venerdì 6 aprile 2012

Valle Vigezzo

Malesco (Valle Vigezzo) foto Massimo Caccia

Mi sto godendo la mattina.
Prima una lunga passeggiata. Freddo e sole nascente dietro i monti. La pioggia di ieri ha chiazzato di bianco i sassi del Gridone e le altre rocce attorno. Ora, quel ghiaccio evanescente brilla ai raggi taglienti. Immagino i sentieri alti ed i rifugi odorosi di fumo, polenta, intingoli vari, il prunet  rosso, rustico e forte, formaggi d’alpeggio (non posso troppo indulgere dato che sono programmato alla pinguedine).

Il cane tira, voglioso di riscoprire i nostri itinerari estivi. Ora c’è meno gente, anzi, le vie del centro sono deserte e devo ammettere che così  mi piace. Nel silenzio posso catturare tutte quelle sensazioni che la montagna offre. Posso nutrire anima e corpo, dato che emozioni e sensazioni interessano la persona tutta e il mio amore per la montagna è fisico oltre che spirituale.

Sento il fischio della Vigezzina in transito. Ecco. Dopo Ponte Ribellasca, Càmedo, le Cento Valli, Intragna con i suoi vigneti ed in fondo Locarno…Confederatio Helvetica!
Terra di confine, questa. La Svizzera è a neanche sette chilometri e m’attira intrigandomi. Mi sento anch’io uomo di confine, segnato da una cultura che s’identifica meglio con quella di un popolo piuttosto con una popolazione (semplice agglomerato numerico che nulla considera in merito a differenze e questioni quali cultura e tradizioni).  Qualche tempo fa, lessi che i novaresi sono ticinesi, nella loro innata peculiarità. Forse è proprio così. Novara è lontana da Torino quanto basta per sentirsi libera da appartenenze dettate dalla storia piuttosto che dalla verità umana e geografica.
Sono di questo popolo. Il dialetto parlato, che comprendo (lombardo, come è il novarese rispetto al Piemonte sabaudo e stantio, senza offesa, ma non mi sento un bugia nen), mi rinvia ad una dimensione senza tempo. Torno  all’infanzia, quando la bisnonna mi parlava esclusivamente nel suo galliatese stretto ed io rispondevo in italiano, perché la scuola castrava ogni coloritura vernacolare e guai alle intromissioni linguistiche (chissà perché, invece, impiegate dagli scrittori, quelli di razza!).

Cammino. Le case vigezzine sanno di pietra umida, fuoco. Poco legno e tanto serizzo, granito, intonaci grigi o colorati a pastello e affreschi o pitture murali, simboli e segni. Sarà un antico retaggio delle culture nordiche, quello di istoriare le case con scene sacre o rinvii intellettuali autoctoni.  Del resto, questa è la “valle dei pittori” per antonomasia. Rammento i ricordi di mio nonno, quando saliva ad Olgia e Dissimo per far visita all’amico don Luigi e spesso pranzava frugalmente con Carlo Fornara, il pittore del quale mai riuscì ad avere una tela, anche piccola. Erano gli anni degli “spalloni”, del contrabbando, delle migrazioni per lavoro, il secondo dopoguerra.

I ricordi mi hanno fatto volare, come accade spesso. Sarà per questo che sto imparando a prediligere la solitudine all’affollamento (all’occasione provvede la scuola con tutti i suoi scorni). Sarà per il luogo, questo comune di Malesco, il più nutrito come abitanti, rispetto anche alla turistica Santa Maria Maggiore. Qui c’è storia. Storia umana, quella che trasuda dagli incontri che faccio e che vorrei sempre fare. Quattro parole, come con il sacrista, Claudio, tipico montanino. Duro e spigoloso, sarto in pensione ed ora solito curare paramenti e vasi sacri, faccia da vino, quanto basta per trasmettere verità, senza peli sulla lingua. Quando ha scoperto che capisco quello che dice, mi considera uno di loro. I miei vecchi, come i suoi, conobbero le strade del lavoro all’estero: Francia, Svizzera. Muratori, carpentieri, qui anche spazzacamino, rusca.

Idee, eccole. Devo rientrare e mettermi a scrivere. Ma era quello che aspettavo.