giovedì 14 luglio 2011

Di mattina presto

Campanile (Malesco valle Vigezzo)

Cosa strana: mi piace indugiare in casa, la mattina. Amo la penombra che le persiane accostate diffondono così come il rimanermene seduto a leggere. E’ la nicchia della mia tranquillità, quella che si viene a creare. L’antro per le sane elucubrazioni e gli alchemici esperimenti. La torre d’avorio, direbbe qualcuno.
Sono settimane che noto questo fatto insolito, e più lo osservo astenendomi da ogni possibile forma di giudizio, maggiormente mi crogiolo nella sensazione che il mio rifugio domestico mi permette di godere.
Mi alzo sempre presto, certo, ma questo non significa nulla nei confronti di quanto sopra ho scritto. Ascolto le campane battere le ore, mi bevo il tepore del letto lasciandomi sprofondare nei pensieri, con parsimonia, comunque. Poi, emergendo dall’apnea dell’immaginazione che galoppa… il cane! Il cane da regolare nei suoi bisogni per evitare spiacevoli deiezioni sul tappeto del soggiorno o in qualche remoto anfratto della casa. La preoccupazione di governare il cane mi riconduce nel mondo reale, nella dimensione degli impegni.
Lascio il letto, allora, con fatica. Qualche veloce operazione. Il caffè forte e ristretto mentre schiudo le persiane della cucina e perdo lo sguardo nelle prospettiva dei tetti che apre sul campanile della Chiesa. L’Ave Maria ha già rintoccato per le montagne il suo richiamo ed io sono pronto alla passeggiata con Artù il quale, da parte sua, ha già esternato le sue necessità con salti e mugolii di ogni genere.
Si, lascio con rammarico il silenzio e la pace. Abbasso il ponte verso il mondo richiamando le difese. Lascio il ritiro, ma è presto e dovrei incontrare poche persone. Sto’ invecchiando, e sopporto sempre meno la confusione.
Il fresco del mattino punge intanto che mi concedo la camminata per le strette vie del centro. Le conosco, ormai, le pietre del selciato, certo, anche se la teoria di case e palazzotti riserva sempre nuove scoperte. Ho detto che non voglio incontrare altre persone? E’ vero, anche se qui si è soliti salutarsi anche tra sconosciuti.
Il centro di Malesco è antico, memoria di anni quando l’emigrazione vigezzina batteva le strade d’Europa e poi, si respira profumo di Svizzera. Le pietre delle costruzioni testimoniano la fortuna di molti affiancata alla modestia decorosa di altri, rimasti ad arrancare per i sentieri di questi monti, tra pascoli e alpeggi. La malora è sempre stata dura da contrastare e chi discende da una cultura contadina, conosce a fondo questa crudele verità.
Artù tira, nasando ovunque. Se non fosse per la sua taglia ridotta, potrebbe competere come leader per una muta di cani da slitta. Lo strattono, lui ricambia.
Che bello! Solo lo scalpicciare dei mie passi. Fragranza di muschio e legna bruciata. Finestre socchiuse su mondi domestici. Qualche auto, in lontananza, che scende dalla strada di Finero rotolando con le gomme sul porfido della carreggiata. La fretta di raggiungere il lavoro sembra emergere dal ronzio del motore, da come la curva che immette sulla piazza viene infilata, dalle sfollate.
Raggiungo la Chiesa lasciando scorrere le suggestioni. Il cancelletto del cimitero, sempre socchiuso, stimola i miei pensieri: nulla termina, visto quel pertugio di speranza. Data la via di fuga: l’eterna evasione dalla condanna del mondo. Mi sono sempre piaciute le chiese di montagna, soprattutto quelle piccole delle frazioni, spesso chiuse. Sbirciare dalle inferriate delle finestre mi ricorda le grate del Sacro Monte di Varallo Sesia, con i pertugi attraverso i quali infilare il viso per rimanere catturati dalla scena che la cappella racconta con statue ed affreschi. I luoghi di culto emanano sempre un’attrazione particolare indipendentemente  dalla devozione che hanno suscitato. Un richiamo verso l’alto, il cielo azzurro che scolora con il lento levarsi del sole. Si, devo ammettere di stare bene lontano dalla pianura.
La nostalgia corre all’asilo di casa. Ai libri in attesa sul tavolo. Alle parole che vorrei scrivere e che se non fermo sfuggono dileguandosi. Ho da scrivere tanto, soppesando le idee che da tempo tengo chiuse nell’archivio della memoria. Ho ancora parecchi versi da decifrare come tanti altri da riscrivere quando non strappare.
Il rientro è sempre piacevole. Prima c’è il sentore delle scale di legno con i tonfi sugli scalini che rimbombano. Poi la porta da aprire sull’universo intimo dell’abitazione.
Mia moglie dorme ancora, così Giulia. L’aria è tiepida e sa’ ancora di notte e sonno. Penso a Carlo che è voluto tornare a Galliate: gli adolescenti vivono inquietudini d’ogni genere e trovare pace non riesce semplice, anzi…proprio ieri, mentre lo accompagnavo a casa, dai suoi occhi traspariva il dispiacere di aver lasciato la montagna. Ho tentato di invogliarlo a fare rientro con me, nel pomeriggio: nulla. Nonostante la bontà del clima, ha preferito l’afa della nostra cittadina e la vita comoda che il sentirsi libero ed indipendente nutre di umane aspettative. La casa vuota dei genitori rimane sempre un territorio di conquista ed appropriazione  per i figli bramosi di autonomia. Non mi posso lamentare del fatto che pure lui soffre del mio stesso male: la disillusione nei confronti del genere umano.