) rende il pensiero, l’astrazione, la possibilità. E la musicalità del francese? Le coloriture dello spagnolo? Ma l’inglese…Aanch’io lo parlo e lo conosco, forse per questo ne delineo i limiti!

Vero. L'Europa unita necessita di una lingua comunitaria, ma...siamo sicuri di avere scelto l'inglese e con popolare referendum?

E non tiriamo fuori che per secoli il latino fu lingua universale! Latino ed inglese sono due mondi differenti e quell'unione linguistica, limitata ad intellettuali ed ecclesiastici (nemmeno retaggio di re ed affini), fu l'opera di un geniale uomo di spirito come san Benedetto da Norcia (pure il venerabile Beda  parlò e scrisse in latino)!

Siamo alla schiavitù culturale?

Meditiamo, gente!

lunedì 9 aprile 2012

...un mio amor già pensando...

Gatto Lupesco (immagine dal web)

Cosa sarà mai tutto questo pensare d’amore? Questo dire che prende e scuote? Questa febbre che non lascia requie alcuna?
Un primaverile malanno. Potrei rispondere, tenuto conto della stagione. E dopo? La ricerca poetica non si può sempre e solo soffermare su donne rincorse, esaltate, schernite, laudate…Oggi contese e violate, sbattute in prima pagina: c’è dell’altro, affermo a me stesso per non impantanarmi nel solito antiquario romanticume (senza nessun romantico offendere) o alla vis moraleggiante e poetica.
L’amore per la donna amata, certo. Quante poesie, ancora oggi, dettate dal trasporto erotico-sentimentale, dal desiderio irrefrenabile di stare assieme all’altra, di possedere…tutto qui (non per la mia donna)?

Per nutrire la mia fame, sono tornato a ricerche erudite. Mi capita, ogni tanto, di indagare a fondo, e non solo osservando dal versante della filologia, opere poetiche appartenenti ad un passato ormai retaggio di pochi specialisti o poeti accorti in materia di ricerca e ispirazione.

Cosa sarà mai l’amore al quale pensa il gatto lupesco?

L’astuzia di chi si mette in cammino. Quell’astuzia che si cela sotto mentite spoglie quali la sprovvedutezza nei confronti di un mondo che sbrana ogni sensibilità umana per nulla (chissà perché penso all’Idiota di Dostoevskij?)

Non mi posso accontentare. Amore,  a mors: che toglie, priva la morte. Di cosa? Di chi? Di me, scrivo senza troppi pensieri. Forse è questo il senso profondo. Una lotta contro la finitudine del tempo e la tenebra della morte assassina e villana. Dunque: per terminare (ora) la questione: perché scriviamo? Perché comunichiamo?

Per non smarrirci nel mare magnum dell’impermanenza che inghiotte...panta rhei os potamòs.

Mi piace pensare che l’amore, il fuoco divorante che non consuma, strappi a tutto questo tragico mutamento, alla turba degli io che urlano, alla legione di identificazioni, al quotidiano…

Chissà che non sia riuscito ad in-esprimere l’inesprimibile.

Pasqua senza più morte, finalmente. Umanissimo pensiero!

domenica 8 aprile 2012

Buona Pasqua (a dimensione umana)

Oggi è la dimensione umana a condurmi lungo il sentiero della riflessione.
Sono uscito presto, come al solito, quando me lo posso concedere. Sparuti incontri, eppure tutti che hanno fatto e ricambiato auguri. Salutato.
Si potrebbe obiettare: causa del luogo! Vedono così poca gente che…Altre scuse, eppure…
Necessità dell’uomo è intrecciare relazioni umane e consapevoli. Ma quando sono possibili?
Quando caliamo la guardia e rinunciamo alla maschera. Quando ci accorgiamo (mi accorgo, devo cambiare registro), di sentire il bisogno di essere riconosciuti come volto piuttosto che persona (sempre maschera).
Appunto, il volto. Il volto è quel manifestarsi dell’esistere che spiazza perché mette di fronte all’oggettività di un essere che va oltre, che supera. E’ quello sguardo che interroga sull’autenticità della vita e che mi proietta in una dimensione dove la distensione è possibile ed i rapporti col mondo mutano.
Il volto apre sulla Vita, quella che scorre eterna senza che ce ne rendiamo conto. Quella che le perversioni della quotidianità seppelliscono sotto un velo di strame e contraddizioni. Eppure lei è sempre li. E scorre, scorre, rotonda infinita sfera (la geometria solida non mente!).
Basta lo sguardo di un bambino, di una persona. Basta un’occasione, per rompere l’isolamento mortale che ci costringe nell’ignavia di coloro che subiscono i più pesanti condizionamenti e vivono l’inedia dell’indifferenza (la nostra pandemia) morale e sociale.

Cammini. Incroci uno sguardo. Non abbassi gli occhi perché riconosci nell’altro il tuo personalissimo ed irrinunciabile inferno, ma saluti. Senti la tua voce che risuona e il cuore si riapre all’esistere, quello stare fuori che permette la contemplazione. Nessuno che viola la mia libertà appropriandosi di me anche solo attraverso uno sguardo di sottecchi.

