sabato 21 febbraio 2026

Locus theologicus



“Nelle società “cristiane” o “post-cristiane”, vi sono tante persone battezzate ma non credenti, persone che sono passate nelle acque battesimali ma non danno alcun segno di vitalità cristiana. La domanda è: vi può essere unità cristiana con persone che sono state battezzate ma per le quali Gesù Cristo non significa nulla?”

 

Questa citazione l’ho attinta dal web. Si tratta di una nota relativa ad un articolo di riflessione sul BEM (Documento di Lima, 1982 preparato da Fede e Costituzione) pubblicato su Loci communes[1] a firma del pastore Leonardo de Chirico[2]. Il richiamo è rivolto a porre attenzione ad una questione seria che sollecita alla riflessione perché quanto scritto nell’articolo scaturisce da un’indagine sul significato conferito al battesimo nella nostra società. Premetto che, a discapito di quanti benpensanti credono, non si tratta affatto di un problema vecchio e polveroso, quando non antico e ormai superato, ma di una questione sempre attuale, nonostante il fatto sia considerata marginale perché problema per un numero sempre meno statisticamente importante di persone. La domanda è cristallina: come possiamo parlare di unità dei cristiani quando per tanti battezzati Cristo non significa più nulla?

Perché continuare a battezzare, allora?

          Come diacono della Diocesi di Novara, nell'ormai più che ventennale esperienza pastorale che ho vissuto, avrò battezzato qualche centinaio di bambini[3]. Devo ammettere che la domanda sulla fede di chi chiede il sacramento mi ha toccato da tempo, per questo motivo ne ho sempre fatto un richiamo, con attenzione umana e spirituale, nelle brevi riflessioni dopo la proclamazione dell’Evangelo amministrando i battesimi. Sono sincero: non mi consolano affatto i numeri, che in merito al battesimo, come si usa dire, tengono ancora, no. Quello che mi chiedo è il significato che viene conferito al battesimo da coloro che lo domandano[4]. E in un confronto con i fratelli delle altre chiese e comunità cristiane, posso serenamente affermare che  non è più sufficiente la fede di chi domanda, certo senza intentare il classico processo alle intenzioni? Oppure il battesimo, come gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, lo stesso matrimonio e il rito delle esequie, vengono domandati per fedeltà a una tradizione che sa di abitudine e che viene tacitamente accolta dalla Chiesa per non riconoscersi piccolo gregge[5] e da questa comprensione ricominciare?

Battesimo dei bambini, battesimo degli adulti consapevoli[6], cosa si pensa della qualità della scelta di fede compiuta. Grazia preveniente e grazia conseguente. Non mi voglio addentrare in questo labirinto teologico e sacramentale, ma soffermarmi sull’aspetto esistenziale della questione e sulle riflessioni pastorali che dovremmo, come Chiesa e Chiese, affrontare in questi tempi liquidi se non ormai evaporanti in uno stadio gassoso e non più reversibile a discapito delle leggi della fisica. Non possiamo continuare a rifugiarci dietro il comodo slogan: Dio saprà riconoscere i giusti perché stanno dalla nostra parte.[7]

L’Evangelo non è questione di parte, di buon senso. Non incita nemmeno alla comoda condivisione di un senso comune e di false sicurezze. Per far sorgere domande di fede, perché questo insegna l’Evangelo, occorre vivere l’umiltà dell’ascolto che nasce dalla relazione con l’altro, dalla domanda di compassione, misericordia, perdono, abitando un mondo ormai diventato adulto per cominciare a considerarlo un locus theologicus.

Cosa farò? Continuerò nella missione del ministero che sento incarnato nel cuore. Continuerò a sentirmi uomo di domanda, piuttosto che uomo di risposta. Domanda per me e per gli altri. Domanda dell’Altro.



[1] Un magazine online di attualità e cultura evangelica. È evidente il memento dell’opera principale di Filippo Melantone. Ma anche loci communes che altro non sono che loci theologici da condividere in una ricerca libera da pregiudizi confessionali e chiusure tradizionaliste.

