venerdì 27 aprile 2012

Il fine apotropaico delle cose


Rincorro chissà quali pensieri. Non riesco a chetarmi. Finita la scuola alla due. Una caldo infernale: termosifoni a tutto regime in barba al risparmio energetico. Aule sovraffollate. Un chiasso che spacca i decibel.
Il venerdì è un giorno terribile. I ragazzi sono esausti, cotti, noi docenti anche. Da parte mia so che le ultime due ore le tiro via senza entusiasmo. Con quale coraggio aprire storia? Non c’è spazio per l’illuminismo quando la stanchezza s’è trasformata in un pesante macinio e gli occhi cedono sotto l’anestesia di un’atmosfera ormai troppo carica. Per tirare la fine, ho scelto di assegnare un lavoro di ripasso. Facile, schematico, ma logico. Mi sento sadico impegnarli nel ragionamento dalle ore tredicizerozero in poi. Inoltre, questa risma di fogli scritti dovrò pure correggerli. Poi.
Poi torno a casa. Pranzo pomeridiano. Il mezzogiorno alle tre o il sole anche di notte. Mia suocera non comprende ragioni. Pasta con sugo di pesce, trota bollita, insalata (che non digerisco), vin di cartone (pessimo, ma mio suocero è scaduto nella qualità degli acquisti). Quanto rimpiango un sano the verde da sorseggiare leggendo ed in silenzio oppure uno yogurt, fresco e leggero, una libidine al palato.
Mangio munendomi di bavagliolo per evitare mitragliate di unto sulla camicia ancora fresca. Gioco con mia figlia, anche lei torturata fino all’assurdo dalla scuola. Scherzi, aneddoti, racconti di lacrime facili, d’umori esaltati dalla promiscuità. Voti e valutazioni varie. La guardo. E’ una donna in bocciolo. Asciutta e lunga, la chioma biondo rame, occhi da gazzella, gambe sottili. Un fiore pronto a dare il meglio. Una lingua da assassina, quando rimbrotta col fratello e se le menano di santa ragione.
Mi fiondo a casa. Devo passare solo un giardino e una volta raggiunto il sospirato asilo domestico, mi becco mia moglie e Carlo davanti allo schermo piatto del televisore. Stanno guardando una puntata registrata de “Le iene”. “Denuncia di regime”, penso. Cercano di tirarmi in causa, ma resisto. No! Ho i libri che mi aspettano. Ho da scrivere, controllare la posta, leggere qualche blog. Ho gli affaracci miei! Protesto e recalcitro. E’ così che si scatena il turbine.
Prima a scuola – di nuovo – perché mia moglie deve andare in segreteria per alcune pratiche. Poi una commissione: al cibo non si comanda. Poi a casa. Poi il patema di quando vorrei fare tutto e finisco per non fare niente.
Finalmente, la situazione di stallo si sblocca. Mi apparto. Prendo pc ed altri strumenti. Mi siedo all’aperto. Domenica ho piazzato il gazebo in cortile. Verde, frulli di passeri, schiocchi di merli, vento tra le cime dell’abete ormai monumentale. Una frescura che concilia il raccoglimento.
Apro la pagina bianca. Un attimo di panico. Rivedere qualche scritto? Poesie da limare? No. Pagina bianca e via. Bach in sottofondo (lui aveva duende). Una pioggia di note cristalline. Sonate e suites per clavicembalo, fughe e capricci su lontananze varie. Chissà quant’era brutta la figlia di Buxtehude per venire rifiutata in quel di Lubecca?
 Via dunque. Le parole sgorgano, non mi sembra vero. Scrivo per scrivere. Mi dicono che è così che si dovrebbe fare per rompere gli indugi che troppo spesso bloccano la vivacità creativa.
Vado. Vado…M’accorgo che scrivere mi fa un bene immenso. Distende. Cancella l’ansia. Sarà colpa della musica che tengo in sottofondo? Forse anche. Manca qualcosa? I puristi dell’ispirazione affermerebbero che mancano sigarette e liquori. Io no. No, amo il buon vino e le sigarette m’impastano la bocca.
Ora non ho bisogno d’altro.