lunedì 23 aprile 2012

"Non guardarmi"


 Mia moglie la conobbi a Rimella. Avevamo tredici anni tutti e due e da quei giorni il suo viso fu il mio chiodo fisso. La sognai da subito come la mia ragazza, ma dovetti attendere gli anni che la vita pone sempre in mezzo. Dovetti pagare, in poche parole.
Rimella (da www.walseritaliani.it)
Rimella? Dove mai si trova? Qualcuno potrebbe sempre chiedermi "cos’è?" non comprendendo che sto scrivendo di un comune alpino realmente esistente, anche se sorge in fondo ad una valle laterale della Valsesia, la val Mastallone.
Perché Rimella, allora? Non so, ma mi è tornata in mente proprio durante questi ultimi giorni, al punto che sento di dover dare colpa alla primavera, la ragione di queste ricordanze e ad una frase catturata tra le tante, ma che mi rigetta in quegli anni (relatività del tempo!).
A Rimella si andava per i campi scuola, quelli affollatissimi ed epici che venivano organizzati dall’Oratorio di Galliate e capitanati dal vulcanico don Franco Ramella (curiosa assonanza con il toponimo, per altro diffuso sulle alpi sesiane…Rima, Rimella, Rimasco ed affini). Un delirio di centinaia di adolescenti sotto bombardamenti ormonali che, nell’economia dei quei quindici giorni, facevano incetta delle prime esperienze di tutto, senza retorica. Si andava dalle celebrazioni liturgiche estemporanee e “chitarrose”, ai gruppi di riflessione in materia d’educazione sessuale, alle prime esperienze d'impegno politico nel tentativo di scalzare l'allora tirannica DC (e ci riuscirono in barba a benpensanti e beghine). Dalle feste pantagrueliche, ai tiri mancini giocati da animatori particolarmente stronzi, consistenti in colossali panzane quali quella riguardo l’esistenza di miniere di cacao, piantagioni sperimentali di banane ad alta quota, autobus immaginari con ipotetiche fermate presso alpeggi raggiungibili solo attraverso mulattiere sconnesse ed impervie. Ci sarebbe dell’altro da dire, forse degli amori furtivi, delle lunghe chiacchierate notturne, dei tornei a calciobalilla, delle pastasciutte della Gianfranca…della canzone che andava per la maggiore: Dio è morto.
Perché Rimella? E quella frase appesa nell’immaginario mio personale. “Non guardarmi troppo sennò mi sciupi!”. Ecco, finalmente, la lapidaria affermazione. Poche stupide parole buttate li da una delle tante bellocce assediate dal solito nugolo di “mosconi” innamorati e piangenti, comunque sempre in troppi a voler calcar la parte del parpaglion che fere la lumera. Da parte mia, dopo, avrei scoperto Chiaro Davanzati e mi sarei trovato poeta in erba, ma questa è un’altra storia. All’epoca ero facile all’innamoramento e particolarmente debole in materia d’umani affetti (piangevo come una fontana quando telefonavo a casa).
Di quella donzella così poco delicata, petrosa, a stento ricollego un nome, Monica, forse, mentre quello di mia moglie mi si stampò subito nel cuore. I suoi capelli biondi, gli occhi cielo profondo, e tante immagini, istantanee dell’anima, intermittenze passionali e mugghiate sofferenze. Erano le sue labbra che volevo.
Libere associazioni, potrebbero apparire, queste, ma quanta poesia. Da quell’ammonimento poco gentile e presuntuoso, a mia moglie ragazzina con una maglia a righe stretta a modellarle il seno in fiore. A lei, sempre, in un improbabile coretto a cantare “La in mezzo al mar…” durante la recita di una scenetta (sistemi educativi tipicamente oratoriani). Gli iperbolici giochi quando ti vieni a sfiorare e ti s’accende l’imbarazzo. Le dispute sulle donne amate e qualche tenzone che finiva in quattro ceffoni e lacrime amare. Poveri stupidi maschietti!
Quanti anni fa? Non ho perso il conto. Ricordo tutto con estrema precisione. Casa “Fratello sole sorella luna”, il gitone lungo i pericolosi sentieri dell'alta Valsesia, la camerata dove dormivamo, la lontananza dal domestico asilo: era la seconda uscita ufficiale e per più di una manciata di giorni.
E poi? Certo, la cosa più importante. Non fu lei, mia moglie, a proferire quella frase, l’affronto, per me, di sapore dantesco. Lei, con lo sguardo, anticipò quel si che sarebbe sbocciato nei chiostri dell’università, io iscritto a filosofia e lei a magistero.
Che strano gioco del destino!

 A Rimella tornammo prima da fidanzati, quando passavamo intere estati in Valsesia, poi da sposi e genitori, ma la casa era ormai abbandonata da tempo. Chiusa e triste. Rimaneva un calciobalilla vecchio ed arrugginito a languire sotto un portico a memoria delle schiere di pubescenti da li passate. Attorno un silenzio irreale. Colpa dei monti che ho sempre amato.