Ho volato alto. Ho messo speranza. Ho fermato l’attimo. Ma cos’è la Risurrezione se non quell’attimo eterno che rompe la cecità che mi attanaglia?

Se penso a tutti coloro che me ne hanno fornito l’occasione qualche ora fa, beh…il barbuto col cane (come me: barbuto e col cane), gli accaniti del bar mattutino (già qualche caffè corretto giù dal gargarozzo, sigaretta tra le dita), la panettiera…il capostazione della Vigezzina.
Che bello quel “Buona Pasqua” detto così, in tutta semplicità. Quell’augurio che è di tutti, tutti coloro che oggi fanno festa magari lavorando, ma che coglieranno la differenza dell’istante senza tempo.

Buona Pasqua!

mercoledì 4 aprile 2012

Considerazioni d'un viandante ebbro

Ti mangiano anche le mutande, questi quattro bastardi e non basta che a pagare siano sempre e solo i soliti noti. Se c'hai tre cose, poi, pensano spesso che tu abbia in mente di fotterli e giù che t'assaltano con accertamenti. Avanti che t'indagano, facendoti passare come il peggior mafioso lestofante impenitente.
E se scoprono che sei pulito (e hai sempre pagato anche il troppo), nemmeno una scusa per il coccolone che t'han fatto prendere (qualcuno s'è trovato pure in rianimazione), tanto tu a loro, non puoi far niente (per ora).
Cosa dire dunque?

Vive madame la Guillotine!!!

Spiego. In questi tristi giorni, che stranamente coincidono con la settimana santa e dunque di passione, si parla troppo (per i miei gusti) di IMU (maledetto Monti e che il vento se lo porti). Questi geni , non hanno ancora capito che il mattone non produce nulla!!! Mentre sanno che la la casa, per molti italiani (ne esistono ancora?), si configura. nell'immaginario collettivo, come un bene inalienabile (e un diritto). Lo è, poi, visto quanti ne sono possessori e dopo anni di mutui e vampirate varie, lacrime e fatiche.


De profundis...

lunedì 2 aprile 2012

Delle anime buone

Le anime buone del web...Esistono! E sono tutte quelle persone che desiderano una società dove l'ipocrisia venga messa al bando per lasciare posto alla buona volontà del fare.
Ne ho incontrate tante, di queste anime. Molte visitano il mio blog. Io visito i loro. Ci scambiano idee e cerchiamo di farle circolare senza la presunzione di quelli che sono sempre convinti di stare con la ragione (e mai col torto...Guccini). Ci confrontiamo senza troppe cerimonie. Costruiamo.
Qualcuno si nasconde dietro nomi di fantasia. Altri si palesano. Quello che conta è che intrecciamo relazioni (e quando sono reali, fanno paura ai prepotenti del palazzo).
Esistono, e sono sparse  per l'Italia intera. Gente di buona volontà...gente che sogna. Gente che ogni giorno mette mano al lavoro (nonostante qualcuno tenti di negare anche questo diritto inalienabile).

Chissà che un velo di saggezza non ci aiuti a costruire l'arca necessaria per sopravvivere al diluvio (un ruggito vicino). Una nicchia di salvezza morale ed intellettuale, sostenute da una sana voglia di cultura. L'ho detto!

Sottolineo: cultura.

Aldo Moro, spazzato via dalla furia demoniaca di una politica corrotta  (lui era quello del "compromesso storico" e della mano tesa ai lavoratori di ogni colore politico, cattolici e non), disse una cosa. La ricordo a braccio:

Il problema della nostra nazione, è un problema di identità culturale.

Cultura autentica, sana, multiforme nelle diversità, ma profonda e simile nell'umanità.

Un po di speranza, almeno oggi!

domenica 1 aprile 2012

Metafora domenicale

Pinocchio (da Wikipedia)


Freddi calcolatori. Cinici banchieri. Economisti creativi. Uomini (e donne) ormai privi di dignità e senso del limite (la performance della Carlucci con le Iene).
Ne ho viste e sentite troppo durante questi ultimi giorni ed oggi, che e domenica (e non una domenica qualsiasi), tiro le somme di una settimana trascorsa.
La somma vede una cadere nella sofferenza e nello sconforto. Siamo in fondo, anche se ci manca la forza ed il decoro degli spagnoli che hanno manifestato in una moltitudine. Loro stanno rispondendo con le armi della democrazia e del dissenso civile ad un governo di folli (come i nostri), insulse marionette manovrate da un mangiafuoco rivestito a nuovo e residente in quel di Bruxelles (ma il suo alito sa sempre di fogna!).
Noi? Noi stiamo ancora a guardare sperando in chissà quale intervento celeste e intanto la gente muore! Intanto si cede alla disperazione.
Ormai siamo nel ventre del pescecane e...almeno Pinocchio, all'estremo della disperazione, ha scoperto la misericordia verso il padre Geppetto, meritando la carne dell'essere umano (e lo spirito)!

Tagliamo i fili della nostra prigionia!

