domenica 10 giugno 2012

Monumenti di fame


              Lo devo ammettere! Talvolta sono venale, ma non senza scadere nell’indecenza. Perché?
            Chiedo venia per l’apertura diretta e senza troppi convenevoli, ma quanto in calce dichiarato è vero poiché frutto di attenta osservazione. Dunque?
            Devo procedere con ordine.
            Mercoledì scorso, l’otto di giungo, la scuola è stata in subbuglio fin dalla prima ora a causa dell’annuale foto di classe. Normale amministrazione, si potrebbe commentare, anche se di normale non c’era proprio niente, a cominciare dal caos generatosi nell’atrio dell’Istituto proprio al momento dell’entrata, dopo il suono della campanella.
            Confesso al mondo che non mi piace entrare presto a scuola. Lo faccio, e per ben quattro mattine consecutive, confidando nell’eventualità che i nostri ragazzi lavorano meglio quando è presto, prima di subire la bomba anestetica del lungo famigerato orario otto/quattordici pensato dai soliti geni della didattica (sic transit gloria mundi).
            Insomma. Arrivo in tempo lecito. Raccatto il registro di classe dalla sala insegnanti. Scambio qualche veloce battuta con colleghe e colleghi e, dopo aver inspirato, mi consegno alla tanto famigerata 3B.
            Tutto nella norma! Certo, tranne il fatto che i ragazzi sono in fibrillazione e proprio a causa della foto di classe. Non ci rimugino sopra troppo. Quando scopro che il fotografo è bello che pronto in cortile, mi prenoto per primo e, anziché far salire gli alunni al secondo piano, dove hanno l’aula, li invito ad accomodarsi all’esterno.
            Ammetto che, con una mossa del genere, il mio indice di gradimento è salito di punti, nonostante fosse già alto, comunque…L’occasione è buona per osservarli ancora e con loro me stesso. I meglio e le meglio si sono preparati presentandosi pettinati e vestiti opportunamente, malgrado il vento che sferza i grandi tigli che fanno da quinta tra l’edificio scolastico ed i brutti condomini di fianco, scompiglia acconciature di vario genere e foggia.
L’aria è fresca e frizzante. I cuori battono e gli schiamazzi scorrono. Mi piacciono questi momenti. Sono oro che cola, se uno desidera guardare oltre il limite delle consuetudini.
            Chiacchiero con alcuni. Sparo scemenze, controllandomi. Giocherello, sempre con distacco, mentre loro si esprimono esuberanti d’adolescenza, ignari del mondo fuori, quello che si oppone ad ogni umana lecita aspettativa. Con serenità, scopro che la cultura, quella vera, passa attraverso i momenti più disparati e meno convenzionali.
            - Come farà l’anno prossimo? – La voce che m’interpella è quella di Giuseppe. Un omone di tredici anni. Grosso e scuro. Buono, certo, ma diretto e malizioso: sgamato, come dicono tra loro. Per me un capo furbo ed accorto.
            - Non siete i primi che porto all’esame di licenza, -  rispondo.
            - No, ma noi siamo diversi.
            - Parecchio! –
            Mentre parliamo il fotografo armeggia con la fotocamera. Regola il cavalletto. Smanetta con ghiere e pulsanti. Noi aspettiamo. E’ bello anche così, godendosi l’inerzia.
            Finalmente è il momento. I ragazzi vengono invitati a sistemarsi su tre file. Una seduti, una in piedi ed una su traballanti panche. Comincia la ridda delle risate, degli spintoni. Qualche mano azzarda mosse proibite. Improvvise tirate di capelli. Battute d’ogni genere.
            Il fotografo, abituato a lavorare con le scolaresche, ce la mette tutta per metterli a posto in maniera confacente e con sforzo.
            - Ieri sono caduti dalla panche! Ho perso un’ora…Fermi voi in seconda fila…Ragazze, non con le gambe aperte, per favore! Dai, due minuti e tutto è fatto…Fermi! Formaggio!!!
            Ben cinque scatti è costata la 3B. Non sarebbero stati loro. Li richiamo invitandoli a salire. Mugugnano. Ringrazio il fotografo.
            - A voi professori dovrebbero fare un monumento! -  Proclama.
            - Sarebbe meglio ci pagassero il giusto, - commento. Lo guardo sorridendo e tendendogli la mano lo saluto.
            Perché rimuginarci sopra? I monumenti sono per gli eroi, i santi, i martiri e tutti quanti hanno ottenuto quello che chiedevano. Noi insegnanti non domandiamo altro che poter svolgere il nostro lavoro sostenuti dalla consapevolezza che il nostro è un impegno gravoso. Per questo andrebbe pagato con il dovuto e non sfruttato in maniera miserevole ed indegna.
            Sono venale? Niente affatto! Sono realista, dato che sono cosciente di quanto sia facile rovinare un giovane campo dissodandolo nella maniera sbagliata.