Sono senza ritegno. Scrivo ovunque. Anche in questo momento. Gli appunti per queste parole li ho presi riempiendo i pochi spazi bianchi su fogli fotocopiati con il modello CU 2026. Un supporto prosaico, certo, ma che un minimo di humanum può nobilitare quanto basta. Prima ho abbozzato alcuni versi – che mi sono sembrati buoni – poi, dove ho potuto, questa riflessione. In sottofondo ho messo il primo dei quartetti per archi composti da Hindemith, perché quello che cerco è l’isolamento dal mondo necessario per ritrovare l’equilibrio dell’esserci dopo una notte di sogni che rammento vividi e ricchi di dettagli.
Paul Hindemith
La penna scorre, ma questa è un’ovvietà nemmeno troppo originale, tantomeno un vezzo poetico. Ora sto battendo sui tasti del laptop e, di conseguenza, la relazione con i supporti scrittori muta, ma non la musica lasciata in sottofondo. Hindemith rimane. L’intreccio armonico delle parti porta lontano la mente. Lascio che insegua le note emesse dagli strumenti. È quello che cerco. Basta veramente poco per vivere un istante di presenza. E allora, perché non richiamo quest’opportunità più spesso nella mia giornata? Dovrei avere interiorizzato che la meditazione deve vivificare ogni momento della quotidianità perché il pane sia realmente quotidiano.
Faccio seguire a queste brevi impressioni i versi composti lungo questi ultimi giorni. Li consegno liberamente a chi li vorrà leggere, come liberamente li ho scritti inseguendo le sensazioni che li hanno suggeriti.
Sento ogni gesto dal mattino
Pioggia che scende nella notte
Così seguo il suo picchiettare
Come intermittenza del cuore
Lasciano andare anche
le gialle foglie
E il respiro m’accoglie nel
silenzio
Si sta come d’autunno quando
l’estate
Ormai non lascia traccia come
anch’io
Umilmente tento di fare

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