mercoledì 27 marzo 2013

In quel tempo...

immagine dal web


“In quel tempo Mosè scelse tre città oltre il Giordano, a oriente, perché servissero di asilo all’omicida…” (Dt 42 e ss.)

Mosè scelse tre città rifugio per gli assassini. Tre città oltre il Giordano, sempre più a oriente, laddove il sole torna al mattino e la speranza indugia dopo le angosce della notte.
Non ho mai odiato nessuno fino alla morte, se ci penso bene. Ho odiato per fare del male, immaginando chissà quale violenza per cazzottare un viso e renderlo una maschera sfigurata. Pugni fino a spellarsi le nocche e mescolare il mio sangue con quello dell’uomo che avrei voluto castigare rompendogli il grugno.
Qualche faccia la ricordo. Uno che mi spinse dalle scale della tribuna allo stadio. Erano gli anni delle scuole elementari e i giorni dei Giochi della Gioventù. Erano i momenti per le imprese eroiche, quelle che avrebbero dovuto farmi cadere ai piedi le ragazzine delle quali mi sono sempre invaghito. Poi vennero gli occhi di mia moglie, ma questa è un’altra storia.
Quel tizio aveva una faccia da stupido. Uno di un’altra quinta. Non so perché mi spinse. Magari fu solo un caso. Forse incespicò sul cemento dei gradini consunti, ma l’odio che mi accecò fu tale che lo avrei massacrato. Lui, con quella faccia irritante. Il ghigno sardonico e gli occhi da ebete. Un volto che mi ha perseguitato spesso, nei sogni e negli incubi.
Un altro fu un certo Panizza. Uno che sotto la naja cercò di farmi subire il più bieco nonnismo. Lo avrei bastonato volentieri torcendogli le dita da topo che si ritrovava. Non lo feci. Mi limitai ad altre forme di vendetta, come abbandonarlo in autostrada al primo casello utile perché potesse raggiungere casa sua, in quel di Casale Monferrato, impiegandoci più tempo possibile. Un’uscita lontana quanto bastava perché si fottesse parte della licenza breve, un manciata di ore, alla ricerca di passaggi e mezzi vari. Era così stupido che non colse la sottigliezza e dopo poco venne congedato. Un uomo senza onore tra i troppi.
Oggi è un ricordo, ma le città rifugio  oltre il Giordano non mi fanno dimenticare che anch'io ho gustato, e talvolta ancora gusto, la feccia dell’odio. Si lo ammetto! Quello slavo che per anni è stato amministratore dei beni immobili della mia famiglia e che dalla morte di mio padre altro non ha fatto che succhiarci soldi in ogni modo. Un italianissimo slavo, nato a L’Aquila, col cognome che finisce “ic”, in maniera nemmeno troppo elegante.
Il mio è l’odio dello sprovveduto. L’odio di chi, per pigrizia immane, mai prende carta e penna e si mette a fare i conti. Sembra che un demone cretino mi induca per snobismo a mai fare quello che il buon senso suggerisce. Messere è troppo aulico per sporcarsi le dita con i conti della serva e scartabellare tra ricevute, fatture, consuntivi, spese e balle varie.
Spesso mi immagino aspettarlo tra i chiaro e lo scuro. Sbatterlo a terra. Immobilizzarlo e colpirlo fino al lasciarlo tramortito al suolo, lui, con quegli improbabili baffetti e la mosca da spadaccino fasullo. Gli starebbe proprio bene, ma…Ma cosa sarebbe di me dopo?
Le città di Mosè sono altrove nella storia e nella geografia delle passioni umane. Così preferisco la pazienza che la ricerca della giustizia insegna a costruire.