sabato 4 aprile 2026

Descensus ad inferos

Gli incontri non sono mai casuali. E so che a molti, oggi, il caso attira e piace, giustifica e consola cullando nell’indifferenza. Allora posso serenamente affermare che gli incontri non sono casuali, ma causali perché spingono sempre a vivere un’esperienza: quella del possibile. 
    Paul Celan, lo ammetto, mi ha sempre ispirato. Mi ispira anche in questi giorni di sofferenza. Non è un caso – eccolo ancora – che scrivo nel silenzio del sabato santo. In questo momento sono solo. Solo con me stesso. La poesia di Celan, Salmo, mi accompagna da giorni dopo che l’ho letta su una pagina di Nazione Indiana proposta in una triplice traduzione e nell’originale tedesco. Ne ho scelta una delle tre, quella dove la punteggiatura è ridotta all’essenziale, scritta da Helena Jeneczeck. 
    Ci sono versi che colpiscono nel segno, hic et nunc. Versi che ti trapassano il cuore dando un senso al soffrire quotidiano, quello che stimola alla veglia. Versi che leggo e dimentico e che torno a leggere assaporandoli con la dovuta attenzione. Cosa ne è venuto fuori? Qualche mio verso, adatto nel ritmo a questo giorno acceso dal mistero del descensus ad inferos.

Un nulla o forse il Nulla

E i passi di questa mattina

Avvolto dal mistero del discendere

L’attendere che illumina il vegliare

 

E questo sabato del Santo

Col mio niente che implora

Che il cuore sbocci in primavera.


Ed ecco i versi che mi hanno ispirato (ma si può parlare ancora di ispirazione, oggi? Per ora non voglio eccedere alla verbosità, dunque evito).


Salmo di Paul Celan

 

Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,

nessuno parla alla nostra polvere.

Nessuno.

 

Che tu sia lodato, Nessuno.

A te piacendo noi

fioriremo.

A te

incontro.

 

Un niente

eravamo, siamo, saremo

noi sempre, fiorenti:

La – niente, la

rosa nessuno.

 

Con

lo stilo chiaro d’anima,

il filamento cielo-deserto,

la corona rossa

per la parola purpurea che cantammo

sopra, oh sopra

la spina.