mercoledì 21 marzo 2012

Il pomeriggio del poeta (di primavera)

Quinto Orazio Flacco (immagine dal web)
M'appoggio alla ringhiera del balcone. Il sole è tiepido ed attorno il silenzio sprofonda in una sensazione di equilibrio. Una calma insolita, data la frenesia che scorre di qui a qualche centinaio di passi.
Provo quanto è dolce lasciarsi andare al nulla di questi istanti. La mattinata è ormai preda dei ricordi assieme alla scuola ed agli schiamazzi dell'intervallo passato di assistenza al secondo piano. Con alcuni degli alunni ho giocato un seme di complicità per stemperare la serietà degli argomenti trattati, ed è stato bene così. Loro ancora non sanno...ed io? Io ho imboccato il sentiero meno battuto, nella radura, e la fatica dell'esser diversi (senza lode), pesa sulle spalle. Chissà se ci sarà luce sufficiente per decifrare i segni lasciati da chi m'ha preceduto?
Da ora in poi tutte le ore, prima della sera, mi appartengono e se troverò la concentrazione adeguata lavorerò sulle amate carte. Non oso parlare d'ispirazione, troppo aulico questo pensiero per trattenerlo. Lavorerò, ecco, magari mettendoci meno poesia e più attitudine prosaica. Pregusto il mio studio. Il profumo dei libri, la penombra avvolgente, la pace...magari fuori, nel cortile, mia figlia che gioca serena (ci sarà tempo la sera, per compiti e consegne varie).
Ha un gusto l'otium come lo intendevano i latini (qualcosa avevano capito della vita, malgrado tutto). Rammento Orazio, il Falerno denso e scuro stemperato con acqua e miele, il Soratte alto di candida neve, la bella Leuconoe dal morbido corpo, l'amore che chiama...le ore date allo studio ora lontane, il mio vecchio maestro (professore), latinista provetto, ma gran farfugliatore d'idee,   ebbro di critica marxista e non (mi fece scoprire Luciano Canfora), amante incallito d'una moglie sottomessa...basta: oggi è la giornata mondiale dedicata alla poesia? E' vero. Allora, cosa opportuna è che tacciano le mie rime per quelle altrui.
Buon pomeriggio!
Questa la mia offerta ai sacri altari (non ho ancora sacrificato la penna, o il pc).

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Non chiederti – non è lecito saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non domandarlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se tanti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli stanca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.