domenica 8 maggio 2022

Via, vie e sentieri


In Atti 9, il cristianesimo viene definito dall’autore Via. Se il messaggio di Gesù di Nazaret veniva e viene compreso come una via, è chiaro come nell’intento originario i Suoi insegnamenti indicavano, ma indicano ancora, i precisi ed irrinunciabili riferimenti per intraprendere un (il) cammino.

Mi chiedo: esistono anche altre vie? Da studioso delle religioni, e della loro storia, per correttezza scientifica devo ammettere che ne esistono altre: la via di Mosè, la via di Muhammad, la via del Buddha…dove conducono? Come conducono? Sono domande lecite, in senso spirituale e esigono rispetto, anche quando approcciate secondo la metodologia della Scienza delle Religioni (o Scienze delle Religioni)

Sulla base della mia personale esperienza, posso affermare che la via di Gesù è compiutamente marcata anche se troppi segnavia sono stati cancellati dal tempo oltre che dagli uomini stessi (vandalismo spirituale). E allora?

Occorre fare come si usa in montagna quando i sentieri vengono ritracciati e si procede alla loro pulitura. E’ una lavoraccio, una fatica, ma alla fine la via rimane di nuovo leggibile e chiunque si troverà a percorrerla non correrà il rischio di smarrirsi. Chi sono questo uomini e donne che, quasi sempre in maniera anonima e senza pretendere ricompensa alcuna, animati da quella che veniva chiamata buona volontà, si mettono al lavoro mossi dal solo desiderio di condividere una passione e dunque un amore?

Mi fermo un istante e lascio volutamente in sospeso la domanda. Pietro era stato battezzato? Forse da Giovanni, come alcuni pensano sulla base di quanto viene proclamato nel IV vangelo al capitolo 21, quando Gesù pone la triplice domanda a Simone e la introduce con l’espressione Simone di Giovanni. Gli altri? Giovanni Evangelista, Giacomo, Bartolomeo…Il battesimo sacramentale ha una sua storia, è segnato da una prassi che si incarna nel vissuto e che si consolida nell’esperienza della Chiesa. Nonostante queste verità fondanti e fondamentali, mi domando se in senso evangelico il battesimo non acquisisca anche un significato più ampio e questo seguendo sempre le parole di Gesù quando accenna al suo battesimo, quello che riceve nel mistero di Passione, morte e Risurrezione, all’immergersi battesimale nel ritmo cristico. Questi nostri tempi ci stanno conducendo a riflettere su queste problematiche, ovvero sul significato di un sacerdozio battesimale, dimensione e condizione sperimentabile da chi si pone in cammino lungo la Via tracciata da Gesù, un sacerdozio che si distingue, ma senza annullare o diminuire il sacerdozio presbiterale, e il sacramento dell’ordine al quale indegnamente appartengo.

Ecco, di quel gruppo di volontari volenterosi, quelli che vivono la vocazione di ritracciare un sentiero, possono entrare a far parte persone con storie differenti, ma che vivono la vocazione ad un sincero sacerdozio battesimale, dimensione alla quale apparteniamo anche noi ordinati e che, forse, con un minimo di umiltà, dovremmo tornare a scoprire vivendola nella sua quotidiana semplicità.

In questa scoperta si definisce la peculiarità di Gesù, ovvero nella dimensione di un sacerdozio che non esclude nessuno, ma include, perché l’agire del rendere sacro, dell’offerta, riguarda ogni momento della nostra vita ed ogni esperienza che conduce alla scoperta dell’humanum. Chiunque, in senso battesimale, può offrire doni materiali e spirituali, può sacrum facere, ed in questo si radica la cosiddetta differenza cristiana. Senza questa riscoperta il rischio è quello di rimanere fermi alla definizione dei ruoli, al ritualismo, a forme ingessate di tradizionalismo, a dogmatismi che complicano l’esercizio della misericordia, a concezioni gerarchiche e gerarchizzanti, aspetti funzionali che gravano ormai nel passato di un’esperienza anche perché il rispetto della tradizione non può rimanere identificato con questi particolari aspetti. Chi si mette al lavoro con questo spirito, si pone nella condizione di fare comunità e comunione, di condividere, di offrire senza se e senza ma, come si dice.


giovedì 5 maggio 2022

La sete d'infinito

  

La sete d’infinito mi arde in gola.

