venerdì 4 maggio 2012

Così pensando


Tanto per cambiare corso alla noia, mi soffermo sul garbuglio poetico che rimugino a mente da qualche giorno. Sono immagini di varia natura, grappoli d’emozioni glassate dall’attesa e dal tempo. Memorie del vissuto, spesso umano ciarpame che poco conta al vaglio della storia che scorre. Eppure, per me, posseggono un peso esistenziale irrinunciabile.
Mi metto davanti al quaderno per gli appunti, quello che mi porto sempre appresso. Penna e pazienza, prima che qualche verso cominci a sciogliersi.

Il mondo, fuori, è grigio di follia. Cortei di ceree vedove. Uomini che s’incatenano e vengono prelevati ammanettati come comuni delinquenti (ne esistono ancora?). Sofferenza spettacolarizzata da una televisione ormai esanime: che si sia giunti alla fine di questo mezzo ormai consunto dall’orgia del potere? Davvero cattiva maestra?

Sono diviso tra il richiamo delle selve poetiche, sostenuto dalla speranza che tornino presto i giorni buoni per le  humanae litterae, dell’otium contrapposto al nec-otium e l’impegno del canto urlato per liberare quella ribellione che graffia dentro.

Comodo così ragionare mentre fuori qualcuno muore di disperazione.

mercoledì 2 maggio 2012

Lathe biosas

immagine dal web

Andai nei boschi
perché volevo vivere
con saggezza e profondità
e succhiare tutto il midollo della vita,
sbaragliare tutto ciò che non era vita !
E non scoprire,
in punto di morte,
che non ero vissuto.

Henry David Thoreau

Oggi una celeberrima citazione. Non a caso, scelgo di lasciarmi condurre dai versi di altri.

Bosco. Solitudine. Saggezza. Profondità. Quiete assoluta. Sono quegli ingredienti che permettono l'andare a fondo delle questioni.
E se la questione fosse una sola? La vita?

Sono giorni, questi, dove l'invito alla vita ritirata si fa molto forte. Un bisogno che comincia a sapere di necessità.
La chiarezza sulle questioni fondamentali, la si ottiene ritirandosi nella pace della contemplazione, laddove la dimensione umana ci suggerisce che per e-sistere basta veramente poco.

L'impegno può germinare solo da questo. Il resto? Si riassume mille e una identificazioni che annullano la libertà.

lunedì 30 aprile 2012

Il mondo come...

meccanismo (immagine dal web)

            Ieri, in un post precedente a questo, ho accennato alla questione dell’anima. Un post filosofico, ma senza troppe pretese teoretiche, perché sono cosciente di quanto sia difficile cercare di essere chiari nelle idee che espongo e gli interventi di chi mi legge, sono risultati preziosi oltremisura, per la prosecuzione di questa trattazione.
            Per questo ho deciso di cominciare con lo sporcare le mani partendo dal basso delle osservazioni quotidiane. La vita si può cambiare solo dandosi da fare.          

Sabato è stata una giornata terribile! Oggi, a bocce ferme, come si usa dire, faccio ancora fatica a discernere le dinamiche che mi hanno indotto a vivere male .
            Una debilitazione fisica, lieve,  ha finito per condizionare, e non poco, il mio equilibrio. Oltre a questo dato sostenuto da una certa oggettività, si sono aggiunti una serie di scorni famigliari, quelli che mi sono portati in dote, secondo il giudizio di mia moglie.
            Queste osservazioni per arrivare ad affermare che è stata veramente dura non farsi portare via completamente e soccombere sotto il peso delle passioni.
            Insomma: e’ stata un’autentica lotta, fino a quando non mi ha attraversato una folgorazione. Ho sentito tutto il peso esercitato da un mondo ostile. Un senso di conflagrazione implodente vorticosa e totalizzante, un essere ridotto all’impotenza.

            Ma quanto questa ostilità è frutto  di processi mentali involontari (meccanismi), e quanto determinata da vere e proprie influenze esteriori?
           
Ricordo con estrema precisione come, dove e quando questo streben mi ha posseduto.
            Me ne stavo seduto in auto, fermo in un posteggio in via Gramsci, centro di Galliate, nell’attesa che mia moglie portasse a termine alcune commissioni.
            Dopo la tempesta, comunque, ho assaporato tutta la dolcezza della libertà prodotta da questa osservazione.

            Se fossimo veramente esseri programmati? E per che cosa, per quale finalità? Da chi?
            Quanto impedisce, questo essere programmati, il conseguimento della libertà?

            La programmazione sottintende un meccanismo nel quale siamo incastonati, verità che solo una forte presa di coscienza può rendere evidente nella consapevolezza dei propri limiti umani.

            Il mondo come volontà e rappresentazione?
            Se pensando e conseguentemente agendo, cedessi all’inganno della mente?

            Primo: devo comprendere il fatto che mente e ragione non coincidono e che non possono essere impiegati nella speculazione con valore di sinonimi.
            Secondo: attorno possiamo vivere un mondo che è illusione e che diviene  il mondo reale quando sono in grado di distaccarmi per poterlo osservare, prendendo atto, ma senza cadere nella trappola del giudizio e così dell’opinabile.

