domenica 12 aprile 2026

Meditazione su Giovanni 20, 19-31


Su Giovanni 20, 19-31

 Anche quest’anno sono tornato a Tommaso, il mio «gemello»[1]. Lui non c’era quella prima sera, a porte chiuse. Nessuno sapeva dove fosse andato. Scomparso agli occhi di tutti. Scomparso come vorrei scomparire anch’io, per ritirarmi nel silenzio della contemplazione.

Quando gli raccontano dell’apparizione del Maestro, risponde con una frase che colpisce e che, allo stesso tempo, invita a pensare: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito… non crederò». Un ricatto morale per tentare[2] il suo Signore e provocare nuovamente il miracolo?

E invece Gesù , contro ogni umana aspettativa, non lo riprende. Otto giorni dopo torna, va proprio da lui, e gli dice: «Metti qua il tuo dito… e non essere più incredulo, ma credente!». Per anni ho letto queste parole come un rimprovero, un’ammonizione. In realtà sono un invito alla docilità, a lasciar fare ancora una volta al Signore. A permettere che le cose vadano come devono andare. L’abbandonarsi a Colui che è in grado di rialzarmi dal torpore soporifero della quotidianità. Non devo dimenticare che la risurrezione di Tommaso accade l’ottavo giorno, sempre il primo dopo il sabato. Risurrezione. Certo, perché di questo si tratta. Gesù prende la mano di Tommaso, lo conduce fuori dal dubbio, lo rialza dalla sua condizione. Quante volte vengo rialzato senza nemmeno rendermene conto?

La verità dei fatti è che Tommaso non chiede segni spettacolari, chiede di poter toccare le piaghe. È la sua onestà intellettuale a domandarlo: non vuole una fede di seconda mano, costruita sull’esperienza altrui, elaborata su parole che potrebbero scadere in dicerie. No! Vuole incontrare il Crocifisso risorto in carne e ossa. E proprio questa sua «incredulità» diventa la porta per la più grande confessione di fede di tutto l’Evangelo: «Mio Signore e mio Dio!». Nessun altro prima di lui aveva chiamato Gesù «Dio». Tommaso capisce che in quel corpo trafitto abita il Divino. Il suo dubbio non è stato un rifiuto, ma la ragione di una ricerca appassionata. E Gesù non solo lo accoglie, ma lo guida ancora una volta.

Voglio essere sincero e onesto: io sono come Tommaso. Ho il bisogno di vedere, di toccare, di capire. Spesso mi sento in colpa per i dubbi che mi scuotono. Ma non devo dimenticare che l’Evangelo insegna che il dubbio, quando è sincero ed umile, può diventare il motore di una fede più adulta. Dio non ha paura delle mie domande. Anzi, le aspetta. Perché una fede che non viene mai messa alla prova è una fede fragile, che crolla al primo vento di questo mondo, una fede della quale non sono in  grado di rendere ragione.

Tommaso mi insegna a non accontentarmi di una religiosità superficiale, ma a deporre ai piedi di Gesù le mie ferite e le mie domande. Mi chiede di imparare ad andare oltre giudizi e pregiudizi. Quando riesco a farlo, Lui si fa incontro. Non sempre mi permetterà di toccare le sue piaghe, ma so che mi darà segni sufficienti – nell’Eucaristia, nella Parola, nel volto di una sorella o un fratello – per poter dire anch’io: «Mio Signore e mio Dio».

Questo accade perché Tommaso non si conforma al resto dei discepoli. Vuole andare oltre. Il suo è un chiaro agire nella libertà della ribellione al consueto, al non accontentarsi di quanto detto, alla presunta autorità di chi ha visto. Un antidogmatismo ante litteram. Il suo è un desiderare profondo che lo conduce all’abisso del riconoscimento di Gesù come Dio. È la testimonianza di quella straordinaria possibilità che è l’incarnazione vivificante e profonda dello Spirito.

 



[1] Tommaso è spesso interpretato come il "gemello" di ogni credente, rappresentando il passaggio dalla sfiducia alla fede. La sua figura incarna la doppia anima presente in ogni persona: il credente e il non credente che dialogano interiormente. Questa interpretazione, profondamente umana ed esistenziale, intellettualmente onesta, piaceva molto a Carlo Maria Martini. Alcune tradizioni apocrife (come gli Atti di Tommaso) lo citano come gemello di Gesù, questo per indicare una loro stretta somiglianza spirituale così come la propensione a dare la vita per il Maestro. Interessante lo spunto interpretativo che si deduce da Alcuino di York (VIII secolo) quando afferma che il significato di Didimo può essere reso con gemello o abisso. Spesso la fede, che definiamo come mistero, appare come un abisso. Tommaso d’Acquino, nel suo commentario a Giovanni, definisce l’abisso come oscuro e profondo. Sulla base di questo posso affermare che la fede è oscura in quanto spesso non si comprendono razionalmente le ragioni del credere e per il fatto che illumina le profondità del mistero.

[2] Il riferimento è a Deuteronomio 6, 16 e la conseguente ripresa di Matteo 4, 7 e Luca 4, 12. Devo ammettere che si tratta di citazioni sempre intriganti. Fino a che punto si può sospingere la tentazione nei confronti di Dio? Ma Dio si lascia tentare? La questione è certo inscritta nella tentata tentazione, ma anche nella sempre possibile spiazzante risposta da parte di Dio. Mi domando se anche un’insistente preghiera di domanda o intercessione non sia da leggersi come una tentazione.


 

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