Sono spugna che brama trattenere

Tutti gli umori che all’istante evaporano.

Per Iddio sono naufrago

Sotto nubi avvelenate di morte                                     5

Ormai immemore della stella

Che annuncia il ritorno atteso.

Sono Caino o Abele? Il soffio

Dei soffi o l’artigiano che straniero

Percorre plaghe cantando rituali                                   10

Che ingravidano donne di altri padri?

La risposta è alla vita e al mondo,

Alla ruvida croce e ai chiodi,

All’onta di rimanere appeso!

sabato 12 febbraio 2022

Meditazione sulle Beatitudini. Luca 6, 17. 20-26

Beati voi poveri…Che cosa conosco della povertà?

Quello che mi è stato detto oppure insegnato a proposito. Quello che sono riuscito a vedere con i miei occhi, ma sempre fuori, troppo lontano per farne esperienza e. chissà per quale arcano, rarissime volte, se non mai, dentro di me e nelle scelte di vita che ho fatto, nei gesti che ho compiuto. Questo è il nodo da sciogliere.

Se non trovo la forza di cominciare la mia conversione da qui, dalla prima Beatitudine, non posso comprendere e vivere questa straordinaria condizione di vita.

Cosa potrebbe succederebbe se provassi a dire ad un povero affamato e senza tetto che è beato di fronte a Dio? Come reagirebbe a questa mia vuota affermazione?

L’errore commesso, grave e fuorviante, è che abbiamo spostato da noi, da me, la questione della povertà, sul prossimo in nome di una carità che altro non produce se non un intontimento della coscienza, un sentirsi a posto con sé stessi. Il problema è farsi poveri. Scegliere questa condizione così come il Vangelo me la pone sotto gli occhi, raccontandomela. Solo chi si fa povero attua il Regno di Dio, lo rende visibile e può cogliere e sfamare chi ha dei bisogni. Per capire occorre rileggere il libro degli Atti per verificare quello che viene detto a proposito delle prime comunità cristiane, il modello al quale guardare: in quelle comunità non c’erano bisognosi perché il comandamento era la condivisione. Se condivido, non mi viene tolto nulla di cui ho bisogno anzi, mi viene dato, ma così operando, non mancherà nulla a nessuno dei fratelli e sorelle accolti nella loro indigenza. Quando lasceremo questo mondo porteremo via con noi solo quello che avremo dato.

Certo, la sfida è togliere i poveri dalla povertà. Questo vuol dire lottare per una società dove al primo posto viene messo in programma il benessere materiale e spirituale del prossimo.

Questa è la chiave di volta per entrare nella dimensione del Regno e fare delle Beatitudini il fondamento della mia/nostra vita di credenti e di ricercatori della fede.

Dovrebbe essere chiaro che chi ragiona, vive, prega, celebra e testimonia secondo questo stile rischia la discriminazione, insomma il rifiuto, e da qui le lacrime, quando non la persecuzione che ai nostri tempi si attua subdolamente in maniera educata, civile, composta, ma sempre letale. In questi giorni di barbarie questo non accade purtroppo solo fuori, ma anche dentro la Chiesa stessa quando ricadiamo nell’ideologia e ci rinserriamo dietro la falsa sicurezza di -ismi di ogni genere.

‘Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista’. (Elder Pessoa Càmara)

Il mondo deve cambiare, per sopravvivere a questa crisi planetari. È il Signore che lo chiede. Mi domanda di allinearmi e concentrarmi sull’essere, di portarmi a compimento senza cedere alla mentalità dominante. Di non illudermi che l’avere, il potere e il successo mi realizzino come essere umano. Scoprire l’humanum è fare della mia vita una questione di qualità e non di quantità. Questa ricerca di consapevolezza cristiana passa nel profondo della Parola che trasforma per la salvezza opponendomi alla mondanità (Papa Francesco).

Cosa dicono i benpensanti di tutto questo? I ricchi, i potenti, quelli che fanno del profitto lo scopo di un sistema economico iniquo o del conformismo cattolico un comodo paravento?

