mercoledì 18 aprile 2012

Serventese primo





M’assale un timoroso spasmo immaginando patir del peggio:
orsù, siamo alla dittatura dei doppiopetto  incatenati al seggio.
Da quanto accade attorno, e sana opinion non attarda,
così parrebbe abbastanza, per non morir come chi guarda.
Quattro balordi tramano rubano mentono, del lavoro straziano,
di gozzoviglie scoppiano, peggiori che bestie fottono…
E di insano approccio con gli scherani abbietti, che sanno fare?
Violentare la Costituzione, per meglio imbrogliare!

Vorrei tanto, nel mio folle notturno vagabondaggio,
incontrar gl’ingegneri dell’arca per unirmi al viaggio
e mettermi con loro a piallar tavole di cedro, fuori e dentro
catramar murate, ribatter borchie, pinger di finestre il vetro,
senza che il sonno grasso d’umori mi possa attanagliare.
Così, con mani callose e dure per il faticar solerte, aspettare
che finalmente annuncino i nembi il sopraggiunger del diluvio…
Siamo alla follia sghemba, s’apran le cateratte, per giove pluvio!
                          
Mio nonno, fante alla prima guerra, partigiano alla seconda,
mi disse un giorno, quando di ribellione era acuta l’onda:
“O tu o il tuo figliolo tornerete col mitra ai monti…”
Si, lo ammetto, antifascista e resistente, alla fin dei conti,
di quante facce vorrei bellamente cazzottare a sangue!
Ahimè, per tutto quanto si vuol dire e che langue,
malgrado la vita che ladrando grassano impenitenti,
son degni della mia rabbia, loro, baldracche indecenti?