Gli incontri non sono mai casuali. E so che a molti, oggi, il caso attira e
piace, giustifica e consola cullando nell’indifferenza. Allora posso serenamente
affermare che gli incontri non sono casuali, ma causali perché spingono sempre a
vivere un’esperienza: quella del possibile.
Paul Celan, lo ammetto, mi ha sempre
ispirato. Mi ispira anche in questi giorni di sofferenza. Non è un caso – eccolo
ancora – che scrivo nel silenzio del sabato santo. In questo momento sono solo.
Solo con me stesso. La poesia di Celan, Salmo, mi accompagna da giorni dopo che
l’ho letta su una pagina di Nazione Indiana proposta in una triplice traduzione
e nell’originale tedesco. Ne ho scelta una delle tre, quella dove la
punteggiatura è ridotta all’essenziale, scritta da Helena Jeneczeck. Ci sono
versi che colpiscono nel segno, hic et nunc. Versi che ti trapassano il cuore
dando un senso al soffrire quotidiano, quello che stimola alla veglia. Versi che
leggo e dimentico e che torno a leggere assaporandoli con la dovuta attenzione.
Cosa ne è venuto fuori? Qualche mio verso, adatto nel ritmo a questo giorno
acceso dal mistero del descensus ad inferos.
Un nulla o forse il Nulla
E i passi di questa mattina
Avvolto dal mistero del discendere
L’attendere che illumina il vegliare
E questo sabato del Santo
Col mio niente che implora
Che il cuore sbocci in primavera.
Ed ecco i versi che mi hanno ispirato (ma si può parlare ancora di ispirazione, oggi? Per ora non voglio eccedere alla verbosità, dunque evito).
Salmo di Paul Celan
Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,
nessuno parla alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
A te piacendo noi
fioriremo.
A te
incontro.
Un niente
eravamo, siamo, saremo
noi sempre, fiorenti:
La – niente, la
rosa nessuno.
Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filamento cielo-deserto,
la corona rossa
per la parola purpurea che cantammo
sopra, oh sopra
la spina.