            Fare epochè  esistenziale, in poche parole.

            Da questo punto, l’inizio.

domenica 29 aprile 2012

L'anima...

Pietro Pomponazzi (sa Wikipedia)

            Mi ritrovo, hic et nunc, a lottare con l’immaginazione. Un’improvvisa arrabbiatura, a tavola, ed ecco che scatta il travaglio d’una scarica di extrasistole. Non dovrei scadere nell’umorale, ma quando due figli particolarmente cocciuti ci si mettono con le dispute, non ci sono ragioni! Il boccone che stavi trangugiando ti si mette di traverso, cadi in affanno, e tutti i programmi pomeridiani vengono risucchiati dalla precarietà che suscita il non essere mai all’altezza.

            Così eccomi qui. Ho trovato rifugio nel mio studio. Tanti buoni propositi e pensieri che s’attorcigliano a vecchie questioni. La sete di scoprire, un’arsura che non conosce ancora il riposo di una fonte ombrosa.
            Come parlare oggi, di anima? La domanda è mia da tempo e sono valse a poco le tante letture fatte sull’argomento.

            Animula vagula blandula…che possa essere vero quanto predicato da chi sostiene una concezione molecolare che interessa materia e spirito?
            Vagare, deboli, rincorrendo fantasmi d’immortalità che aleggiano nel silenzio di una dimensione che si stenta ad afferrare?
            L’impermanenza del Tutto.  Sono concetti che ho fatto miei e sopra i quali torno cercando sempre nuovi lumi.

            Sarà colpa del cibo sullo stomaco, quello stesso che poco filosoficamente ho consumato con famelico appetito, ma stento a trovare il bandolo della matassa. Non mi ci raccapezzo!
            Scarabocchio qualche postilla in margine alle letture che interrompo sollecitato dal richiamo di qualche vaga visione poetica. Ma tutto cade nuovamente. Sembra non esserci spazio per altro se non per la necessità di speculare.

            Anima, spirito, persona. Materia e sostanza. Come possiamo giungere a cristallizzare l’essenza, e riempire i polmoni con la brezza di Vita che permette all’anima di rilasciare quel  profumo d’immortalità che la contraddistingue.
            Sono consapevole del fatto che viviamo al confine, da borderline dell’esistenza e che basta veramente un nonnulla per consegnarci alla vertigine dell’Essere così come farci sprofondare nel magma di una materia che qualcuno ha intuito come eterna (torniamo ai greci? Chora…), ma per questo non senza una finalità.

            Pietro Pomponazzi (Peretto Mantovano), lo incontrai quando, per preparare l’esame di antropologia filosofica, mi lessi il suo Trattato sull’immortalità dell’anima scandalizzando i benpensanti che lo catalogavano come un materialista negletto, preferendo gli imbarazzi di Aristotele e le sottili approssimazioni dialettiche di Platone. Altro che materialista…un cervello sopraffino. Una bella testa!
            L’anima è una questione profondamente umana, e come tale deve essere trattata, nella riflessione. Come? Dal basso, sporcandosi le mani nel tentativo di pensare che una vita ben meditata può essere resa migliore da un tentativo di crescita. E dopo? Con immenso stupore, il “materialista” Peretto, apre sull’Oltre, quasi attendesse una terza navigazione!

            La disgregazione molecolare può essere scongiurata! Ma con fatica (teoretica e spirituale)!

sabato 28 aprile 2012

Notturno poetico


Ho letto troppe poesie degli altri. Mi sono nutrito di sogni privati,
- ladro fottuto e infingardo - ma anche di qualcuno dei miei, una volta
sfuggiti alle tenaglie della ragione. E cosa me ne faccio di tutta questa onirica indigestione?
Perché stare male? Ingolfato d’ingordigia, non posso costruire molto. E poetare?
Immane immensa pretesa! Maledetta presunzione che…
Il mondo attorno è un veleno lento. Una sospensione d’indifferenza
che disgrega le strutture di rime d’ogni genere e specie.
Penso a serventesi che mai comporrò, se non mi scrollerò d’addosso questa nera apatia.
E come posso dire io, che ho fatto incetta d’emozioni mie e di altri?
Con prudenza estrema dovrò raccattare le  mie povere masserizie e dileguarmi nella notte.
Chissà che una sana scarpinata non mi rimetta in sesto?
Proverò! Per ora raccolgo briciole, e qualche laido sputacchio. Non importa!
Anche un semplice gesto infrange la monotonia della consuetudine.
Non amo il conformismo abbietto di coloro che non s’espongono per gridare
il rovello dell’ingiustizia…ma è notte! Qualcuno reclama per il chiasso del mio partire.
Qualcuno…il sonno che scende e livella ogni anelito…il sonno non è per me, ora!

