martedì 21 giugno 2011

Poiesis

Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore.
(S. Weil, Quaderni, Adelphi 1993, p. 133)

L'ho trovata per caso, questa veloce citazione, navigando senza meta tra siti e blog, non accontentandomi mai di quanto colgo con lo sguardo (non devo dimenticare che la capacità di cogliere il reale con lo sguardo, per i greci, era il fondamento del filosofare stesso).

Mi piace l'idea di produrre, così come il riferimento al mondo reale, quel mondo che costa lo sforzo dell'attenzione e nella dimensione del quale fatichiamo a permanere.

Produrre il bello! Una responsabilità enorme. Un'affermazione che mi intriga inducendomi a riflettere sul mio atto di scrivere. Un'affermazione che mi impone la serietà della ricerca per evitare ogni scadimento nel banale.

Poi, quel riferimento all'amore...un atto che produce bellezza! Quando mai, oggi?

L'oggi spiattella la mercificazione di tutto come l'unico veicolo in grado di donare all'essere umano quella visibilità indispensabile per condurre al successo, dunque senso alla propria vita.

I greci (ancora loro!), declinavano l'amore in tre concetti di differente valore semantico e teoretico (mi si perdoni la professoralità: la mia deformazione): eros, agape e philia. Tre livelli dove il più alto rappresenta la perfezione, l'equilibrio, il limite, l'ordine (còsmos).

Ogni atto d'amore produce il bello? Dovrebbe, se non lo strappiamo sotto l'influsso di ogni possibile forma d'alienazione.

La poesia può, allora, cambiare il mondo!

All'opera.