‘Nessun regime dovrebbe temere l’opposizione cristiana la quale è l’unico modo di collaborare per un cristiano, che non può né confondersi né approvare incondizionatamente. Il cristiano costruisce e demolisce allo stesso tempo’ (Primo Mazzolari)

Dopo tutte queste parole risuona l’oi, il lamento funebre che Gesù intona per chi rimane al di fuori delle Beatitudini e vuole rimanerne. È il guai, che non significa vendetta, ma la conseguenza del vivere sordi al richiamo della Vita e della propria cristificazione.

 

 

 

 

 

  

sabato 29 gennaio 2022

Meditazione su Luca 4, 21-30

 

La scena che Luca racconta è drammatica e profetica. A Nazareth, dove risiedono i benpensanti, dove si è religiosi fino al fondamentalismo, dove la legge viene indagata perdendosi nella più recondita filigrana del legalismo, dove si filtra il moscerino per ingoiare il cammello, tutti rimangono scandalizzati dalla predica di Gesù e dalla serenità con la quale annuncia l’avvento dell’amore al posto della vendetta che avrebbe dovuto restaurare uno status ideologico, il regno degli uomini piuttosto che il Regno di Dio.

Gli occhi di tutti sono su di Lui, dopo che ha terminato la lettura della pericope tratta dal capitolo 61 di Isaia. Sono occhi che non vedono e orecchie con non odono, sono i ciechi e i sordi nella fede, i consacratori dell’inverosimile. Non resistono alla Luce della vita, al richiamo profondo che invita a comprendere chi siamo e che cosa siamo (chi tra di voi è senza peccato…) e infuriandosi tentano di uccidere Gesù, di toglierlo di mezzo perché è scomodo amare secondo il Vangelo. Meglio l’ipocrisia, meglio i sepolcri imbiancati.

Anche oggi è possibile uccidere Gesù, troppo spesso lo uccidiamo anzi: lo uccido. I benpensanti inorridiscono e altro non sanno fare che chiedere ‘ma come? Io? ma se sono sempre stato impegnato, se ho sempre pregato, e i miei buoni propositi, dove li metti?’

Questo accade quando riduciamo Gesù ad un’innocua immaginetta, al composto moralizzatore politicamente corretto. Quando lo vediamo come un bravo consolatore per le nostre miserevoli pene, egoisticamente invocato in preghiere ripetute con maniacale meccanicità e stolida quantità. Insomma: addomesticato affinché non possa nuocere, come sosteneva Adriana Zarri.

 Così, nel tumulto, viene letteralmente buttato fuori dalla sinagoga e condotto sull’orlo di un precipizio affinché giustizia venga fatta per riparare alla blasfemia. Anch’io lo butto fuori dalla mia vita quando mi dimentico della fede che dovrei custodire, trafficare e testimoniare. Così lo tengo lontano dalle mie decisioni, dalle mie relazioni, dalla quotidianità rendendola sterile e facile preda della morte abitando un mondo etsi Deus non daretur.

Questo succede perché ho paura della torma vociante, di chi urla crucifige!, dalla tassonomia da casellario giudiziario che troppo condiziona la ricerca di quella condizione che si chiama fede e vita nella misericordia.

 Cosa fa Gesù? Passa nel mezzo della folla, cammina attraverso la morte perché è già luce della risurrezione. Luca mette in relazione la sinagoga di Nazareth, dalla quale viene buttato fuori, con il Calvario, quando sarà giustiziato fuori dalle mura di Gerusalemme. Gesù è già risorto e mi indica il cammino da seguire, il tragitto lungo il quale mi affianca sorreggendomi nella debolezza della mia umanità.

 Cosa posso dedurre da tutto questo, che è sempre un nulla se messo a confronto con la fecondità del Vangelo?

Che i luoghi del sacro secondo gli uomini, sono i più pericolosi per il Figlio di Dio perché lui è il Santo. La sacralità che ci ostiniamo a voler tramandare può essere un baratro vuoto allo stesso tempo inviolabile, uno spazio organizzato e gestito con leggi dove vivere separati per non condividere e dunque una ricaduta nell’idolatria…deorum manium iura sacra sunto…Non così la santità, una condizione di vita che Gesù condivide con l’uomo, che è fatta per l’uomo, un dono del Santo dei Santi.