Muovi un passo dietro l’altro…con calma, lentamente…

venerdì 27 aprile 2012

Il fine apotropaico delle cose


Rincorro chissà quali pensieri. Non riesco a chetarmi. Finita la scuola alla due. Una caldo infernale: termosifoni a tutto regime in barba al risparmio energetico. Aule sovraffollate. Un chiasso che spacca i decibel.
Il venerdì è un giorno terribile. I ragazzi sono esausti, cotti, noi docenti anche. Da parte mia so che le ultime due ore le tiro via senza entusiasmo. Con quale coraggio aprire storia? Non c’è spazio per l’illuminismo quando la stanchezza s’è trasformata in un pesante macinio e gli occhi cedono sotto l’anestesia di un’atmosfera ormai troppo carica. Per tirare la fine, ho scelto di assegnare un lavoro di ripasso. Facile, schematico, ma logico. Mi sento sadico impegnarli nel ragionamento dalle ore tredicizerozero in poi. Inoltre, questa risma di fogli scritti dovrò pure correggerli. Poi.
Poi torno a casa. Pranzo pomeridiano. Il mezzogiorno alle tre o il sole anche di notte. Mia suocera non comprende ragioni. Pasta con sugo di pesce, trota bollita, insalata (che non digerisco), vin di cartone (pessimo, ma mio suocero è scaduto nella qualità degli acquisti). Quanto rimpiango un sano the verde da sorseggiare leggendo ed in silenzio oppure uno yogurt, fresco e leggero, una libidine al palato.
Mangio munendomi di bavagliolo per evitare mitragliate di unto sulla camicia ancora fresca. Gioco con mia figlia, anche lei torturata fino all’assurdo dalla scuola. Scherzi, aneddoti, racconti di lacrime facili, d’umori esaltati dalla promiscuità. Voti e valutazioni varie. La guardo. E’ una donna in bocciolo. Asciutta e lunga, la chioma biondo rame, occhi da gazzella, gambe sottili. Un fiore pronto a dare il meglio. Una lingua da assassina, quando rimbrotta col fratello e se le menano di santa ragione.
Mi fiondo a casa. Devo passare solo un giardino e una volta raggiunto il sospirato asilo domestico, mi becco mia moglie e Carlo davanti allo schermo piatto del televisore. Stanno guardando una puntata registrata de “Le iene”. “Denuncia di regime”, penso. Cercano di tirarmi in causa, ma resisto. No! Ho i libri che mi aspettano. Ho da scrivere, controllare la posta, leggere qualche blog. Ho gli affaracci miei! Protesto e recalcitro. E’ così che si scatena il turbine.
Prima a scuola – di nuovo – perché mia moglie deve andare in segreteria per alcune pratiche. Poi una commissione: al cibo non si comanda. Poi a casa. Poi il patema di quando vorrei fare tutto e finisco per non fare niente.
Finalmente, la situazione di stallo si sblocca. Mi apparto. Prendo pc ed altri strumenti. Mi siedo all’aperto. Domenica ho piazzato il gazebo in cortile. Verde, frulli di passeri, schiocchi di merli, vento tra le cime dell’abete ormai monumentale. Una frescura che concilia il raccoglimento.
Apro la pagina bianca. Un attimo di panico. Rivedere qualche scritto? Poesie da limare? No. Pagina bianca e via. Bach in sottofondo (lui aveva duende). Una pioggia di note cristalline. Sonate e suites per clavicembalo, fughe e capricci su lontananze varie. Chissà quant’era brutta la figlia di Buxtehude per venire rifiutata in quel di Lubecca?
 Via dunque. Le parole sgorgano, non mi sembra vero. Scrivo per scrivere. Mi dicono che è così che si dovrebbe fare per rompere gli indugi che troppo spesso bloccano la vivacità creativa.
Vado. Vado…M’accorgo che scrivere mi fa un bene immenso. Distende. Cancella l’ansia. Sarà colpa della musica che tengo in sottofondo? Forse anche. Manca qualcosa? I puristi dell’ispirazione affermerebbero che mancano sigarette e liquori. Io no. No, amo il buon vino e le sigarette m’impastano la bocca.
Ora non ho bisogno d’altro.

giovedì 26 aprile 2012

Contrasto


Ebbene si, leggo e faccio poesia! Qualcuno
potrebbe obbiettare che si tratti di follia.
Così rispondo io, sopra le spoglie di questo giorno
compiuto sul rimare ostinato: forse è immensa
mania per quel demone vetusto che scrolla
e che a terra ti sbatte se non strepiti il suono.
Ora mi bastona in testa e tambura immane contro
le tempie e perquisendo nel disordine atro
ti comprime sbrindellando quella proporzione
bugiarda della mente che consegna al poetare staccato.

Ma ecco l’incanto riuscito. Magia dei versi
che quietano il tumulto del diluvio, smorzano
la combustione delle emozioni, riassettano il talamo
alle passioni. Dunque ho scritto. E’ tempo
per il silenzio raccolto gemmante di spore
creative che impillaccherano le dita. E’ tempo
del medicamento per l’anima, quell’umano
impiastro per calmare le contusioni dello spirito
e ridurre le ulcere interiori. Sarà acciacco
questo, ma percorso d’amore anche se bislacco.