martedì 3 aprile 2012

Oi dialogoi 1 "Ciro Pizza"

Socrate (immagine dal web)

            Cambio d’ora. Via i libri dell’uman sapere, fuori quaderni a quadretti, tavole algebriche ed altro per fomentare le spirito geometrico. Dopo hanno matematica ed i soliti non si sono sognati di eseguire i compiti. Allora azione di copiatura senza pudore. Non si curano del fatto che sia ancora in classe. Aspetto la collega compilando il registro con gli argomenti svolti, quando:

Alunno: Prof, ma lei crede in Dio?

Ecco la domanda fatidica, quella che vorresti mai nessuno ti facesse. Dopo un’ora e più di introduzione a Dante, di selve oscure, avelli infuocati, male bolge, empirei rotanti, Vergine madre figlia etcetera, ed immobile Amore, zac! L’intervento spiazzante e non da parte del solito bravo (non secchione!), ma di uno al quale non avrei dato un cent di considerazione didattica. Insomma, a sparare la domanda (una bordata), il bullo in carica, quello che regna imperterrito nei cessi della scuola (primo piano) e controlla un manipolo di ammiratori e ammiratrici. Quello che armeggia con l’accendino in classe e da fuoco alla formica del banco. Quello che tratta male le insegnanti donne, ma cala le ali con l’unico maschiaccio (io) del consiglio di classe. Quello delle bravate d’ogni genere, oltre che il capro espiatorio per tutto quanto altri combinano senza pagare perché meglio coperti dai soliti prof baciapile.
Lo guardo. Sul banco niente, tranne la bic svuotata dalla cannuccia dell’inchiostro e preparata all’impiego come cerbottana (quante volte anche noi e come bersaglio la faccia di Giovanni Leone). Un mucchietto di munizioni bell’e pronte ed il ghigno impresso sulle labbra. Proprio lui, Ciro Pizza (perché figlio d’un pizzaiolo). Il ragazzo di Scampia scampato alla suburra della Vele. Si vede che qualche pensiero gli balena ancora nel cervello.
La baraonda si placa improvvisamente. Il pubblico non pagante è pronto. Lo fisso. Chiudo la penna e, dopo un profondo respiro, restituisco la questione. E’ chiaro, a me, che ho proprio voglia di andarmene a casa.

Prof: Io si! E tu?
Ciro Pizza: Io l’ho chiesto a lei! (beffardo il bastardo).
Prof: Te l’ho detto…
Ciro Pizza: A si?  No, è che con tutta questa roba che c’ha spiegato non so più se lei crede o no!

            Eccolo servito il cammino seguendo il quale l’uom s’etterna. Meglio di così! E quanto c’ho messo per far capire loro la struttura corretta dell’universo dantesco senza cadere in equivoci e retorica scontata. E ancora: lui dubita della mia fede!
Mi fissa. E’ una sfida, dato che nelle mie ore di lezione non può fare quello che gli pare (neanche tormentare con sputacchiati pallini di carta le compagne lungo chiomate) o staffilare con lazzi pesanti il povero Stefano Ritucci, una mina vagante da psichiatria, purtroppo per lui e per noi (quando è nei giorni buoni minaccia di volersi buttare dalla finestra) cercando la spalla dell’altro bravo della combriccola, David Minerva (ma questa è un’altra storia).

Prof: Per te è così importante saperlo?
Ciro Pizza: Se glielo chiedo…
Prof: Si! Questa è la mia risposta te l’ho detto.
Ciro Pizza: E come fa a credere?
Prof: In che senso?
Ciro Pizza: Dai, non penso che i preti ci raccontano cose giuste…Poi questo Dante che si mette a viaggiare tra gli zombie…ma a me…
Prof: Cosa c’entrano i preti? (dimentico che dall’Oratorio l’hanno cacciato) Devi guardare la questione da un altro punto di vista.
Ciro Pizza: Eddai! E se non c’è niente? Don Lorenzo ride, quando glielo domando.

