venerdì 23 marzo 2012

Poeti e/o...

Fabrizio de Andrè (immagine dal web)


"Benedetto Croce diceva che fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quell'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono prudentemente rifugiato nella canzone che, in quanto forma d'arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, laddove manca l'esuberanza creativa."

Apro con un aforisma del grande Fabrizio de Andrè questa mia riflessione. Lo faccio con una punta di amarezza, poiché me lo chiedo sempre: sono un poeta o un cretino? Insomma: mi illudo d'avere capacità oppure posseggo veramente qualche briciola di dote da sfruttare?
Prima una considerazione. Il web è invaso da poesie. Ogni giorno ne vengono pubblicate a migliaia, senza esagerare. Si va dalle citazioni di grandi autori a quelle personali. Si spazia dal genere romantico bucolico a quello incazzato e di ricerca (per modo di dire). Dalle rime strappalacrime, alle nenie alla baci perugina. Si può leggere di tutto e di più, fino alla stucchevolezza. Purtroppo.
Cosa sta accadendo? Tutti siamo poeti?
Un certo cipiglio snobistico mi porta a rispondere di no, anche perchè tra i molti che ci provano (e qualche volta azzaccano), di versi brutti se ne leggono veramente tanti. D'accordo che questo era anche il cruccio di Pasolini, il rischio di scrivere brutti versi, ma la misura si colma presto. Tenendo conto che anche tra le rime dei grandi si trovano prove stentate e guazzabugli poetici, prima o poi scatta l'estro creativo e s'imbocca la strada della poesia buona ed onesta rischiando di comporre anche qualche capolavoro, ma questo non accade mai per caso! Ed a furia di tentare, qualcuno bravo lo si incontra pure.
Sono diventato un lettore di poesie vorace ed incontentabile, da qualche mese ad oggi. Posso ammettere di averne lette veramente tante e di leggerle ancora e sempre con curiosità. E' una passione che mi intriga, lo confesso, sopratutto quando le poesie degli altri mi aiutano a scrivere le mie, occupazione per la quale sto non poco trascurando la prosa ed il mio secondo blog (virgiliohavock.blogspot.it) dove pubblico (pubblicavo) racconti, in prevalenza.
Premetto: la poesia, da quanto ne ho potuto capire, è una cosa seria, e come tale richiede dedizione e studio. So bene che affermando questo andrò ad urtare tutti coloro che fanno della poesia un gesto spontaneo, un capriccio sentimentale e/o umorale. Un gesto. Nessun poeta autentico ha mai trascurato le poesie degli altri, anzi, qualcuno di questi (Saba, Montale, Pasolini...) sono stati anche dei finissimi critici. Insomma: fare poesia è un lavoro (in barba al motto latino - Orazio - carmina non da panem) che procura non pochi crucci, oltre a qualche soddisfazione. Senza dimenticare lo studio (Foscolo, Leopardi...).
Dove voglio arrivare? Alla disillusione. Scusate, poiché di questa bella e sana occupazione, molti fanno ragione di guadagno illudendo non pochi aspiranti poeti di essere chissà quale grande promessa del parnaso italiano. Ci sono troppi pseudo editori che chiedono ingenti somme come contributo alla pubblicazione promettendo il mondo, ma abbandonando chiunque a se stesso al momento della distribuzione del libro. Non parliamo dei premi, poi...
Per concludere. Da quando navigo per il web, sono pochi i luoghi dove il lavoro sulla poesia è serio ed impegnato. Pochi sono gli editori che mettono passione nel loro lavoro di promozione. Alcuni li ho conosciuti di persona, grazie al mio lavoro di "poeta". Ambienti dove si respira onestà ed impegno, dove non si lesinano consigli (la rivista Atelier, blog quali La poesia e lo Spirito, Moltinpoesia...).
Il resto? Un universo mondo di circoli e luoghi vari dove certo, si fa letteratura, ma dove manca l'obbiettività della critica costruttiva e super partes. Ormai sembra di moda parlarsi addosso e credere in un'editoria dove,  per essere nominato tra gli autori, basta aver partecipato all'Isola dei famosi. Cos'era la poesia per gli antichi? Un fare indicante, un dire laddove la ragione non osa, un impegno civile.
Si può far poesia in una realtà come la nostra? Si può comporre versi in tempo di crisi?
Si, senza cadere nelle trappole del conformismo e lavorando con dedizione, rinunciando al marpionismo intellettualoide.

Non ho dato seguito alla vexata quaestio? Sono un poeta o un cretino?

A voi la risposta!