giovedì 23 aprile 2026

Bibbia! Bibbia! Bibbia




Bibbia! Bibbia! Bibbia!

Questo grido non è mio, ma un grido condiviso. Lo sento mio, ma questa è un’altra questione. L’ho letto in una dispensa di ecclesiologia protestante. Penso sia del professore che l’ha stesa, un pastore della Chiesa Valdese-Metodista e noto teologo sistematico (per rispetto ne taccio il nome). Questo non dovrebbe essere d’inciampo per chi dovesse leggere questa mia riflessione anteponendo al messaggio che tento di condividere il fatto che a scrivere è un ministro ordinato cattolico. Da parte mia nessun impedimento perché non mi fermo ostacolato dai pregiudizi. Non posso e non devo farlo. Non voglio (con buona pace di Pio VII!). Mentirei a me stesso e alla vocazione ecumenica che sento fin nel profondo del cuore. La vocazione dialogica e la fraternità sono condizioni dure da vivere perché si tratta sempre di un cammino comune, di un itinerarium mentis in Christum, per non tradire il già difficile tentativo di divenire cristiani in questo mondo adulto.

          Perché questo grido (invocazione? Esortazione? Ammonizione?)

          Perché è il richiamo all’assiduità quotidiana con la Parola di Dio. Assiduità che nel mio caso richiede uno sforzo. Perché solo tentando questa assiduità - che non deve scadere mai in abitudine! - posso vivere l’onestà di un continuo cammino di conversione. Il confronto con la Scrittura deve essere percepito come un invito utile per osservare quanta fragilità appesantisce le mie/nostre buone intenzioni. Sarà il retaggio di un’iniziazione cristiana poco attenta al diretto approccio con la Bibbia[1], ma anche dopo studi teologici approfonditi, esperienza maturata nell’esercizio della predicazione (impegno di grave responsabilità), insegnamento, la scoperta dell’ecumenismo e il suo studio (con la conseguente scoperta di altre spiritualità del genitivo[2]), l’approccio giornaliero deve sempre superare uno scoglio, anche quando devo concentrarmi sulla preparazione della predica (termine fortemente preconciliare sempre in uso senza troppi problemi). Mi devo chiedere perché cedo spesso alla fascinazione dei libri di teologi, filosofi e quanti altri, accontentandomi di qualche briciola scritturistica assorbita grazie alla liturgia delle ore o attraverso il lezionario della celebrazione eucaristica.

          Si. Bibbia! Bibbia! Bibbia! Ma non come grido di guerra, armati con un piglio fondamentalista. Bibbia come apertura sul Mistero, sull’Oltre, sul Possibile, all’invito offerto dalle scritture altre per un confronto di reciproca crescita fraterna[3] (Corano, Tanach, Talmud, Veda, Avesta…). Tutto sempre alla luce dell’Evangelo, certo, adottando lo stile che Papa Francesco fece proprio incarnando nel suo ministero un’apertura dialogica senza condizioni, ma scaturente da parole come ‘ma io chi sono per giudicare?’ Domanda che germoglia da ‘Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più’.[4] Un cammino di riconciliazione che deve ricostruire la relazione sanificante con la Verità.



 



[1] Troppe ‘bibbie del genitivo’ (dei bambini, degli adolescenti, degli sposi etc.).

[2] Non si tratta di una ripetizione, dopo la nota di cui sopra. La "spiritualità del genitivo" descrive la frammentazione della fede cristiana in molteplici declinazioni specifiche (es. spiritualità ignaziana, francescana, del laico, ecc.), spesso privilegiando aspetti parziali rispetto all'essenziale mistero unitario. Questo fenomeno rispecchia la ricerca di percorsi personalizzati in un contesto di scristianizzazione.

[3] Il "documento di Abu Dhabi", ufficialmente intitolato ‘Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’, è una dichiarazione congiunta firmata il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. Testo fondamentale per assimilare lo stile di Bergoglio.

[4] Giovanni 7, 11.

domenica 12 aprile 2026

Meditazione su Giovanni 20, 19-31


Su Giovanni 20, 19-31

 Anche quest’anno sono tornato a Tommaso, il mio «gemello»[1]. Lui non c’era quella prima sera, a porte chiuse. Nessuno sapeva dove fosse andato. Scomparso agli occhi di tutti. Scomparso come vorrei scomparire anch’io, per ritirarmi nel silenzio della contemplazione.

Quando gli raccontano dell’apparizione del Maestro, risponde con una frase che colpisce e che, allo stesso tempo, invita a pensare: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito… non crederò». Un ricatto morale per tentare[2] il suo Signore e provocare nuovamente il miracolo?

