sabato 6 aprile 2013

Detti dell'orso orchesco 1

Malesco, via Minazzoli (foto Massimo Caccia)

    
            Quante volte ho calpestato i selciati delle vie di Malesco? Dovrei fare il conto degli anni da quando passo le mie vacanze in questo comune della valle Vigezzo. L’estate che verrà sarà la quinta, se i conti che faccio a mente non mi tradiscono. Cinque anni di vita non sono per niente pochi. Mezzo lustro, come qualcuno potrebbe affermare.
         Mezzo lustro o cos’altro, cinque anni sono un bel pezzo di vita e nel loro arco temporale di cose ne possono accadere veramente tante. Troppe, per coloro che hanno uno stomaco delicato per digerire senz’affanno gli scorni di un’esistenza. Il mio non lo riconosco più. Ultimamente mi rende laboriosa ogni digestione. Sembra che il metabolismo del mio organismo sia improvvisamente mutato e non solo in materia di cibo, quello che si ingurgita senza alcuna educazione. Un altro procedimento chimico s’è messo a fare i capricci: l’alambicco degli stimoli spirituali. Un cambiamento strano, se lo osservo con attenzione. Un equilibrio che mi sospinge verso una riluttanza nei confronti del genere umano senza precedenti. Oddio, orso lo sono sempre stato, ma non orso orco, come oggi bonariamente pare. Sapevo del gatto lupesco, ma non ancora dell’orso orchesco!
         Ero lungo le vie di Malesco (rima non voluta!), tra le case antiche del centro, quelle che i vigezzini hanno costruito con il denaro guadagnato all’estero spazzando camini o prodigandosi in professioni più nobili. Un sapore forte del tempo si gusta respirando a pieni polmoni l’aria del posto. Le solite vie, potrei obiettare. Sarà, ma non sono un abitudinario. La routine, anche quando applicata al tempo libero, non funziona nel mio caso. Non esco ad orari fissi, nemmeno per regolare il cane nelle sue necessità. Sono fantasioso anche in questo. Fantasioso e approssimativo.
         Le vie, devo tornarci ancora, se desidero fare il conto dei giorni che ho vissuto qui. Lo voglio fare per sentirmi vicino a quanto scritto da Paul Auster in “Diario d’inverno”, dove ha fatto il computo dei giorni che ha vissuto in tutti i luoghi dove ha abitato durante i suoi sessantaquattro anni di vita. So bene che per il mio problema i dati mutano. Vorrei sapere quante volte ho percorso le strade di un luogo in particolare e questo cambia non poco. La tesi che tento di dimostrare è differente poiché il cammino, per me, implica il pellegrinaggio della ricerca, non la staticità dell’abitare con il conseguente ritorno dell’abitudine.
         Se calcolo due mesi pieni per estate, ovvero sessanta giorni commerciali (che brutto pensare sempre al mercanteggio!), altrettante Pasque e Natali, ne esce questa operazioni a dire il vero poco problematica: 60+5+15X5=400. Quattrocento giorni. Quattrocento passeggiate per le strade di Malesco e non solo, dato che dovrei unire le quotidiane puntate in centro a Santa Maria Maggiore per l’aperitivo, le discese a Domodossola e altre scarpinate (alpe Blitz, Cascine in Val Loana etc…). Calcolare i chilometri mi risulterebbe maggiormente difficile dato che non sono solito misurare le distanze. Ma i passi? Questo risulterebbe interessante e sarebbe sufficiente un normalissimo contapassi.
         Bene! E adesso?
         Adesso posso solo affermare che, malgrado la frequentazione di strade e piazze, ogni passo è sempre differente, grazie al cielo. L’orso orchesco non ha ancora smarrito le sue capacità mimetiche, dato che sfugge ad ogni forma di adattamento intellettuale.