lunedì 12 marzo 2012

Così nel mio parlar voglio esser aspro...

Un esperimento poetico, certo. Un guardare al passato senza fargli troppo il verso. Poi nasce la musica da dentro in una ricerca che non conosce frontiere. Si fanno sempre interessanti scoperte, tornando alle fonti.
Un pretesto, certo, anche se, in questi giorni ho ripreso in mano le Rime dantesche nella storica edizione curata da Gianfranco Contini. Questo per cercare lumi per rischiarar le tenebre.

                              Non so di quanto come e dove scritto
nel delirio fritto di passionali lotte
spese in maniacali singolar tenzoni, sfotte
la suburra ribollente e storta in fiscali
miasmi di tradita vita. Un’ansia basita
m’impone d’appender l’arco nel trafitto
cielo: lacrime donna impietrita d’anni
e d’amore, solo al cuore, d’ora in poi,
risponderanno all’eco i dolenti suoni.






sabato 10 marzo 2012

Giardinaggio e poesia (un elzeviro)

Immagine dal Web

Per uno come me che passa ore tra libri e cartacce varie (mie e non solo, quando ti ritrovi pacchi di verifiche da correggere umide d'adolescenziali gemiti), scendere in giardino e lavorare non è proprio una consuetudine. Quando accade è un miracolo, il brillare di un attimo.
Terra e poesia? Terra e poesia, appunto. La terra, per estensione il giardino (Eden e derivati) rappresenta la dimensione del lavoro per eccellenza, la cura applicata al concreto. L'impegno dell'origine (quando ancora il tempo sembrava scorrere lento), ancorato a quell'idea di custodia che intriga sempre così tanto.
Poi vennero i greci con la loro idea di poiein, inaugurando l'era del produrre, suggerendo che la poesia non è affatto un'occupazione per educande, ma un serio impegno, un faticare continuo alla ricerca di quelle risposte che così tanto ancora oggi scuotono. Esiodo fu in primis pastore poi poeta delle origini mitiche, laddove cantò del tremendo impasto di carne, sangue, viscere ed elementi che portò dal caos alla generazione degli dei. Leggere la Teogonia è come tentare di sfoltire un cespuglio cisposo ed irto di spine cresciuto troppo. Quando il groviglio cede all'educazione imposto dalla mano umana, è allora che scopri le gemme spingere tenere propaggini di primavera. Anche il poeta deve sforbiciare inutili fronzoli linguistici (e con quale immane fatica) o riconoscere la scarna armonia dei versi intessuti.
Come corro! Ieri ho smosso l'universo mondo ed oggi rimangono cumuli di rami foglie ed altro da smaltire.
Non l'ho scritto sopra? Prendersi cura: anche questo è fare poesia, produrre.

venerdì 9 marzo 2012

Le poesie degli altri

Non è per niente facile dedicare attenzione alle poesie scritte dagli altri. Per me, anche se le leggo, rimane un difficile impegno dato che il confronto con il mio lavoro di ricerca poetico rimane uno scoglio inevitabile. Bando alle chiacchiere! La chiacchiera è sempre un modo inautentico di affrontare la vita e la poesia non ammette chiacchiere Esige serietà ed impegno.
Non so ancora se questi interventi sul blog che dedicherò agli altrui lavori poetici diventeranno un appuntamento fisso. Vedremo, dico, sospendendo ogni possibile previsione. Comunque...
...Di Enrico Maria Di Palma conosco il blog (cawarfidae.blogspot.com) .Quello attuale, almeno. Un blog interessante, inconsueto. Un blog dove non si chiacchiera troppo, e questo già mi piace. Uno spazio dove si scrive sperimentando. Questo mi piace più ancora. Invito alla lettura di alcuni suoi arguti post, eruditi quanto basta, non comuni nelle scelte linguistiche e nell'uso del latino (che non appare come uno stucchevole anacronismo, ma ad uso di richiamo alla responsabilità intellettuale). Già il nome del blog, uno nome longobardo, dotto e ricercato, avverte sul contenuto, serio anche se presentato con la necessaria ironia e canzonatura.
Veniamo al libro in questione.
"Dalla parte di Huàscar", CFR Edizioni. Il titolo è un enigma. Una colta provocazione. Huàscar è un Qhapaq, un imperatore inca, dallo storia consegnatoci in maniera ambigua e frammentaria. Quanto sappiamo di certo è che si oppose al ben più famoso Atahuallpa, combattendo una lunga guerra civile. Non possiamo definirlo un soccombente, nemmeno un perdente. Forse un oppositore. Un uomo di carne e sangue e che fece scempio. Da qui l'intonazione della silloge di Di Palma.
Da leggere, devo ammettere, almeno da parte - appunto - di chi ama la poesia e la sua lettura. Testi interessanti, Forti di una musicalità petrosa, ricca di rime interne, assonanze, ossimori. Un verseggiare spigoloso per una musica dura. Un'accorta ricerca linguistica che, dopo il componimento introduttivo, quasi un programma poetico, viene elaborata fino al parossismo espressivo.
Belli i primi versi, resi tipograficamente in corsivo. Mi ha ricordato "In limine" di Montale, anche se poi il ritmo è mutato in una vertigine di variazioni.