E invece Gesù , contro ogni umana aspettativa, non lo riprende. Otto giorni dopo torna, va proprio da lui, e gli dice: «Metti qua il tuo dito… e non essere più incredulo, ma credente!». Per anni ho letto queste parole come un rimprovero, un’ammonizione. In realtà sono un invito alla docilità, a lasciar fare ancora una volta al Signore. A permettere che le cose vadano come devono andare. L’abbandonarsi a Colui che è in grado di rialzarmi dal torpore soporifero della quotidianità. Non devo dimenticare che la risurrezione di Tommaso accade l’ottavo giorno, sempre il primo dopo il sabato. Risurrezione. Certo, perché di questo si tratta. Gesù prende la mano di Tommaso, lo conduce fuori dal dubbio, lo rialza dalla sua condizione. Quante volte vengo rialzato senza nemmeno rendermene conto?

La verità dei fatti è che Tommaso non chiede segni spettacolari, chiede di poter toccare le piaghe. È la sua onestà intellettuale a domandarlo: non vuole una fede di seconda mano, costruita sull’esperienza altrui, elaborata su parole che potrebbero scadere in dicerie. No! Vuole incontrare il Crocifisso risorto in carne e ossa. E proprio questa sua «incredulità» diventa la porta per la più grande confessione di fede di tutto l’Evangelo: «Mio Signore e mio Dio!». Nessun altro prima di lui aveva chiamato Gesù «Dio». Tommaso capisce che in quel corpo trafitto abita il Divino. Il suo dubbio non è stato un rifiuto, ma la ragione di una ricerca appassionata. E Gesù non solo lo accoglie, ma lo guida ancora una volta.

Voglio essere sincero e onesto: io sono come Tommaso. Ho il bisogno di vedere, di toccare, di capire. Spesso mi sento in colpa per i dubbi che mi scuotono. Ma non devo dimenticare che l’Evangelo insegna che il dubbio, quando è sincero ed umile, può diventare il motore di una fede più adulta. Dio non ha paura delle mie domande. Anzi, le aspetta. Perché una fede che non viene mai messa alla prova è una fede fragile, che crolla al primo vento di questo mondo, una fede della quale non sono in  grado di rendere ragione.

Tommaso mi insegna a non accontentarmi di una religiosità superficiale, ma a deporre ai piedi di Gesù le mie ferite e le mie domande. Mi chiede di imparare ad andare oltre giudizi e pregiudizi. Quando riesco a farlo, Lui si fa incontro. Non sempre mi permetterà di toccare le sue piaghe, ma so che mi darà segni sufficienti – nell’Eucaristia, nella Parola, nel volto di una sorella o un fratello – per poter dire anch’io: «Mio Signore e mio Dio».

Questo accade perché Tommaso non si conforma al resto dei discepoli. Vuole andare oltre. Il suo è un chiaro agire nella libertà della ribellione al consueto, al non accontentarsi di quanto detto, alla presunta autorità di chi ha visto. Un antidogmatismo ante litteram. Il suo è un desiderare profondo che lo conduce all’abisso del riconoscimento di Gesù come Dio. È la testimonianza di quella straordinaria possibilità che è l’incarnazione vivificante e profonda dello Spirito.

 



[1] Tommaso è spesso interpretato come il "gemello" di ogni credente, rappresentando il passaggio dalla sfiducia alla fede. La sua figura incarna la doppia anima presente in ogni persona: il credente e il non credente che dialogano interiormente. Questa interpretazione, profondamente umana ed esistenziale, intellettualmente onesta, piaceva molto a Carlo Maria Martini. Alcune tradizioni apocrife (come gli Atti di Tommaso) lo citano come gemello di Gesù, questo per indicare una loro stretta somiglianza spirituale così come la propensione a dare la vita per il Maestro. Interessante lo spunto interpretativo che si deduce da Alcuino di York (VIII secolo) quando afferma che il significato di Didimo può essere reso con gemello o abisso. Spesso la fede, che definiamo come mistero, appare come un abisso. Tommaso d’Acquino, nel suo commentario a Giovanni, definisce l’abisso come oscuro e profondo. Sulla base di questo posso affermare che la fede è oscura in quanto spesso non si comprendono razionalmente le ragioni del credere e per il fatto che illumina le profondità del mistero.

[2] Il riferimento è a Deuteronomio 6, 16 e la conseguente ripresa di Matteo 4, 7 e Luca 4, 12. Devo ammettere che si tratta di citazioni sempre intriganti. Fino a che punto si può sospingere la tentazione nei confronti di Dio? Ma Dio si lascia tentare? La questione è certo inscritta nella tentata tentazione, ma anche nella sempre possibile spiazzante risposta da parte di Dio. Mi domando se anche un’insistente preghiera di domanda o intercessione non sia da leggersi come una tentazione.


 

sabato 11 aprile 2026

Versi ritrovati

Sogere del sole al Torrion Quartara (Novara) - Foto mia

Ogni tanto mi capita, sistemando faldoni di appunti, d'imbattermi in versi scritti tra i pensieri e le riflessioni e poi dimenticati. Quando li ritrovo, mi fermo per rileggerli. Devo ammettere che provoca uno strano effetto, quasi un'impressione di distacco e lontananza. Nella maggior parte dei casi riconsegno quei versi all'oblio delle cartelle che vado accumulando. Altre volte, poche, li riprendo per lavorarci sopra quanto basta per dare a quei versi una struttura. Oggi è andata così. Sette versi scritti probabilmente di getto, non so quando. Gli appunti sullo stesso foglio non mi hanno aiutato nella datazione. Ma questo che cosa importa quando è il sapore dell'istante a dare un senso al fare poesia?

