venerdì 9 gennaio 2015

Divenire

        
           Non riconosco più il mondo. Non mi sento annebbiato, no. Non ho pranzato innaffiando le portate con vino in eccesso. Ammetto di concedermi qualche bicchiere talvolta indugiando anche se non cado mai nell'ebbrezza. La moderazione avviene come se avessi un limite naturale che scatta, una barriera che si alza  per evitarmi cadute nell’abbruttimento che solo l’uso smodato di alcol provoca.
         Ferma! Questo non centra niente con quanto stavo scrivendo. Il mondo non lo riconosco più veramente anzi, lo rifiuto intromettendo della violenza verbale estrema tra il sé che vorrei preservare dal contagio e quanto considero estraneo ad ogni mia personale volontà. Mi stupisce la violenza che mi provoca l’esteriore come l’interiore perché, anche se a molti benpensanti non piace, il mondo ci pervade dentro, dove prende forma, e fuori. La ribellione è forte fino al punto che arriverei a fare a pezzi chiunque mi si trovasse davanti nei momenti topici.
         Poi tutto scivola nella pace dell’abbandono laddove stempera ogni ebbrezza per lasciare che tutto si chiarisca mentre l’orizzonte torna sereno. Tutto accade come nel rapimento della bella stagione per giungere a comprendere che ogni albero degno di questo nome produrrà frutti secondo il tempo prestabilito.

         Il mondo torno a riconoscerlo per quello che è attraverso tutto quello che accade. Capisco che il problema non è di rifiutare più o meno una situazione, ma cercare di osservare la giusta distanza, quella che varia a secondo delle condizioni e dunque delle cose che avvengono.