domenica 29 marzo 2026

Cristo entra a Bruxelles nel 1889 - Meditazione Domenica delle Palme 2026

Cristo entra a Bruxelles nel 1889 - James Ensor

Cristo entra nelle nostre città. Ancora una volta. Non è una scena che si ripete: è quell’unica entrata e io/noi siamo chiamati a viverla a Gerusalemme.

Ma chi trova ad osannarlo?

La sua gente, i cristiani? I suoi ministri? Certo, proprio noi, invitati a predicare il Regno dei Cieli anche ora, in tempore belli. Soprattutto ora, mentre il mondo è in fiamme e ancora si pensa se sia meglio celebrare secondo il rito antico oppure no, o presuntuosamente disporre l’indisponibilità della misericordia di Dio.

Chi ritrova Cristo entrando in città? Incontra indifferenza e apatia quando non disprezzo e opposizione. Questo è un mondo che sta sterzando verso un'areligiosità radicale e sempre più disumanizzante.

Ma guardiamoci, noi cristiani! Contiamoci, anche oggi! Ricominciando da oggi, sulla soglia dischiusa della Settimana santa. Magari qualcuno in più è presente, s’è ricordato. L’ulivo da prendere. Già, è la domenica delle palme! Purtroppo per noi, così abitudinari nell’osservanza dei riti e della loro ripetizione, sempre accorta e rubricata – guai a sbagliare! – dovremmo comprendere che l’abitudine dis-crea soffocando ogni apertura sul possibile e che solo la speranza accoglie e ospita la creazione continua, l’incarnazione profonda che diviene con ritmo cristico.

L’evangelo di oggi, il racconto del passio secondo Matteo, è un tumulto di situazioni, un accavallarsi di avvenimenti. L’evento irrompe nel caos, non dobbiamo dimenticarlo. È l’evento che chiude con l’origine consegnandoci al Mistero nel Mistero.

Gesù viene venduto, tradito, consegnato, torturato, condannato, umiliato. La folla insulta, calpesta, sputa, deride e giudica. Sì giudica perché giudicare prende, unisce nella divisione, acceca affogandoci in una sete di ingiustizia che ebbri di violenza commerciamo come giustizia. Eppure, anche nello strazio il denaro circola di mano in mano, il prezzo del sangue che ingrassa i potenti ingravidando le loro malsane pretese di dominio incontrastato, spacciato come una rinata religione globalizzata.

Nessuno, in questo marasma di passioni, emozioni e pensieri negativi, ti comprende, Signore. Nessuno scorge che tutto questo odio e questa divisione conducono alla morte. Non vogliamo vedere che la lacerazione di ogni rapporto precipita nel Tartaro della disperazione.

Malgrado questo, Tu entri con il volto illuminato da un amore infinito, sperante, che trasfigura il mondo nel Regno dei Cieli.


Perché un'omelia così diretta? Provo a spiegare le ragioni di questa decisione pastorale.

L'entrata di Gesù, oggi, la vedo come immaginata da Ensor nel dipinto Cristo entra a Gerusalemme nel 1889. Una folla in tumulto. Una moltitudine composita, variopinta, vociante. Un'improbabile e oscena carnevalata che turbina attorno ad un Gesù benedicente malgrado tutto (Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti). Un caos di indifferenza e identificazione. Quello che ho pensato per l'omelia mi è venuto nel silenzio della meditazione, prima delle lodi, quando ancora il mondo era avvolto dalle tenebre e mi sono seduto alla ricerca del silenzio spirituale, dentro, nel profondo del cuore. So che sono andato a toccare la quieta disperazione dei fedeli che ancora sentono il richiamo della messa domenicale. Ma la predicazione è una questione seria. Un sacramento, come qualche teologo pensa e crede. Per quanto mi riguarda è una responsabilità, non un privilegio. Salire all'ambone, o pulpito come ancora si dice, non è il semplice esercizio di un ruolo. 

Crocifissione - Enrico Magistris
Il dipinto che presento qui di fianco, opera dell'architetto/pittore gravellonese Enrico Magistris, nonostante il differente impianto cromatico, comunica la medesima sensazione espressa da Ensor. La folla sottostante il Cristo in croce manifesta indifferenza e lontananza:  una mondanità disarmante che sembra rendere vana l'irruzione della luce della redenzione. Quello che si legge è il mondo adulto del quale teorizza Bonhoeffer nelle lettere teologiche indirizzate dal carcere all'amico Eberhard Bethge e sulle quali sarebbe opportuno meditare in questo tempo di passione.

Non so se sono riuscito a rendere l'idea della situazione che mi ha condotto a stendere un'omelia con questa particolare intonazione. Penso che il parlare con  parresia sia l'unico sentiero da percorrere oggi, quando attorno tutto sembra decadere nel nonsenso di un fondamentalismo religioso che altro non porterà che danni e sofferenza ad un'umanità sempre più lacerata.
 


 

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