Mi chiedi perché è serrato, chiuso,
questo cercare nostro
e in quale luogo tetro vadano a finire
le mie parole morte
e perché non spalanco le porte
di questi segreti
e se sono sorti
da un qualche finto porto sepolto.

Si narra di un cercare chiuso, stretto, un trobar clus di sapore antiquario. Si accenna a porti sepolti (Ungaretti), citando la grande tradizione letteraria italiana facendo notare come il lavoro poetico non può rimanere confinato al guizzo emozionale dell'attimo, smunto nella stucchevolezza, ma deve poggiare sulle solide basi di una ruminazione filologica sempre meno banale e scolastica.
Tra il materiale presentato, i testi che mi hanno meno convinto, sono i due frammenti di poemetto presentati in chiusura. Magari ancora acerbi, torsi da sgrossare. A mio giudizio, non all'altezza di quanto proposto prima.
Mi fermo. lascio a chi vorrà leggere.

giovedì 8 marzo 2012

Donne che avete intelletto d'amore...

Immagine dal Web


Mi trovo in difficoltà e non è un paradosso. Oggi è un giorno che dovrebbe ricordare un avvenimento importante, speciale, eppure...quanta banalità! No. Non voglio fare il saccente di turno, quello che si vuole sempre distinguere dal coro. 
Lo ripeto, mi trovo in seria difficoltà. Non oso scrivere versi inutili, dato che anche ora, dopo la prova della scrittura non vengono affatto e rischierei di ricorrere all'artificio (ingegnoso) del trobar clus, rinunciando alla sua bellezza, alla profondità dell'amour de lòng, all'astrazione metafisica, ma anche alla corporeità sublime che solo i poeti alti sanno cantare senza cadere nella sconvenienza.

Scelgo un verso solo, e di Dante. Non a caso ricorro al Fedele d'Amore. Un verso che mi ha sempre intrigato, dato che parla di intelligenza e di riflesso, di ragione. Per comprendere dobbiamo abbandonare ogni lettura scolastica o riduttiva di quanto intendiamo per intelletto.
Cominciamo con il conferire all'intelletto l'idea di sapienza, di gusto profondo della vita, di amore per l'esistenza. Proseguiamo attingendo al latino, origine etimologica del vocabolo intelletto.
La radice è da intellectus, a sua volta dedotto dal verbo intelligere, intus legere, ovvero: leggere dentro, leggere da dentro. Giusto accennare all'umana facoltà di elaborare pensieri, ma il leggere dentro (diverso dal leggere da dentro), avvicina all'idea di leggere nell'essenzialità, indicando la capacità di cogliere l'essenziale, dunque, l'essenza delle cose: l'essere oltre l'ente (perdono).

Allora? La donna è la creatura che riesce a leggere dentro cogliendo l'essenza delle cose ovvero, quello che realmente conta. Insomma: la donna come genere in grado di vivere la praticità dell'esistenza in tutta la sua gettatezza. 
Avere intelletto d'amore, dunque, è il saper conferire all'amore quello spessore umano che solo da dentro prende forma attraverso un'esperienza profonda e cosciente, sublimata nella libertà del darsi. Le donne, nella consapevolezza della loro condizione femminile sanno essere questo. Sanno dare significato all'amore come forza, energia dirompente di vita pur rimanendo con i piedi per terra.

Mi fermo. Lascio il "da dentro" ad un'altra occasione accennando solamente al fatto che l'interiorità, la spiritualità, da dentro, vivificano il fuori, quando maturate nel divenire della ricerca.

Per finire e come augurio (per pensare).
Amara come la morte, la donna (Ecclesiaste/Qoèlet)? Certo, perché mi sbatte in faccia ciò che non sono ricordandomi la morte della superficialità e delle contraddizioni.

Perché fu una donna la prima ad incontrare il Risorto?

Perché la Donna è tolta dalla costola dell'Uomo e non viene plasmata con terra e sputo come l'Adam?

Donne che avete intelletto, appunto, riscoprite la vostra dignità pretendendo uomini sempre meno stupidi e consapevoli del cammino ancora da fare ed insieme!

martedì 6 marzo 2012

...memento vitae...