            Il pretino ridente: perché? Per il fatto che Ciro non frequenta l’animazione preferendo tormentare i volontari che servono al bar?
Ha ragione. Non c’è niente…Per lui è così. Anche se il Niente…La sua vita è questo. Così l’essere parcheggiato a scuola in attesa di aver assolto l’obbligo. Il disagio che vomita addosso agli altri. La carenza di affetti equilibrati.
            Poi comprendo. La sua domanda, insidiosa poiché scivolata sul privato, laddove risuona il dubito ergo sum della mia costante ricerca filosofica, è una richiesta d’aiuto in materia di speranza, quella che il nostro mondo gli sta negando facendogli pensare che lui è un inguaribile diverso, pronto per il lager virtuale del disprezzo. Insomma, tradotto: c’è parte per me nella vita? Non faccio così schifo come mi dicono tutti?
            Provo a spiegare.

Prof: Dio lo incontri se vivi e fai esperienze vere! E non è che una volta trovato, lo possiedi per sempre…No. Dopo l’incontro è come se Lui se ne andasse.
Ciro Pizza: E perché?
Prof: Perché è Dio.
Ciro Pizza: Si, ma a me che cosa può dare?
Prof: Tutto il bene che ti è mancato.

            Lui accompagna la mia risposta con uno sberleffo. Un gesto da commedia dell’arte, ma autentico, come a voler dire: “Non me la racconti giusta! Troppo semplice.”
            A Ciro Pizza non si può parlare del bene, perché lo spiazza mettendolo davanti a tutta la sua debolezza, quella che la cara mamma gli ha sempre mascherato sotto un protezionismo tombale (ogni scarafone…). Il padre meno, poveraccio. Una vita di pizze e panzerotti. Sempre con la tshirt d’un improbabile bianco anche d’inverno, quando fuori si gela.
            Dio, pizze e fritto misto. Già. Il fatto è che la verità fa male ed io a Ciro Pizza non la posso raccontare fino in fondo, malgrado Dante e tutto l’umano eloquio (siam cibo per i vermi, senza un desiderato risveglio ed un sano lavorio spirituale). Se ne sono in grado, potrei tentare la carta di farlo sentire meno differente, andando a premiarlo nella sua considerazione, anche se lui, ormai, di se ha una cattiva reputazione e dei voti non gl’importa niente.
            Che strana condizione. Ciro mi disorienta offrendomi un regalo, dato che mi fornisce l’occasione per non essere banale e falso (come nelle risposte scontate che rischio sempre di propinare). Un dono che si concretizza in una sensazione scomoda d’inadeguatezza. Come, io? Io che mi sento a mio agio seduto dietro una cattedra a lanciare strali e sentenze.
            E lui? Ciro Pizza? Il guappo buono, quello che non ci crede fino in fondo (lo vorrebbe), visto che ha un padre che si sbatte per raccattar tre soldi per mantenere moglie e figli in una società che uccide e all’inferno di Gomorra, ha preferito il profondo nord del confine lombardo piemontese, conurbio di Milano, il Purgatorio...Forse l’ha pure salvato.

Prof: E una volta che hai scoperto che esiste, cosa cambia nella tua vita?
Ciro Pizza: Magari faccio il buono! Ma di Inferno, Purgatorio e Paradiso…i preti…(sfrega pollice e indice evocando lo spettro del vil metallo)

            Proprio così. Dio è l’amore negato. L’amore vero, forte e profondo, non la sviolinata da baci perugina o la ricettina approntata dalla brava psicologa della scuola (con tutto il rispetto per la categoria). Non lo sbaciucchiamento pidocchioso e falso. L’amore è l’esserci, quando serve, nel silenzio e nella pazienza dell’attesa. Il punto di riferimento. La cristianissima croce, anche se oggi si preferiscono i giocondi battimano e la gazzarra da karaoke, al silenzio sconcertante della morte di Dio. E condiamo la festa con la melassa della gioia, ovunque, rendendo indigesti catechismo ed affini.

            Torno a casa. Mi siedo nello studio e penso. Penso che per la prima metà della giornata, l’occasione me l’ha fornita lui, Ciro Pizza, quello che tratto con fermezza (durezza certe volte). Presenza  che ricambia con una forma di rispetto tutta sua. Ed io? Quando lo disprezzo definendolo un’autentica capra?
            Io, se non presto attenzione, rischio il più gretto conformismo. Ecco perché…S’ì fossi foco, arderei lo mondo!