Se Gesù che è il Figlio dell’uomo santifica perché è santo anch’io posso santificare perché è in Lui che questo accade, perché ha assunto l’umanità e nell’umanità il mondo intero santificandolo.

sabato 22 gennaio 2022

Amen! Così sia!

Henri Le Saux

Amen! Così sia!

Questo dovrebbe essere il mio Grazie! ogni mattina, al mio risveglio.

Devo ammettere che non è per niente facile cominciare la giornata con questo ricordo. Facile è svegliarsi già preda di ansie e preoccupazioni o gonfi di euforia per banalità di ogni genere, in ogni caso prigionieri delle identificazioni e succubi dell'ego.

Ringraziare significa cominciare a prendere le distanze per non smarrire quel veramente poco di me visto e sofferto che però mi aiuta a non dimenticare chi e che cosa sono.

Ora comprendo perché Henri Le Saux apre la sua meditazione sul Padre nostro principiando dalla fine. Perché nella fine, in ogni fine quotidiana, si cela il germe dell’inizio e questi istanti sono la mia fine e il mio inizio nel Signore, nella semplice profondità del ritmo Cristico.



 

lunedì 17 gennaio 2022

Fare festa (Marco 2, 18-22)


 7 gennaio 2022 s. Antonio Abate (riflessioni sul vangelo di Marco)

Imparare a fare festa, gustare il sapore della gioia. Come arrivare a questa consapevole libertà? Certo, perché solo una persona libere riesce a godere fino all’ultimo della festa.

Fare festa significa gioire senza intontirsi nel divertimento. La questione è che tutto dipende da come so ascoltare i miei bisogni, di quanto e come sono in grado di discernere.

Si tratta sempre di un richiamo ad uno stato di veglia: questa è la presenza dello Sposo. Il problema è che potrei anche non accorgermi o dimenticarmi. Allora vuol dire che non ancora appreso cosa significa essere immersi nella condizione perenne dell’essere umano (Genesi 1-11)

 

 

 

 

 

sabato 15 gennaio 2022

Suggestioni leggendo Raimon Panikkar (15 gennaio 2022)


L’acqua battesimale deve discendere dalla testa fino al cuore.

Se non discende…

“…come capita a tanti cristiani ai quali l’acqua battesimale versata sulla testa non è arrivata fino al cuore. Si apre allora una doppia strada che ognuno deve percorrere secondo i talenti ricevuti: la ricerca intellettuale e il camino interiore. In altre parole: dobbiamo domandare alla tradizione chi sia questo Cristo e al contempo chiedere al nostro cuore che cosa possa significare. Se la prima strada non si congiunge con la seconda non giungeremo ad una vita cristiana autentica e rimarremo al più catecumeni”.

Come sono messo, dunque, di fronte a questa comprensione?

Faccio mia questa riflessione di Raimon Panikkar tratta da ‘La pienezza dell’uomo’ e non posso decidere altro che umilmente prendere atto della condizione di questo momento e, pregando,  trovare la forza per continuare il lavoro nella vigna del Signore.

 

 


 

mercoledì 12 gennaio 2022

Pescatori di uomini (spunti di meditazione)

Essere pescatori di uomini o diventarlo? Esserlo vorrebbe dire riconoscere una condizione innata, ma nel Vangelo Gesù promette “vi farò” indicando un cammino che per i discepoli accade nella storia ed è in costante divenire. Quando sostengo e sottolineo la concretezza e oggettività del Vangelo intento precisamente questo aspetto: l’esperienza della fede e dunque della sua ricerca avviene nella storia, esige un suo tempo, la scoperta e la sperimentazione di uno stile di vita (una qualità, quid) e la totale fiduciosa immersione nell’amore di Gesù di Nazareth. Questo è il senso profondo della continua incarnazione e dell’espressione vi farò.