La morte, quel tuo incubo del quale
spesso mi parli
                         – e ti s’avvampa forte
l’annoso orrore mentre dici il duro,
per te, timore che tutto s’annulli
auspicando che il nostro tempo sia
un infinito amarsi dato che t’ho
scelta per sempre perché tu hai scelto
me confidando in formule che l’Alto
vorrebbero disporre al bene -
la morte a questo decreta confine.
E per noi due che cosa trattiene
ogni fottuto giorno che si estingue
tra le stupide dispute di figli
rosi da bieche e tonte gelosie?
Se lo vogliamo il tutto e cos’altro?

domenica 4 marzo 2012

Buona domenica! (pensieri appesi)




Giorno strano la domenica. Questa in particolare: lenta, grigia, stanca nei pensieri e nell’immaginazione che già proietta a domani. Forse aveva proprio ragione Leopardi: diman tristezza e noia recan l’ore. Lui, come me, prediligeva il sabato, il preludio. Forse il meglio, quello che carichiamo di aspettative. E poi? Insomma, dopo la delusione di ogni aspettativa?

Poi rimane l’attimo che riesco a cogliere. Come quello appena andato, quando, con noia, ho cercato la luce in una lettura casuale (spesso faccio così, prendendo uno dei tanti libri sparsi per casa, quelli per i quali non senti rimproveri). Una poesia di Vittorio Sereni: Addio Lugano bella. Un eco rivolto al celebre canto anarchico, certo. Un eco che si sposa con l’adesso.
Sento in sottofondo le solite trasmissioni domenicali, oggi dedicate (giustamente) alla memoria di Lucio Dalla anche se la purezza della sua poesia viene macchiata dalle lacrime coccodrillesche di giornalisti ed affini.
Non so quanto sia autentico il dolore di Massimo Giletti, ragiono mentre scrivo. Lui si preoccupa per lo share, doma il pubblico e s’atteggia a nume tutelare decretando il tempo da dedicare alla pubblicità  oppure alle lacrime. 

Giorno strano, sì, la domenica. Giorno quando vorrei sempre fare chissà che cosa e mi ritrovo a fare niente dandomi all’insoddisfazione della sera, mentre l’imbrunire trascina con sé la tristezza di ore lasciate scorrere nel niente dell’inquietudine.
In certe occasioni, nulla può nemmeno la poesia (perché non sorge). Il peso uggioso della nebbia interiore ottunde ogni anelito (ed io ne ho sempre troppi).

Giorno quando si indugia a tavola più del dovuto e si cede alla tentazione di qualche grappa come ammazza caffè. Ah, i pranzi domenicali, quelli che sono dominio esclusivo di mamme e suocere. Quelli dove la cucina s’arroventa nella preparazione di cibi vari, anche se sempre nel rispetto della tradizione. Chissà! Amo la buona tavola, ma la domenica…

La cultura ebraica non diede mai nome al primo giorno dopo il sabato, la domenica, per l’appunto. E’ una costatazione esistenziale, naturalmente! 

sabato 3 marzo 2012

L'uomo folle e la sua lanterna accesa

Diogene - Dipinto attribuito a JHW Tischbein (fonte Wikipedia)
Un'immagine come punto di partenza. Qualche verso (mio) per concludere.
Diogene è l'esempio paradigmatico della ricerca. L'umano anelito all'assoluto, alla pienezza del niente. Nel tumulto di una folla vociante e caotica, l,'anziano sapiente si muove scrutando ovunque, con attenzione estrema. Cerca l'uomo, l'uomo nella baraonda del mercanteggiare. Cerca se stesso nello specchio degli altri bevendo fino alla feccia il calice dell'indifferenza e del pregiudizio.


Un cielo rappreso di pioggia ed io qui
ancora a contare di saper intessere peana
e poetiche trame: se questi cenci letterari
sono i presupposti, so fare veramente poco
o nulla (non oso dire il niente)…

…quando in alto le cose tutte non avevano
ancora nome e qui dabbasso regnava il caos…

Cosa aspetto in più dall’alto, ecco l’imbroglio!
Sotto, nell’infetto impero  del caso,
la necessità svigorisce le mie forze
spese ancora nell’ufficio d’offrire nome
alla selva avviluppata di corpi e sangue
che m’impedisce il percorso con catene
d’inerzia e abbandono…tu, però,
tu che con me annaspi nel mare magnum,
solo il prenderti per mano, pelle al tocco,
infrange cristalli di paura in lame di luce
cosicché amore odio vita morte alto basso
abbreviano negli elementi dei primordi
e finalmente non fiata il tumulto bellicoso,
sul campo quiete di tenebre annunciate
dal tramonto arrossato d’ingordo fuoco.

E dopo? Improvvisa la legge sul caso
a dettar pregiudizi, troppi nomi alle cose
nell’ordine principiato e imposto
senz’estasi e mistero e tantomeno
indizi sparsi al mondo, indicati e detti:
sarò ancora l’uomo folle che s’innamora?