[2] So molto bene che si soliti ben pensanti e morigerati miei fratelli cattolici avrebbero molto da obiettare in merito al fatto che un diacono validamente ordinato ed incardinato in una diocesi esplori altri mondi, ma è la mia vocazione ecumenica a sospingermi verso queste peregrinazioni perché sono ecumenico e dunque cattolico e che indagare, studiare, dialogare rafforzano, prima di ogni identificazione confessionale, l’essere cristiani e fratelli.

[3] Di qualcuno ho battezzato anche i figli.

[4] Inutile tornare ad osservare, ed ammettere, che la società è mutata, che i matrimoni religiosi, assieme a quelli civili, sono calati, che crescono le convivenze, che l’indifferentismo religioso sta ingrigendo il quotidiano e l’esistenza…Interrompo, per decenza e rispetto, il peana sugli orribili tempi, ma devo osservare che molte coppie conviventi chiedono il battesimo per i loro figli e questo dovrebbe suggerire una profonda revisione generale del come si proclama l’Evangelo e di come si pensa e struttura l’agire pastorale.

[5] Luca 12, 32.

[6] Altra complessa questione: quando posso affermare di essere consapevole della fede che dico di avere? La consapevolezza rimane sempre al di fuori di ogni riflessione spirituale e pastorale. Eppure è l’Evangelo ad insegnare che la consapevolezza e l’attenzione sono il fondamento di ogni divenire nella fede.

[7] Mi è capitato ultimamente di sentire, nell’economia di un colloquio, l’espressione “tranquillo è uno dei nostri”. Se continuiamo a porci nei confronti dei prossimi con questa visione esclusivista del mondo e della società, credo che come Chiesa avremo ben poche opportunità di presentarci credibili. 

sabato 14 febbraio 2026

Dal basso del quotidiano


In questi ultimi giorni si è detto tanto forse troppo come capita spesso sui social, a riguardo di ministero, matrimonio, rinuncia all'esercizio del ministero, celibato e altro. La ricaduta nell'opinione è inevitabile quando viene a mancare la consapevolezza del limite. Credo che solo il silenzio dell'ascolto possa condurre alla comprensione di una questione seria come quella che intercorre tra matrimonio e ministero ordinato. Credo che per cominciare a depurare lo sguardo umano, intellettuale e spirituale sul problema, occorra realmente prendere la giusta distanza per evitare i soliti facili schieramenti e ideologismi. La fede non è e non potrà mai essere ideologia perché cesserebbe di essere fede.

Premetto che da parte mia non ho mai vissuto il matrimonio come un impedimento al ministero, semmai come una tensione dialettica arricchente attraverso il confronto, un luogo che diviene locus theologicus quando vissuto nella libertà di indagarlo e condividerlo.

I tempi che viviamo chiedono un paradigma ermeneutico della situazione scevro da pregiudizi e facili tradizionalismi (che non significa mancare nei confronti della Tradizione che domanda sempre di essere posta in relazione al vissuto come memento di quello che è la verità del depositum fidei) per affrontare un'urgenza ministeriale che non è possibile risolvere con una semplice clericalizzazione del laicato, ma con la crescita dentro una consapevolezza sinodale che deve ripartire dal basso e dal riconoscimento del fatto che oggi, tentare di essere cristiani, implica il riconoscersi piccolo gregge. Non è più questione di numeri, ma di onestà evangelica, di trovare il coraggio di un annuncio vissuto con parresia.

Davanti a questo, i personalismi ai quali ho assistito non contano nulla

, ecco perché non voglio fare opinione, ma tentare di rimanere fedele all'Evangelo e al mistero della vocazione di marito, padre ministro con la quale devo quotidianamente pormi in relazione. Del resto, i segni dei tempi sono estremamente eloquenti e l'arroccarsi dietro posizioni difensive non ha più senso.

sabato 2 agosto 2025

Nel silenzio e nella speranza

                                                                                                                                  

                                                                                                                                   In silentio et in spe

Erit fortitudo vestra

Isaia 30, 15

 

Cosa può accadere di mattino? Non pretendo una risposta. Non posso cadere in questa trappola mentale. L’attimo non ammette la logica, nemmeno quella spicciola. Forse dovrei formulare meglio la domanda: cosa accade di mattino? Non si tratta di una possibilità, dunque di un probabile che potrebbe benissimo rimanere un possibile, dunque in potenza e mai in atto (dove questo avviene come processo non mi metto ad indagarlo ora). Mi rendo conto, se voglio cogliere l’occasione, che altro non mi rimane da fare che raccontare. Ma raccontare in silenzio!