Nelle situazioni descritte nei vangeli troviamo sempre un prima e un dopo. Vi farò perché non lo siete ancora. Per esserlo occorre giungere alla conclusione di un cammino e avere distillato la consapevolezza di una condizione certo originaria per l’uomo, ma ancora da conseguire. Non si tratta di scoprire nel profondo un potenziale umano da portare alla luce per essere utilizzato con scopi egoistici ed egotistici. Nel vi farò si manifesta il creare continuo del Signore, una condizione per la creatura straordinaria, ma ordinaria per Gesù. Con la vocazione ad essere pescatori di uomini, vengo invitato a partecipare il miracolo indescrivibile, ma pur sempre sperimentabile di portare alla vita, di donare ad un’altra persona, il mio prossimo, la possibilità di comprendere il passaggio da un prima ad un dopo, lo stesso che anch’io ho compiuto e sto ancora compiendo, il lungo cammino dalla morte alla vita.


lunedì 10 gennaio 2022

Le esigenze del Regno (provocazioni su Marco 1, 14-20)


Le esigenze del Regno e la dimensione della vocazione (provocazioni)

 

Lasciare subito. Non indugiare e mettersi in cammino come fatto da Maria e dai pastori.

Le esigenze del Regno, solo se ci si ferma ad una lettura superficiale sembrano rinviare alla fretta e, di conseguenza, al rischio di cadere nell’approssimazione e nella disattenzione. Nulla di più sbagliato.

Perché subito? Con questo avverbio di tempo che cosa mi vuole suggerire l’evangelista?

Subito, dal latino subitus, participio passato di sub-ire, andare sotto, sottostare, ma anche sopraggiungere. Come avverbio latino, d’improvviso.

Un’occasione deve essere colta (accolta) senza indugio alcuno. Non posso pensarci sopra troppo. Il rischio sarebbe quello di rimanere prigionieri di un’immaginazione non genuina.

Se l’occasione mi sollecita destandomi improvvisamente, subitus (è lo scopo delle parabole, quello di creare uno stupore forte fino al punto di provocare uno shock) devo seguire la libertà istintuale, una condizione che inviterebbe nell’immediato a fare spazio per accogliere.

Desidero andare oltre. La vocazione per il Regno immette nella dimensione dell’eterno presente dunque nella condizione di fare. Davanti a questa oggettività non esiste attaccamento che possa reggere (reti, barche, impresa, profitti, greggi, affetti, perfino pericoli, quelli ai quali si espose Maria seguendo la via alta dei monti per raggiungere la parente Elisabetta). Tutto si riassume nel sopraggiungere del nuovo e di fronte alla novità occorre maturare un’apertura feconda e genuina.

 

 

 

 

sabato 8 gennaio 2022

Sulla stupidità umana


 La stupidità umana è un male fortemente contagioso. E’ un pericolo che tende a non risparmiare nessuno, per questo è paragonabile alla morte che balla con tutti come si legge nelle antiche rappresentazioni della Danza Macabra.

Quando si cade vittima di questa autentica patologia è quasi impossibile rendersene conto perché spesso è asintomatica.

Malati di stupidità siamo in grado di fare del male a noi stessi e al prossimo con una facilità disarmante oltre che procurare disastri d’ogni genere.

La cura?

Una dura opera di discernimento spirituale per scoprire quali sono i miei bisogni. Un lungo lavoro interiore per giungere alla condizione di veglia. La faticosa ricerca di attenzione e consapevolezza per combattere aspramente contro l’approssimazione e la superficialità.

Quella della stupidità e la condizione perenne dell’essere umano. Se i protoplasti avessero dato ascolto, se Caino avesse fatto altrettanto nella notte del suo delirio omicida, se, se, se…

Quanto realmente pesa è hic et nunc, che comprenda che le cose sono come sono affinché lo shock di una passeggera presa d’atto mi possa fornire lo stimolo per lasciarmi mettere in crisi e cominciare a non dare più nulla per scontato.

venerdì 7 gennaio 2022

Epifania 2022 (Meditazione sul vangelo secondo Matteo)


 

 

La questione che sollecita in questi nostri giorni non è tanto quella di saper rendere ragione della propria fede per trasmetterla usando i registri maggiormente adeguati. Il problema è vivere come testimoni di Gesù di Nazareth Figlio di Dio, il Risorto.

La testimonianza non avviene quasi mai nel fragore delle dispute, dentro gli agoni dei salotti buoni, ma nel silenzio della quotidianità dove quanto ha peso qualitativo è l’esserci e non l’apparire. Solo vivendo secondo questo stile si diffonde il contagio buono del Vangelo.