Poi...questo è un giorno di pace per tutti, credenti, non credenti, dubbiosi...non dimentichiamo mai che la barca sulla quale navighiamo è la stessa.

giovedì 29 marzo 2012

Monti, Nikkei ed il sake...

Sempre le solite notizie radio mattutine. Sempre la stessa ora e lo stesso tragitto (dovrei dire lo stesso figlio adolescente ed incallito). Afferro qualche brandello del discorso tenuto da Monti al centro Nikkei, terra di samurai, ma a lui che importa, tanto avrebbe gettato il bushido nel fuoco.
Un delirio di ovvietà! E pensare che sulle sue elucubrazioni c'ha pure stampato una brochure di 38 pagine. Mi sento una cavia da laboratorio, penso. Strategie, sistemi, risanamento fiscale, tutto sperimentato sulla pellaccia dei cittadini, ma non tutti, è ovvio.
Per non cedere allo schifo ed al vomito (ho ingollato un veloce caffè), mi dico: "Per cantare tutte queste fregnacce si sarà scolato qualche tokkuri di sake di troppo!"
Quanta retorica buttata alle ortiche. Almeno Cicerone, quando intonava le sue filippiche, si faceva sostenere da qualche bravo musicista per meglio colorare di pathos le parole, ma qui...qui la minestra è la stessa e ormai è rancida!

ABC. Loro cosa fanno? In mancanza del sake si tracanneranno qualcosa d'altro, spero, altrimenti dovrei rimpiangere la chiusura dei manicomi (a Novara ce ne era uno con chiesa annessa, architettonicamente rilevante). Da brilli si tratta meglio di elezioni anticipate, brogli ed imbrogli, riforme della politica e dei parlamenti, (chissà chi faranno fuori?). Fiumi di parole...era anche una canzone sanremese, tra l'altro.
Bersani e Casini si caleranno qualche buona bottiglia di lambrusco facendosi immortalare per Twitter. Alfano? Mah, Agrigento...un paio di bottiglie di syrah o grecanico, c'è pure una bella strada del vino (io rimpiango quella che da Bolzano sale verso Appiano ed oltre, ma la denominazione è tedesca e a qualcuno potrebbe far dispiacere!). Spero per lui, Alfano, anche se...oddio, quella sua terra d'origine era la Magna Grecia, la terra di Empedocle!!! Troppa cultura.
Tranquilli, per loro rimane solo l'aggettivo Magna trasformato in un imperativo matriciano: magna, magnamo! Non voi non dovete magnà (a noi).

Che sbadato, ho svelato l'acronimo!

Niente paura, sono figuri da abbecedario e pallottolliere, considerato quello che sanno fare a nostro danno!

martedì 27 marzo 2012

Sguardi sul mondo reale

Sono in un momento di pausa (una volta le chiamavamo "ore buche", ma da quando la scuola è un'azienda sotto commissariamento, tutto è cambiato per cambiar nulla). Anche se per mezz'ora, trovo rifugio nel mio studio e mi concedo, assieme ad un caffè lungo e forte, qualche riflessione.

Tra Monti e Tremonti che tempo che fa...


Mi accompagna questo verso, forse l'inizio di una nenia, anche se gli orizzonti che ci attendono sono tutt'altro che  limpidi e la ninna nanna piuttosto che una berceuse, un de profundis tetro.
Mentre accompagnavo mio figlio a scuola, le notizie commentate in sottofondo radio mi hanno acceso pensieri torvi. Monti che minaccia di chiudere bottega se la nazione non sarà pronta (a cosa, al nuovo clistere?). Il trio Lescano (meglio tacer di loro), che già si frega le mani e qualcuno blatera di elezioni in ottobre...sarà un ottobre rosso (per i conti che salteranno)? Per  la seconda Grecia che rischiamo di essere? Per l'ecatombe sociale che si prospetta?

Tra Monti e Tremonti che tempo che fa?
morir di pensione che male può dar?


Altre nuove. Prelievi più pesanti in busta paga...le fetecchiose addizionali regionali e comunali (le mie, assieme ad ICI e TARSU, vanno a pagare stipendi ad assessori, sindaco e vice: 1.500 euro di media ciascuno), il resto? Il nostro genio li ha sperperati in un sistema di telecamere in barba a scuole fatiscenti (col caldo insolito, abbiamo ancora il riscaldamento a tutto regime e nessuno si è preoccupato di spegnere per migliorare le condizioni ambientali critiche), strade groviera...


Tra Monti e Tremonti che tempo che fa?
morir di pensione che male può dar?
Raccoglier banane e quel che farem
e l'uso adeguato, anche questo saprem...


Mi fermo. E' quasi ora del rientro. Due ore di lezione, qualche genitore da ricevere. Unica consolazione: so far bene il mio mestiere, da come mi dicono.
Chissà perchè, allora, ho inviato ad un cugino svizzero, il mio curriculum vitae. I miei titoli, scopro, hanno valore, magari...se andrà male ho parenti anche in Francia...

Questo è il mondo reale, per noi, purtroppo, ed è quello che consegneremo ai nostri figli. L'unica cosa che so, e che questi loschi figuri io non li ho votati.
Viva la libertà (di parole, finché ci sarà)!
Buona giornata.