La foto che ho scelto potrebbe non avere nessuna attinenza con il testo e i versi che decido di pubblicare. Nonostante l'apparente arbitrarietà della scelta, è l'emozione che può ispirare la contemplazione del momento ad avere un suo perché.


E dopo giorni di diluvio quando

Ti lasci andare nelle spire comode

Di quel malessere che ti avvelena

Mi copro gli occhi Signore li copro

Non per guardare ma vedere addentro                                5

E m’inquieta scrutare l’universo

Mondo m’inquieta ogni istante di vita.



domenica 5 aprile 2026

ἀνάστασις

  

Matthias Grünewald -  Il Risorto -  Altare di Isenheim

 

 La rosa porta spine

L’effimero il suo travagliare

Le donne offrono mirra

 

L’amato è fermo sulla soglia

In un fremito della carne                                                                      5

Prova nel corpo il qui e l’oltre

 

Nel grembo di una tomba

La mia scommessa di credente

Che ancora non scorge la Grazia

 

Seguo le donne che vanno al sepolcro                                                  10

L’alba è ancora fredda di morte

Ma una luce mi crocifigge il cuore.


Qualche semplice annotazione. Sono stato indeciso se scegliere come immagine la risurrezione dipinta da Piero della Francesca, o tornare ad un dipinto che ho sempre amato per la qualità del messaggio spirituale che dichiara. I

In Piero è la luce che avvolge la scena ad ispirarmi. Una luce fredda e tagliente. Una lama che squarcia le tenebre (e il velo del Tempio). Cristo è d'una serietà distaccata e disarmante nel trionfo della risurrezione. Il piede sforzato sul bordo del sarcofago annuncia la vittoria sulla morte. Il suo corpo glorioso segna un prima, gli alberi rinsecchiti, e un dopo, alberi nel rigoglio della fioritura. Interessanti anche le colline desolate di colore delle crete senesi in inverno. Nulla da togliere alla genialità del pittore.

Matthias Grunewald va oltre. È un'esplosione di luce, un sole che ri-sorge dalla notte oscura della morte. E poi il sorriso di Gesù! Quel sorriso pieno di forza e amore benevolente. La forza interiore che serve a coloro che sentono la chiamata a compiere un cammino di purificazione dall'opera al nero (nigredo, putrefactio) attraverso l'opera al bianco (albedo, purificatio) per giungere all'opera al rosso (rubedo, unio). Un dipinto straordinario! L'invito a trovare il coraggio di cominciare, e tentare di compiere, un sentiero di conversione  mistica.

 

 


sabato 4 aprile 2026

Descensus ad inferos

Gli incontri non sono mai casuali. E so che a molti, oggi, il caso attira e piace, giustifica e consola cullando nell’indifferenza. Allora posso serenamente affermare che gli incontri non sono casuali, ma causali perché spingono sempre a vivere un’esperienza: quella del possibile. 
    Paul Celan, lo ammetto, mi ha sempre ispirato. Mi ispira anche in questi giorni di sofferenza. Non è un caso – eccolo ancora – che scrivo nel silenzio del sabato santo. In questo momento sono solo. Solo con me stesso. La poesia di Celan, Salmo, mi accompagna da giorni dopo che l’ho letta su una pagina di Nazione Indiana proposta in una triplice traduzione e nell’originale tedesco. Ne ho scelta una delle tre, quella dove la punteggiatura è ridotta all’essenziale, scritta da Helena Jeneczeck. 
    Ci sono versi che colpiscono nel segno, hic et nunc. Versi che ti trapassano il cuore dando un senso al soffrire quotidiano, quello che stimola alla veglia. Versi che leggo e dimentico e che torno a leggere assaporandoli con la dovuta attenzione. Cosa ne è venuto fuori? Qualche mio verso, adatto nel ritmo a questo giorno acceso dal mistero del descensus ad inferos.

Un nulla o forse il Nulla

E i passi di questa mattina

Avvolto dal mistero del discendere

L’attendere che illumina il vegliare

 

E questo sabato del Santo

Col mio niente che implora

Che il cuore sbocci in primavera.


Ed ecco i versi che mi hanno ispirato (ma si può parlare ancora di ispirazione, oggi? Per ora non voglio eccedere alla verbosità, dunque evito).


Salmo di Paul Celan

 

Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,

nessuno parla alla nostra polvere.

Nessuno.

 

Che tu sia lodato, Nessuno.

A te piacendo noi

fioriremo.

A te

incontro.

 

Un niente

eravamo, siamo, saremo

noi sempre, fiorenti:

La – niente, la

rosa nessuno.

 

Con

lo stilo chiaro d’anima,

il filamento cielo-deserto,

la corona rossa

per la parola purpurea che cantammo

sopra, oh sopra

la spina.