Bibbia! Bibbia! Bibbia!
Questo
grido non è mio, ma un grido condiviso. Lo sento mio, ma questa è un’altra
questione. L’ho letto in una dispensa di ecclesiologia protestante. Penso sia
del professore che l’ha stesa, un pastore della Chiesa Valdese-Metodista e noto
teologo sistematico (per rispetto ne taccio il nome). Questo non dovrebbe
essere d’inciampo per chi dovesse leggere questa mia riflessione anteponendo al
messaggio che tento di condividere il fatto che a scrivere è un ministro
ordinato cattolico. Da parte mia nessun impedimento perché non mi fermo
ostacolato dai pregiudizi. Non posso e non devo farlo. Non voglio (con buona
pace di Pio VII!). Mentirei a me stesso e alla vocazione ecumenica che sento
fin nel profondo del cuore. La vocazione dialogica e la fraternità sono condizioni
dure da vivere perché si tratta sempre di un cammino comune, di un itinerarium
mentis in Christum, per non tradire il già difficile tentativo di divenire
cristiani in questo mondo adulto.
Perché questo grido (invocazione?
Esortazione? Ammonizione?)
Perché è il richiamo all’assiduità
quotidiana con la Parola di Dio. Assiduità che nel mio caso richiede uno
sforzo. Perché solo tentando questa assiduità - che non deve scadere mai in
abitudine! - posso vivere l’onestà di un continuo cammino di conversione. Il
confronto con la Scrittura deve essere percepito come un invito utile per
osservare quanta fragilità appesantisce le mie/nostre buone intenzioni. Sarà il
retaggio di un’iniziazione cristiana poco attenta al diretto approccio con la
Bibbia[1], ma anche dopo studi
teologici approfonditi, esperienza maturata nell’esercizio della predicazione (impegno
di grave responsabilità), insegnamento, la scoperta dell’ecumenismo e il suo studio
(con la conseguente scoperta di altre spiritualità del genitivo[2]), l’approccio giornaliero
deve sempre superare uno scoglio, anche quando devo concentrarmi sulla
preparazione della predica (termine fortemente preconciliare sempre in uso
senza troppi problemi). Mi devo chiedere perché cedo spesso alla fascinazione
dei libri di teologi, filosofi e quanti altri, accontentandomi di qualche
briciola scritturistica assorbita grazie alla liturgia delle ore o attraverso
il lezionario della celebrazione eucaristica.
Si. Bibbia! Bibbia! Bibbia! Ma non
come grido di guerra, armati con un piglio fondamentalista. Bibbia come
apertura sul Mistero, sull’Oltre, sul Possibile, all’invito offerto dalle scritture
altre per un confronto di reciproca crescita fraterna[3] (Corano, Tanach, Talmud,
Veda, Avesta…). Tutto sempre alla luce dell’Evangelo, certo, adottando lo stile
che Papa Francesco fece proprio incarnando nel suo ministero un’apertura
dialogica senza condizioni, ma scaturente da parole come ‘ma io chi sono per
giudicare?’ Domanda che germoglia da ‘Neanch'io ti
condanno; va' e d'ora in poi non peccare più’.[4]
Un cammino di riconciliazione che deve ricostruire la relazione sanificante con
la Verità.
[1] Troppe ‘bibbie
del genitivo’ (dei bambini, degli adolescenti, degli sposi etc.).
[2]
Non si tratta di una ripetizione, dopo la nota di cui sopra. La
"spiritualità del genitivo" descrive la frammentazione della
fede cristiana in molteplici declinazioni specifiche (es. spiritualità
ignaziana, francescana, del laico, ecc.), spesso privilegiando aspetti parziali
rispetto all'essenziale mistero unitario. Questo fenomeno rispecchia la ricerca
di percorsi personalizzati in un contesto di scristianizzazione.
[3]
Il "documento di Abu Dhabi", ufficialmente intitolato ‘Documento
sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’, è una
dichiarazione congiunta firmata il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar, Ahmad
al-Tayyib. Testo fondamentale per assimilare lo stile di Bergoglio.
[4] Giovanni
7, 11.

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