          Le  mie mattinate sono abbastanza regolari, lo riconosco. Per qualcuno potrebbero apparire noiose, magari anche banali, ma non è questo il problema. Lodi, meditazione silenziosa, una veloce colazione e poi il cane da accudire. Cane, cagnolina. Facciamo una passeggiata, la solita, normalmente, anche se di tanto in tanto mi piace variare allungando il tragitto. Questo percorso ha una particolarità: il silenzio. Dopo, il paesaggio che si gode, una vista lunga sulla valle che digrada verso Re e il Gridone a fare da sfondo con i suoi denti rocciosi. Ma non è tutto qui. No. Quello che cattura il mio sguardo è un campo di fiori che costeggio sulla destra. Ve ne sono di ogni tipo: tarassaco, achillea, fiori di san Giovanni…un rigoglio che prende come il profumo che sale dalla terra umida combinando sentori d’ogni genere. Ma non è ancora tutto. Oggi, e sono a quello che accade, nel silenzio della passeggiata, respirando l’aria carica di vita, lo sguardo mi cade su una campanula viola bellissima. Bellissima perché l’unica in quel campo. La guardo. La sfioro cogliendone tutta la delicatezza. Vorrei tanto coglierla, ma non lo faccio. La lascio sentendomi pervadere da un fuggevole senso di beatitudine. Lo stesso accade qualche decina di passi avanti, oggi variando il percorso. Questa volta è una piccola chiocciola appesa ad un muro dove ha trovato l’asciutto dopo la pioggia di questa notte. La sfioro avvertendo un senso di calma, gustando il nulla dell’attimo, sentendo che in tutto questo non trovo un perché, ma il silenzio che dilata il tempo. L’attesa dell’inatteso. La forza della speranza. In che cosa? Potrebbe giustamente domandare qualcuno. Non lo so. Risponderei. Ma è meglio tacere, perché il Chi sopraggiunge sempre in silenzio.

 

Sto qui dove sono e se guardo bene

Non conosco perché di tutto questo

Ogni giorno risorge profumando

Il mondo di vita che la rugiada

 

Imbibisce senza dirne il perché

Si sono ancora qui dopo un respiro

Dopo l’amore della notte lunga

Per gioire d’una chiocciola appesa

 

Al muro nell’attesa di parole

Che il vento canterà senza un perché.

sabato 17 maggio 2025

Materiali poetici

                             Un Tuo battito di ciglia dura la mia vita

E il tempo di creare l’amore che s’incarna:

Io trafitto dall’ardore osservo l’ossessivo

Mutare impermanente che colpisce il mio cuore

 

Il sordido dubbio che con languore richiama                5

All’essere desto per meglio assaporare il vivo

Fremere delle ali della sera che sormonta

Con cristico ritmo nell’incendiato tramonto

lunedì 3 luglio 2023

Vangelo e interiorità 5 - Sentire

 


Quinta tappa del cammino di ricerca e riflessione 'Vangelo e interiorità'. Lo sfondo offerto è sul capitolo 10 del vangelo secondo Matteo.

sabato 24 giugno 2023

Vangelo e interiorità 4 - Vedere


 Quarta tappa del percorso di ricerca 'Vangelo e interiorità'. Mi sono volutamente soffermato sul verbo vedere come punto di partenza per osservarsi e osservare.

venerdì 23 giugno 2023

Sì, è assai complicato


Sì, è assai complicato

Lasciar scorrere, è scacco

Alla ragione, non buon tema,

È scommettere come questa

Poesia che addensa                                             5

Nel pomeriggio afoso

Mentre disciolgono le attese

D’uno sperato temporale

Nella prossima sera.