sabato 21 maggio 2011

Un giardino da bagnare e la brevità della vita

            Non so perché, ma mi va di scrivere qualche appunto in margine alla lettura che sto facendo de “La vita breve” di Juan  Carlos Onetti. Il nesso col giardino? Le sensazioni che ho provato e provo, quell’impressione di provvisorietà che la fioritura suggerisce, soprattutto le rose che invadono di colore il verde, le foglie del magnolia che cadono copiose e secche, un sentimento oceanico dell’esistere che tutto travolge…
Juan Carlos Onetti
            Questa è una primavera insolita. Lo dico per varie ragioni. Primo il caldo. Non lo amo affatto anzi: lo detesto.  Quanto vorrei un’eterna primavera nonostante la spossatezza che prende, ma i colori, la luce, le atmosfere…
Questa mia pianura, che oggi coglievo nel suo fascino mentre mi smarrivo per i declivi di Oleggio, attorno a Novara assume la fisionomia di un mefitico deserto, con l’incombere delle prime giornate roventi ed umide. Bella Novara? Brumale, fatale…provinciale, ma con pretese…
Quest’anno il caldo si fa sentire prima ancora del solito. Non piove se non per qualche brevissimo istante e con scrosci burrascosi che non riescono a bagnare la terra in profondità per cui…giardino da annaffiare, la sera, dopo cena, prima dell’ora canonica dell’attacco di moscerini e zanzare. Apparentemente nulla di eclatante invece…mentre cerco di irrigare con giudizio piante e fiori, il fruscio del getto d’acqua mi suggerisce calma, evoca serenità, senso di riposo oltre che solleticare la fantasia e farmi amare quella manualità per la quale ho sempre avuto scarsa dimestichezza preferendo le sudate carte agli arnesi da lavoro.
            Mentre mi concedo questa pausa, prima del solito caffè forte e nero e del libro che riprenderò in mano, sempre se non deciderò di scrivere qualcosa, l’immaginazione mi conduce verso luoghi inesplorati dove veramente è possibile vivere dimensioni parallele al reale, spazi aperti sull’universo del sogno. Basta l’incanto molle della sera.
            L’olezzo del gelsomino viene esaltato dall’acqua mentre la terra secca rinviene liberando quel sentore di polvere umida e pesta che segue i rovesci temporaleschi quando la furia degli elementi scuote l’universo mondo.
            Onetti mi porta lontano, con la sua prosa poetica e tortuosa Il suo mondo è un intreccio di piani, uno sfumare di passioni che cullano in quel sopore che rende la vita lieve fino al punto di negarla nella tragedia. Brausen, transitando il fiume, il Rio del La Plata, da Buenos Aires a Montevideo si muta in Grey trasfondendo nella sua vita da medico tutti quei deliri irrisolti che lo turbano fino all’impotenza della lenta distruzione. Un mondo trasfigurato. Una moltitudine. Non so perché mi torna alla mente Pessoa/Bernardo Soares. Pur nella differenza stilistica e nella struttura narrativa, l’inquietudine sembra essere quel sottile filo che accomuna due scrittori. Una sola moltitudine, quella che abbiamo dentro. Quella che ho incarnata in me, fatta di tutti quei personaggi, spesso alter ego, di un mondo narrativo che intreccio alla mia quotidianità: tutti quei vorrei essere/non sarò mai... che il giardinaggio stimoli la creatività fornendo ispirazione?
            Ecco! Nell’incanto della sera, nella sua fiacchezza, nel torpore che accompagna il declinare di una giornata intensa e vissuta, le mie inquietudini s’attenuano in un gesto comune, un compito banale e consueto: bagnare un giardino, ma si sa che botanica e buoni libri possono realmente andare di comune accordo…e poi, alla fine, quello che conta è l’esserci per rintracciare ogni pretesto buono per narrare.