lunedì 20 maggio 2013

Public Breakfast

immagine dal web


         Che tristezza, mi dico, fare la colazione all’Ipercoop!
         Non amo andare al supermercato, figuriamoci alla domenica mattina e per di più di corsa, perché a casa qualcuno ti aspetta per la colazione e ti sei accorto che manca il the, quello che piace, nero e di commercio equo. Poi c’è la carta igienica finita malgrado i mille e più strappi conclamati dalle becere réclame, quelle che ti bombardano e ci mettono pure Dante con la sua Commedia. E da non dimenticare il cibo per il “bastardo” che, malgrado la piccola taglia, mangia con la voracità di un piragna senza nessun senso di sazietà. Divora di tutto e non solo le briciole che cadono dalla tavola.
         La consegna mi tocca. Nemmeno le 9 e sono già al posteggio, relativamente pieno. Il sole è caldo, dopo le giornate fredde di pioggia, l’aria vaporosa. Troppa luce, per questo guardo alle montagne per vedere se già un nuovo fronte di maltempo minaccia la giornata di festa.
         Chiudo la macchina. Entro e zac! La fila davanti alla cassa del bar. Il rumore è quello tipico del mattino: tazzine, cucchiaini, posate, sorseggi e mandibole sganascianti krapfen è dolciumi che intonano la cacofonia della colazione.  Tutti belli che pronti se non già intenti al rito mattutino, armati di carrello per fiondarsi, col sapore dell’espresso in bocca, a fare le doverose compere settimanali tra isole dei freschi, corsie degli scatolami e pesce decongelato che ancora dovrebbe odorare di mare e paranze.
         Sfuggo, perché ho voglia di metterci il minor tempo possibile. Già il notare che una sola delle 15 casse è aperta e l’attesa si potrebbe presentare pruriginosa, mi mette in allarme.
         Entro. Cerco e prendo quanto mi serve senza troppe cerimonie per guadagnare il prima possibile la via dell’uscita. Mentre giro come  una scheggia per i reparti con la coda dell’occhio, m’accorgo che una seconda cassa apre. Dunque, più veloce della luce ad arraffare il the e via al pagamento.
         Nemmeno dieci minuti! Penso. Ripasso davanti al bar. Colazione pubblica, sotto gli occhi dell’universo mondo che transita consegnandosi alle fauci del commercio. Questi sono i nuovi templi. Le chiese secolarizzate del consumo, malgrado la crisi che monta e il mare magnum della disperazione postmoderna, l’opportunità di beneficiare sempre dell’acquisto con orari d’apertura sempre più dilatati.
         La colazione al bar…Non l’ho mai fatta. Mi mette tristezza pensare di bermi un cappuccio nell’anonimato, su freddi tavolini. Passi per quelle che consumi negli alberghi, dove la ricchezza del buffet consola e spesso i camerieri ti coccolano per convenzione. Ricordo le colazioni che consumammo a Mondaye, quando sostammo ospiti dell’Abbazia di san Norberto. Il grande salone secentesco con l’enorme camino di pietra. Il caffè bollente, lungo, ma buono. Le baguettes croccanti di forno, tiepide col burro da spalmare e quel clima atlantico, gelido pure a giugno.
         Piuttosto che il bar, la cucina di casa. L’acqua messa a scaldare. Il profumo del caffè che sale e che amo prepararmi da solo. La scelta del companatico. La tranquillità del proprio rifugio, mentre fuori il sole sorge e la luce avanza. Il canto degli uccelli. Un momento di religioso raccoglimento prima della giornata da affrontare. Qui nessuno ti spintona per scegliere quale bombolone o cornetto accompagnare al cappuccio. Cento volte meglio il pane che mi faccio tostare sul grill elettrico e che divido col mio “bastardo” scodinzolante, che la moscia sensazione di precarietà che le tazzine vuote incutono, una volta abbandonate alla mercè della lavapiatti.